L’ascolto di un padre attento

di Franco Lorenzoni

 

L’infanzia è un’invenzione relativamente recente. E’ solo da un paio di secoli che bambine e bambini vengono considerati pienamente come esseri umani e da ancor meno tempo esseri portatori di diritti. Diritti assai frequentemente disattesi e violati in diverse latitudini.

Questo libro narra di un’altra invenzione, recentissima e ancora non troppo diffusa, che è quella del padre attento, capace d’ascolto, che dedica ore del suo tempo ad ascoltare il figlio nei suoi primi anni di vita.

Nell’ondivago andirivieni di conquiste e perdite culturali in cui si dibatte ogni generazione, penso che la messa in discussione dei ruoli di genere, propugnata con radicalità dai movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, abbiano aperto la possibilità a tanti giovani padri di essere più vicini e curiosi verso i figli nei loro primi anni di vita, come mai era accaduto in passato.

Mio padre, ad esempio, ci rivelò un giorno candidamente che nostro figlio era il primo bambino che aveva ascoltato e con cui aveva giocato. Per gli uomini generazione di Piero Calamandrei, infatti, i bambini apparivano al loro orizzonte solo quando parlavano speditamente e si poteva interloquire con loro, una volta raggiunta quella che un tempo si chiamava età della ragione.

L’ipotesi di Piero Calamandrei, che è all’origine della scrittura di questi colloqui, sta in un radicale rovesciamento di sguardo: ciò che osserva con interesse il padre in suo figlio dai tre ai cinque anni, non è tanto ciò che apprende crescendo, ma piuttosto la libertà di pensiero e sentimento delle cose del mondo che il piccolo Franco inesorabilmente perde, giorno dopo giorno. Da qui l’esigenza di documentare, con precisione da entomologo, qualcosa di prezioso che sfugge, riassunta nella frase con cui termina lo scritto: “Franco, tu parli ormai come parliamo noi grandi: come parlano le signore nei salotti, come parlano i deputati in parlamento… Che malinconia!”

Piero, che evidentemente ama e dà valore alle parole, concentra gran parte della sua attenzione al linguaggio di suo figlio Franco perché è attraverso gli strampalati modi d’uso di quei suoni che prova ad avvicinarsi ad un pensiero e a un modo di guardare le cose che si va formando. E poiché i bambini mimano il mondo, prima di compiere l’azzardo di provare a dargli voce, è anche ai gesti, agli sguardi, alle imbronciature e ai rapidi cambi d’umore, che il padre fissa la sua attenzione.

Negli anni in cui Jean Piaget a Ginevra sottoponeva i suoi figli a prove sistematiche di logica e linguaggio attraverso esperimenti e domande, Piero Calamandrei, tornato in Toscana dalle trincee della prima guerra mondiale, dedica settimane e stagioni all’osservazione attenta, puntuale e poetica, dei primi passi nel mondo di suo figlio Franco.

Lo sguardo che trapela in queste pagine ha diversi sapori. C’è il padre che si lascia andare ai giochi che gli propone il piccolo Franco e l’uomo pensoso che osserva anche il più minuto comportamento infantile come metafora per tentare di afferrare il senso della vita. C’è il soldato ferito nell’anima da una guerra di cui ha vissuto atrocità e assurdità e il giovane giurista alle prese con le inique leggi del mondo.

Ma tutto ciò rappresenta solo lo sfondo, la cornice, perché la ragione e il senso di queste pagine sta nelle righe in corsivo in cui Piero trascrive le parole di suo figlio.

Sappiamo bene che la fedeltà di ogni trascrizione dall’orale allo scritto è sempre relativa e lo è ancor più quando si tratta delle espressioni di un bambino. I bambini, infatti, intuendo d’essere stranieri in patria assai poco compresi, accompagnano le loro prime vocali e sillabe provvisorie con suoni ed espressioni e facce e gesti che tentano di colmare il crepaccio che separa mondi del tutto differenti. E allora Piero, ben consapevole di quanto suo figlio si stia muovendo in un territorio tutto suo, s’ingegna a sperimentare diversi e fragili equilibri, che possano tendere e agganciare alla roccia quel precario ponte tibetano che lo congiunge al figlio.

 

Il canto di un uccello, il pensiero di un bambino.

 

Ci troviamo tra Firenze e la campagna toscana e la natura è il primo luogo che i nostri due scelgono di abitare, per dare spazio ai loro tentativi di incontro.

