(Sellerio 2014, p. 264 €.14)

pubblichiamo qui la premessa “Il calzino rovesciato” 

 

Il calzino rovesciato

di Franco Lorenzoni

 

I pensieri infantili sono sottili. A volte sono così affilati da penetrare nei territori più impervi arrivando a cogliere, in un istante, l’essenza di cose e relazioni. Ma sono fragili e volatili, si perdono già nel loro farsi e non tornano mai indietro.

Così alla maggior parte delle bambine e dei bambini non è concesso il diritto di riconoscere la qualità dei propri pensieri e rendersi conto della loro profondità. A molti non è concesso neppure di arrivare ad esprimerli, perché un pensiero che non trova ascolto difficilmente prende forma e respiro.

Una moltitudine innumerevole di associazioni, intuizioni, connessioni e vere e proprie folgorazioni infantili restano nascoste sotto terra, scavando un labirinto di canali che non arriveranno mai alla luce del sole, perché privati della dignità che nasce dal credere nella propria capacità di pensiero.

Quando nacque il mio primo figlio, sua nonna sarda ci disse che bisognava vestirlo mettendogli sempre un abito alla rovescia. Pescando dalla cultura arcaica contadina, riteneva che una mutanda o un calzino rovesciato potessero proteggerlo dal malocchio. Ciò che di male o di negativo arrivava dal mondo, nella sua idea era ostacolato e deviato da quell’abito rovesciato. Non credo al malocchio, ma penso che ci fosse saggezza in quella proposta, perché è nel modo in cui vestiamo gli abiti che consolidiamo le nostre abitudini.

E se vogliamo liberarci o perlomeno attenuare il malocchio assai concreto di chi ci vuole solo veloci consumatori dissennati o fruitori compulsivi di giochi che immergono per troppe ore in schermi d’ogni dimensione i bambini, fin dalla più tenera età, dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e, da adulti, proporre a figli o allievi di indossare a rovescio qualche abito mentale, sin dai primi anni.

Ho desiderato raccontare un anno di vita di una quinta elementare del piccolo paese umbro dove insegno da molti anni perché ascoltando nascere giorno dopo giorno parole ed emozioni, ragionamenti, ipotesi e domande che emergevano dalle voci delle bambine e dei bambini con cui ho lavorato per cinque anni, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a scoperte preziose, che ci aiutano ad andare verso la sostanza delle cose e verso l’origine più remota del nostro pensare il mondo.

Abbiamo dedicato l’intero anno a ricercare intorno a ciò che accadde nel Mediterraneo greco tra il 600 e il 200 prima della nostra Era. Un tempo in cui molti neonati affollarono quella culla. Il sorgere della matematica, i primi passi del pensiero scientifico, l’invenzione dell’alfabeto fonetico e della democrazia, la pratica del teatro e l’apparire della filosofia e del dialogo come fonti di conoscenza ci hanno accompagnato in questo nostro viaggio.

Poi, improvvisamente, un accadimento inaspettato e terribile ha segnato il nostro percorso perché a Giove, un pomeriggio di febbraio, un bambino di seconda elementare è morto soffocato, mentre si stava costruendo un’altalena sulle scale di ferro della casa della nonna. Questa tragedia ha colpito la scuola, il paese e tutti noi, scuotendoci profondamente e rimescolando molti nostri pensieri. L’avere costruito negli anni una consuetudine di ascolto non ha certo attenuato la nostra sofferenza, ma ci ha permesso di incontrare il tema della morte senza ritrarci.

Ora che ho terminato di riordinare la trascrizione dei nostri continui dialoghi, delineando il contesto in cui sono sorti e raccogliendo esitazioni, incertezze e passaggi di questa nostra avventura pedagogica, mi rendo conto che l’intento che mi ha spinto a raccontare sta nel desiderio di affermare con forza che i bambini devono essere ascoltati, perché di fronte al bello, alle difficoltà e anche alle tragedie della vita, sono capaci di nitidezza ed autenticità rare, che credo faccia bene a tutti incontrare.

Janusz Korczak, il medico e maestro ebreo polacco che accompagnò i suoi piccoli allievi fin nel lager nazista, scriveva: “E’ faticoso ascoltare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.”

 

 

Prezzo Euro 14,00

Franco Lorenzoni

I bambini pensano grande Cronaca di una avventura pedagogica

Sellerio editore Palermo

 

SCHEDA DI COPERTINA
«Ho desiderato raccontare un anno di vita di una quinta elementare del piccolo paese umbro dove insegno da molti anni perché ascoltando nascere giorno dopo giorno parole ed emozioni, ragionamenti, ipotesi e domande, che emergevano dalle voci delle bambine e dei bambini con cui ho lavorato per cinque anni, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a scoperte preziose, che ci aiutano ad andare verso la sostanza delle cose e verso l’origine più remota del nostro pensare il mondo». Nei dialoghi degli scolari su argomenti di un programma svolto ponendo questioni e lasciando elaborare soluzioni, intorno a temi che riguardano matematica, scienze, arte e storia, si ha l’impressione di ripercorrere l’evolversi della cultura umana. Si prova la meraviglia del nascere di un pensiero. Così questo libro, che contiene indicazioni concrete per un insegnamento innovativo, non è un burocratico manuale di didattica che si aggiunga a una fila troppo lunga. All’opposto ogni pagina trabocca di spontanea poesia, pur non indugiando in un’estetica compiaciuta del mondo incantato dell’infanzia. Nel diario di un anno di scuola, in cui ciascun allievo è protagonista di una ricerca comune, si mostra il cuore del dialogo didattico: «provare a dare forma al mondo». E una proposta pedagogica nuova, evidentemente capace di cercare un senso all’esistere e al far esperienza, diventa anche un avvincente racconto antropologico.