Arricchire il lessico è una questione di democrazia. Dare più parole a chi ne ha meno è la base di quel rimescolamento sociale necessario, tragicamente bloccato in Italia da decenni. Questo problema cruciale fu posto con ruvida precisione da un gruppo di ragazzi contadini, figli di analfabeti, esattamente 50 anni fa. A fornire loro le parole, su quella montagna isolata, c’era allora Don Lorenzo Milani nel suo ultimo anno di vita.

Il problema è che se le parole nuove che si incontrano non si usano, non si trova il modo di faticarci sopra scrivendole, inevitabilmente si perdono così come si perde il desiderio di faticare nel ragionare, se non ci sono luoghi in cui praticare l’arte del dialogo e del confronto, necessaria per capire qualcosa di più del mondo, degli altri e di noi stessi.

Pochi ricordano che, tra le origini della stesura collettiva della famosa “Lettera a una professoressa”, ci fu una corrispondenza tra i ragazzi del Mugello e i bambini di Mario Lodi, iniziata quattro anni prima. Quando Lodi si recò in visita a quella particolarissima scuola nell’estate del 1963, Don Milani fu molto colpito dall’idea della corrispondenza scolastica praticata dal maestro di Piadena e colse al volo quella possibilità, virandola a suo modo. In uno scritto che accompagna il primo invio di lettere, Milani racconta a Lodi in cosa consista l’impegnativo lavoro di “scrittura collettiva” che stava sperimentando a Barbiana. Decidendo di raccontare in quella prima lettera il perché del loro andare in una scuola così esigente e particolare, 365 giorni all’anno senza feste e ricreazioni, ecco come si organizzarono:

“1° giorno: un intero pomeriggio, cinque ore, a disposizione per comporre liberamente una lettera. 2° giorno: un pomeriggio a leggere ad alta voce i lavori e appuntare su foglietti idee ed espressioni felici. 3° giorno: una mattinata a riordinare i foglietti su un grande tavolo per dare loro ordine logico e fissare uno schema di lavoro. 4° giorno: pomeriggio a rifare la lettera secondo lo schema comune. 5° giorno: mattina e sera, tutti insieme a leggere ad alta voce i singoli lavori e stabilire il testo comune con le migliori espressioni (il testo è di 1128 vocaboli). 6° giorno: testo accettato perché ognuno abbia lo scritto davanti a sé un intero pomeriggio con la produzione di annotazioni a margine, correzioni, aggiunte di proposte. 7° giorno: mattina e sera: proposizione dopo proposizione, ciascuno fa le correzioni. 8° giorno: idem. 9° giorno: idem. 10° giorno: testo definitivo composto da 823 parole, 305 parole in meno, ma arricchito da molti concetti nuovi. I piccoli trovano qualche volta soluzioni migliori dei grandi”.

Si può dissentire da alcune rigidità e integralismi presenti in Don Milani ma il peggior tradimento sarebbe fare di lui un santino, approvato da tutti a parole con grande ipocrisia. L’unica accusa che proprio non si può fare è attribuirgli una surreale postuma paternità di una scuola facile e permissiva, che non boccia e non si cura dell’istruzione dei ragazzi.

La promozione di tutti era certo il suo credo, ma con estrema coerenza il priore di Barbiana sapeva bene quanto è difficile e impegnativo sottrarre alla povertà culturale chi vive ai margini della società. Il suo “pieno tempo” di scuola e cultura, costruito con alchimia irripetibile con i ragazzi del Mugello, credo abbia ancora molto da insegnare a chi si spende in educazione fuori e dentro la scuola, nelle periferie urbane di oggi, con i nuovi poveri ben diversi da quelli di allora.

E’ molto interessante rileggere oggi quella “Lettera”, soffermandosi anche sui tanti dati che raccoglie. Quelle statistiche raccontano molto dettagliatamente come nel nostro paese, in pieno boom economico, la scuola continuava a fare “strage di poveri”. Confrontando quei numeri con ciò che accade oggi, scopriremo che in un mondo radicalmente cambiato, resta invalicabile nel nostro paese il bocco a ogni ascesa e rimescolamento sociale.

I ragazzi che oggi smettono di studiare hanno caratteristiche del tutto diverse rispetto agli allievi del prete del Mugello. Vivono la loro forzata inattività circondati da gadget e cellulari, vittime inconsapevoli fin nell’intimo di forme di povertà diverse, in cui si intrecciano situazioni di precarietà familiare o di indigenza con povertà culturali e relazionali sempre più diffuse, derivanti da ragioni sociali e ambientali, forse ancor più difficili da contrastare. Su questo sarebbe interessante interrogarci e trovare le forme per reagire, perché quegli oltre 2 milioni di ragazzi, in prevalenza maschi, che pur non lavorando hanno deciso di smettere di studiare pongono questioni a cui non possiamo non tentare di dare risposte. 

Se si rilevano difficoltà di scrittura nei giovani - e anche tra chi ambisce andare ad insegnare - forse dovremmo domandarci se abbiano mai avuto la possibilità, nei 13 anni di scuola e 5 di università, di trascorrere 10 giornate di intenso corpo a corpo con la lingua e il senso della scrittura, come quelle proposte ai suoi ragazzi da Lorenzo Milani per scrivere una lettera. Se la scuola non è mai riuscita in Italia ad essere incubatrice di vocazioni, coma auspicava Calamandrei, ciascuno di noi dovrebbe porsi qualche domanda spietata e provare a fare la sua parte, accademici compresi.

 

 

Articolo pubblicato il 5 marzo 2017 nell’inserto culturale domenicale de Il Sole 24 ore