Ascoltando ad esempio un cuculo, che è l’uccello che con più precisione emette il verso che gli uomini fanno imitando il suo canto, Franco domanda: “Babbino dov’è quetto bambino che fa cu-cu?” Piero, assorto in altri pensieri, al momento non risponde. Ma quando ricorda e annota la domanda del figlio, scrive: “No no, non crediate ch’io sia così presuntuoso da tentar di scrivere com’essi fanno a cantare: noto soltanto che mentre, in quella dolce freschezza campestre, sto a sedere nell’erba folta della viottola con Franco che mi trotterella d’intorno in cerca di margheritine, il divino gorgheggiare di usignoli che sale e si intreccia dalle molte valli mi si trasforma a poco a poco, tanto esso si immedesima con quel paesaggio in quell’ora, in una maldefinibile sensazione visiva; se chiudo gli occhi, il canto mi appare come qualcosa di verde, di rampicante, di zampillante; come un agilissimo  intrecciarsi di quei teneri viticci verdi chiari, morbidi come la seta…”

Si può descrivere il canto di un uccello? Si può entrare nella mente di un bambino?

Il tratto che maggiormente commuove, seguendo passo passo il tentativo di Piero di dare voce ai pensieri di suo figlio, sta nell’esitazione, in quel no, no, non crediate con cui si schernisce perché, se per descrivere il canto di un uccello non abbiamo altro che metafore e azzardi sinestetici e quel canto continua a sfuggire alle nostre parole, cosa ci permette di avvicinarci con la delicatezza necessaria a un pensiero che nasce, a quell’intreccio di rimandi e rappresentazioni che si va creando nella mente di un bambino?

 

La reciprocità, regina del pensiero infantile.

 

I bambini vivono oggi contornati di oggetti, giochi, schermi e marchingegni tecnologici del tutto diversi da quelli che circondavano Franco quasi cent’anni fa, eppure alcune azioni e giochi che compiono, sono assolutamente identici e delineano tratti di quella che potremmo chiamare cultura infantile.

Una cultura capace di mescolare la parte con il tutto, mutare uso e significato alle cose, intrecciare ciò che i grandi separano e, soprattutto, nutrirsi con maestrìa di quella sospensione di incredulità che è alla base di ogni arte e di ogni possibilità di godere dell’arte.

Ecco ad esempio il gioco di prestigio che mette in atto da Franco per dar da bere a sua mamma.

“Franco è un gran mago che sa trarsi d’ogni impaccio perché le cose nella sua mano si trasformano secondo il bisogno”, annota Piero. Così il burattino Piipicchièo diventa casa e poi bicchièe, per rispondere alla sete della mamma. Se il bicchiere è vuoto, il legnetto diventa una bottiglia e poi un paio di forbici, perché nel frattempo Franco è montato su suo padre e oa, babbino, ti fazzo i capèi.

La continua trasformazione degli oggetti nell’ininterrotto teatro con cui i bambini si sforzano di stabilire precarie armonie tra le cose del mondo e i loro desideri, ha la reciprocità come elemento obbligatorio, come in certe metamorfosi oniriche.

“Così Franco ricorda di aver visto sul Lungarno che uno di quei pescatoi ha peso un pesse pizzino così: ea un pessecane… e dunque anche lui, una volta tornato a casa, afferrando un cavallino rotto che ha solo due gambe, dopo averlo baciato sul muso afferma deciso: ho pescato un pesse-balena: è un pesse bono, che mi ha dato un baso.”

Reciprocità ancor più evidente nel più classico dei giochi dei bambini di tutto il mondo, che sta nel nascondersi il viso con le mani ed essere certi che a quel punto nessuno ci vedrà.

 

Il teatro delle mille trasformazioni

 

Nella progressiva stratificazione di notazioni acute e poetiche, il linguaggio di Piero Calamandrei ha la capacità di far precipitare chi legge in una sorta di vertigine per cui, a un certo punto, a furia di tentare di avvicinarci al mondo misterioso di suo figlio, viene anche a noi il desiderio di possedere l’arte magica del trasformare le cose.

Franco, di fronte al suo legnetto divenuto bicchiere, s’accorge a un tratto che si è svuotato e dunque, senza porre alcun tempo in mezzo, ecco che trasforma quello stesso legnetto in bottiglia capace di riempire se stesso bicchiere e poter dare felicemente da bere alla mamma. In questa semplice e geniale intuizione generosa, troviamo forse una traccia remota dell’origine dell’inventare storie, arte che alcuni connotano come preziosa possibilità di rendere più sopportabile il nostro mondo, in cui i bicchieri vuoti non sanno riempirsi da soli, mutandosi in generose bottiglie piene da svuotare.

L’intera letteratura, ci suggerisce Franco con la sua invenzione inconsapevole e il suo gesto, ci piace perché ha il potere di trasformare lo sguardo che noi abbiamo sulle cose. Non serve dunque solo per tentare di comprendere il mondo, ma anche per fantasticare e provare a costruirne altri, di mondi.

 

La nascita della nostra concezione egocentrica dell’universo.

 

Piero procede per tentativi, collezionando osservazioni puntuali, insaporite da un’ironia sottile capace di rovesciare e irridere convenzioni e convinzioni che ammorbano il mondo adulto, ossificato nelle sue “riposanti opinioni”.

La sincera ingenuità di Franco  permette a Piero di mettere in rilievo pensieri ben radicate nello spirito umano, come in questa conversazione che intitola: “Concezione egocentrica dell’universo”.

“A un tratto - scrive Piero - mentre il treno è fermo a una stazione che Franco osserva con la consueta ammirazione, egli mi domanda:

  • O sai, babbino, pecché ce’e hanno fatte’ e’ttazioni?
  • Io veramente non lo saprei… dimmelo tu.
  • Ce’e hanno fatte pecché Fancoino ‘e vede quando va a Fienze.

Ecco, caro Franco, io non oserei giurare che proprio questa sia stata l’intenzione di Sua Eccellenza il Ministro dei Trasporti; ma insomma, io non mi sento neanche il coraggio di confutare apertamente la tua candida fede, la quale del resto va così bene d’accordo con la riposante opinione, accettata da tutte le persone ben pensanti, che l’uomo è il re del creato, e che il buon Dio ha fatto il sole per illuminargli la strada e le galline per guarnirgli la mensa nei giorni di festa”.

Seguendo una delle tante storie di treni un giorno veniamo trasportati nel mondo incerto dei sogni, perché l’ascolto - questa volta di parole nel sonno del piccolo Franco - danno modo a Piero di trovare “una riprova chiara e, diciamo così, geometrica” della “genesi dei sogni”. “La bizzarria di certe visioni che ci appaiono dormendo deriva quasi sempre dall’irrazionale ravvicinamento dei più disparati pezzetti di realtà quotidiana, che il sogno combina in singolari ibridismi”, scrive Piero. E, per dimostrare questa sua convinzione, narra un episodio esilarante.

Il figlioletto nutre “una passione violenta e insaziabile per il treno, per questa meraviglia che supera tutte le meraviglie dell’universo, e che, da quando Franco ha potuto ammirarla per la prima volta, gli ha dipinto nella fantasia, come ideale di umana felicità, un dolce paese benigno, abitato soltanto da locomotive e da ferrovieri; d’altra parte c’è ora una passione, d’ordine più materiale, ma non meno irresistibile della prima, che è quella di leccare i mescoli in cucina”. Così, “in casa nostra l’avvicinarsi del desinare non è preannunciato, come nelle case dei signori, da un suono di campana, ma dalla voce piagnucolante di Franco che, sulla porta della cucina, mugola metodicamente: “Mi fai leccàe… mi fai leccàe…”. I treni, dunque, sono l’ideale, i mestoli la realtà: anima e corpo, spirito e materia. Orbene, stanotte ho sentito dalla stessa bocca di Franco com’egli è riuscito a metter d’accordo in un’unica aspirazione queste due passioni che parrebbero così discordanti”. Mentre dormiva “a poco a poco il mugolio s’è fatto parole: e ha detto senza svegliarsi:

- Mammina, mi fai leccae i’ vvvagone…

Così Franco, mediante quell’espediente che retori chiamano “contaminatio”, è riuscito ad ottenere nel sogno quella conciliazione verso la quale l’anima umana si affanna invano da che mondo e mondo: la conciliazione tra la realtà e l’ideale”.

Intorno alla relazione tra sogno e pensiero infantile, che Calamandrei tratta con parole divertite in cui si intrecciano notazioni ironiche e intuizioni epistemologiche di più vasto respiro, c’è una ricerca aperta i cui risvolti pedagogici sono di grande rilievo.

 

Inconscio e pensiero infantile.

 

Alessandra Ginzburg, in un piccolo libro intitolato “L’inconscio nella pratica educativa”, mette in luce alcune assonanze tra la logica dell’inconscio e alcune costanti del pensiero infantile, elaborando interessanti proposte educative a partire dagli studi che lo psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco aveva condensato in un libro sulla bi-logica, intitolato “L’inconscio come insiemi infiniti”.

Alla fine degli anni Settanta, all’interno del Movimento di Cooperazione Educativa romano, si andarono affinando alcune pratiche educative fondate su una rinnovata attenzione verso i modi di pensare di bambine e bambini, già messi in luce da Maria Montessori. A dare impulso a quella ricerca - insieme teorica e pratica - c’era l’esigenza di immaginare spazi e tempi capaci di accogliere tutti i bambini perché in quegli anni, per la prima volta in Italia, la scuola pubblica si apriva a bambine e bambini portatori di disabilità.  Impegnata con altri nella lotta politica e culturale che rese possibile quell’apertura, Alessandra Ginzburg condusse una ricerca che coinvolse per anni un nutrito gruppo di maestre della scuola dell’infanzia e fu in quel contesto di grandi rivolgimenti che si elaborò e sperimentò una pedagogia dell’ascolto, fondata sul principio che prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo - e con grande cautela e rispetto per l’integrità e la coerenza di quel mondo - è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più ed efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto aperto e un colloquio vivo tra modi di guardare il mondo profondamente diversi.

Ora, per prepararsi a quel tipo di ascolto si doveva mutare il proprio punto di vista e, infatti, le insegnanti della scuola dell’infanzia coinvolte in quella ricerca, si formarono dando vita a incontri e laboratori di autoriflessione e autocoscienza, capaci di mettere profondamente in gioco chi vi partecipava. Si trattava infatti di scoprire come nel nostro pensare ed anche nei nostri ragionamenti più astratti, la logica razionale si intreccia sempre, inevitabilmente, con la logica simmetrica dell’inconscio, dando vita a una bi-logica, che mescola e intreccia piani diversi, abolendo il principio di non contraddizione.

Essere consapevoli delle continue interferenze dell’inconscio nel nostro pensare il mondo permetteva, a noi giovani educatrici ed educatori in formazione, di ascoltare bambine e bambini dando dignità ai loro ragionamenti e alle loro ipotesi fantastiche, anche quando apparivano distanti dalla nostra logica adulta.

Bambine e bambini, come il piccolo Franco nel sogno ascoltato da Piero, rivelavano modi di pensare del tutto diversi dai nostri, con cui era necessario colloquiare e venire a patti perché, come non si stancava di ripeterci Alessandra Ginzburg, l’emozione è la madre del pensiero, sempre.

E dunque, se vogliamo dare dignità a ogni espressione infantile, dobbiamo attenuare l’incessante giudizio adulto e lasciare che emergano liberamente pensieri e parole da quel territorio misterioso, in cui logica e inconsapevolezza incontrollabile si intrecciano inscindibilmente.

Per aprirci ai modi altri del pensiero infantile, che sono fuori di noi e insieme appartengono alla nostra memoria profonda, ci muovevamo con il corpo, cercando di aprire i diversi sensi e tutti noi stessi, credendo ai giochi che via via andavamo facendo, proprio come fanno bambine e bambini.

Così abbiamo scoperto che nella trama del nostro pensare e ragionare da adulti si nasconde un ordito più arcaico, composto da fili che provengono dall’inconscio ben più di quanto generalmente riteniamo, e che i confini tra le associazioni che legano i nostri pensieri diurni e le sequenze di immagini che popolano i nostri sogni non sono poi così netti.  

Oggi, nel curioso andirivieni delle mode pedagogiche, fa sorridere il fatto che da qualche anno tutti parlino di emozioni, da quando alcune scoperte nel campo delle neuroscienze insieme a pubblicazioni uscite da numerose università statunitensi, sembrano aver dato finalmente dignità teorica al peso delle emozioni nell’attività educativa, nota peraltro ad Atene, qualche millennio fa. 

Mi è tornata alla mente questa esperienza perché ben prima e in tutt’altro contesto, Piero Calamandrei fu a suo modo acuto sperimentatore di una sua personale pedagogia dell’ascolto ed è particolarmente interessante tornare a leggere questi colloqui oggi, perché capaci di dare respiro e nutrimento a coloro che si cimentano nell’educazione di bambini e ragazzi a scuola e a casa.

Ciò che differenzia questi colloqui da precedenti trascrizioni di pensieri infantili - la più illustre delle quali è certamente quella raccolta da Leone Tolstoj nella sua scuola di Jasnaja Polyana - è il loro carattere familiare. Salvo qualche apparizione fugace della mamma, infatti, i colloqui si svolgono esclusivamente tra padre e figlio e vale la pena soffermarci questo loro carattere duale - raro tra un adulto e un bambino - perché tra le tante eredità di cui siamo debitori alla Grecia antica, non abbiamo saputo accogliere nella nostra lingua, e probabilmente in tanto nostro vivere quotidiano, la parola duale, che nomina una terza possibilità che si situa tra il singolare e il plurale, così necessaria all’arricchimento delle relazioni e della comprensione umana.

Piero Calamandrei, aiutato dallo sguardo e dalle parole del figlio, ha l’accortezza di non prendersi mai completamente sul serio, perché capace di guardare alle vicende della vita sempre da due punti di vista. Ed è proprio questo continuo accostamento tra i pensieri di un adulto e di un bambino, che dà a queste pagine una lievità ed ironia capaci di fare da  contrappunto a considerazione amare e a volte tragiche sulla condizione umana, come quelle che riguardano la guerra appena conclusa, in cui risulta evidente anche un altro aspetto rilevante dei colloqui, che si tratta di conversazioni tra maschi.

 

Maschi in guerra.

 

Un giorno Piero, di fronte a un suo ritratto da soldato, ascolta il figlio dire:

“-  Quando sono grande compro un fusile, compro una brizichetta, prendo quella strada lì e vado alla guerra dove si ammazzano gli òmini”.

Piero riflette sul fatto che, pur avendo sempre descritto al figlio la guerra come “un’oscura follia piena di orrori” lui senta “istintiva, in fondo al suo piccolo cuore, una voluttà di questa triste cosa “dove si ammazzano gli òmini”, e ne parli come di una felicità che l’avvenire ti riserba”.

Il padre riflette che anche lui giovinetto era “pieno di quella vaga nostalgia di eroismo che ogni adolescente cela nel cuore”. Ma poi la guerra, “venne davvero, diversa da come me l’ero immaginata un tempo”. Memorie più lontani prendono così il sopravvento, portando Piero a ricordare quando, nel momento della nascita di Franco, un colonnello - “babbo anche lui” - gli concesse la licenza per potere venire a dare a suo figlio “il primo saluto , che poteva essere anche il solo”.

Le considerazioni che seguono sono particolarmente amare per Piero, che conclude il capitoletto scrivendo “pare che questa sia la legge del mondo: che ogni tanti anni la guerra debba tornare, a risvegliare negli uomini infiacchiti la forza di dare la vita per quelli che verranno…”

E’ difficile da condividere oggi l’idea che si debba mostrare coraggio, dando la vita in guerra per quelli che verranno, ma fa impressione ricordare, con il senno di poi, quanto profetica fosse quella frase, perché Franco, poco più di vent’anni dopo, partecipò in prima persona alla resistenza e alla lotta armata contro il nazifascismo.

Noi che leggiamo oggi, tuttavia, vorremmo fermarci tre righe più su, facendo nostra l’illusione e la speranza di Piero, che afferma: “qualcuno ha fatto la guerra per amore dei suoi figli, nell’illusione che fosse l’ultima, e che dopo il mondo rinsavisse per sempre”.

 

La triste incapacità di sostare nel presente.

 

C’è un’immagine dell’Upanishad, molto amata da Jerzy Grotowski, in cui appaiono due uccelli su un albero. Uno becca, l’altro guarda. L’unità di questi due aspetti, che il regista polacco chiama Io-Io, è metafora della coscienza trasparente, della possibilità di “non limitarsi a esistere solo nel tempo”, perché l’uccello che è sul ramo leggermente più in alto appare come “uno sguardo immobile, una presenza silenziosa, come il sole che illumina le cose – e basta”.

Questa immagine del grande poema indiano mi è tornata in mente perché nelle pagine di questi colloqui c’è un uomo che gioca con suo figlio e scherza e risponde alle sue parole, ma lo accompagna sempre, costantemente, un altro uomo che pensa e ragiona distaccandosi dal tempo, quasi che tutto ciò che accade tra padre e figlio altro non sia che una possibilità di indagare più sottilmente intorno a come vadano davvero le cose del mondo e a come preda forma in noi la natura umana.

Nel dare respiro e illuminare tanti dettagli del comportamento infantile non c’è alcuna concessione romantica a un’idea mitica di bontà dell’infanzia. Bambine e bambini non sono meglio di noi. Ciò che li differenzia sta nell’incessante capacità di stupirsi e appassionarsi a ciò che di nuovo incontrano e mutare le loro opinioni e fare pace. Qualità vive in loro, che noi abbiamo in gran parte perduto.

 “Ciò che è lecito invidiare nel fanciullo - scriveva Pier Paolo Pasolini in un articolo del 1947 - è solo l’attendibilità della prima volta”.

Ecco, l’attenzione a questa attendibilità è massima nelle osservazioni di Piero, preciso nel registrare ogni segno rivelatore riguardo a come si vada formando la stoffa umana di cui siamo fatti.

“Franco seduto a tavola durante il pranzo dà in miniatura la fedele immagine di quella affannata corsa verso un sogno che sempre s’allontana, nella quale consiste dalla nascita alla morte la vita degli uomini”. Il timore di non ricevere la pietanza desiderata o di non riceverne ancora si condensa nella domanda incessante: “E oa cosa c’è? E oa cosa c’è?”. Nell’incapacità di sostare nel presente di suo figlio, Piero constata che “non gode mai di quello che ha, e affannosamente aspira a quello che non ha: l’eterna tragedia umana in un bambino di tre anni”.

Fa da contrappunto alla sconsolata comprensione dell’uomo adulto verso il piccolo uomo incapace di attendere, il comportamento più fattivo e concreto della moglie di Piero. La mamma consola il piccolo Franco rassicurandolo che lei pensa sempre a lui. Così, con il suo affetto e una presenza attenta, dà la possibilità a Franco di attenuare le sue ansie, almeno fino al momento in cui, pur avendo rinunciato al suo solito pianto, la sua fede vacilla e “mormora, con un filo di voce:

Mammina dimmi “penso anche a te”…”

Così, anche riguardo all’attesa ansiosa del piatto successivo, la mamma ottiene qualche risultato, ma la conquista è di breve durata, perché un giorno i due genitori lo osservano “serio e pensoso, come se un secreto dolore lo tormentasse”. “Gli domandiamo che si sente: ed egli dopo un po’ di esitazione, risponde con un sorrisino mortificato:

Mi viene in mente di dìe “cosa c’è”

Comincia così, anche per Franco, la lotta contro il Maligno, che zitto zitto lo insidia mentre egli vuol essere obbediente alle parole materne”.

 

Per una scuola incubatrice di vocazioni

 

Il racconto di Piero è concentrato nell’osservazione di suo figlio. Ma noi, leggendo delle imprese del piccolo Franco, non possiamo non pensare a tanti altri bambini a noi più vicini, perché la qualità di un testo letterario sta nella capacità di far arrivare una voce lontano nello spazio e nel tempo, dandoci la possibilità ascoltarla e rispecchiarci anche a un secolo di distanza.

Silvia Calamandrei, figlia di Franco, ricorda in uno scritto che in quegli stessi anni Piero, pur lavorando all’Università di Siena, “fece frequenti soggiorni a Montepulciano, dove si impegnò sul fronte della scuola primaria e dell’educazione degli adulti, propagandando l’attività del “Gruppo d’azione per le scuole del popolo”, costituitosi a Milano tra maestri elementari”.

Quell’impegno e quella convinzione portò Calamandrei a difendere con forza, nel suo ruolo di costituente e negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, la necessità di una scuola pubblica di qualità per tutti, convinto com’era che la scuola costituisse “il più importante dei diritti di libertà” e la “fondamentale garanzia di liberazione sociale”.

In queste pagine possiamo rintracciare, nella tenerezza e nell’attenzione verso suo figlio Franco, una delle sorgenti di quel suo impegno civile per una scuola unica, capace d’essere “incubatrice di vocazioni”. Scuola capace di promuovere quel “ricambio sociale che è la vita stessa della democrazia”, così lontano dall’essere raggiunto nel nostro paese ancor oggi, a cinquant’anni dalle accorate denunce di Don Lorenzo Milani e dei suoi ragazzi del Mugello. Scuola che, in uno scritto per “Il ponte” del gennaio 1946, Calamandrei paragona all’acqua dove vive la vallisneria, “singolare pianticella palustre, radicata nel fondo degli stagni”. “Ogni pianta a primavera spinge attraverso l’acqua che la ricopre un sottile tentacolo a spira che continua a sgrovigliarsi fino a che non trova l’aria: e li si affaccia e fiorisce. E tutta la superficie dello stagno appare allora, per chi la guardi dall’alto, come un continuo prato fiorito, fino al quale il popolo subacqueo, condannato a viver nel fondo, spinge i suoi vertici incaricati di reclamar per breve ora la sua parte di sole”.