di Franco Lorenzoni

 

a Lidia Tarantini,

che mi ha fatto sentire a casa

 

Aurora è una bambina schiva. Guarda l’agitato muoversi dei compagni con occhi attenti, che sembrano guardare ogni cosa da lontano. Se le domando cosa pensa di ciò che stiamo facendo insieme, sorride imbarazzata ed esita a rispondere, come attendesse il giungere delle parole da chissà dove. Forse proprio per questo è capace a volte di affermazioni nitide e sorprendenti come la mattina d’autunno in cui ha detto: “Il nido è tutto il mondo”. Stavamo osservando diversi nidi di uccelli, portati da bambine e bambini della seconda elementare e Aurora, dopo avere dato con semplicità la sua definizione di nido, ha aggiunto: “Per me il nido è praticamente tutto.”

L’affermazione mi è parsa così bella che, alla fine dell’anno, ho proposto di utilizzarla come titolo alla nostra mostra di composizioni con elementi naturali, che illustrava e cercava di narrare una ricerca durata tutto l’anno, partita dal nostro osservare la bellezza dei nidi, nati dalla cura con cui gli uccelli compongono le loro provvisorie case circolari.

Mettere un oggetto accanto a un altro e a un altro ancora, scegliere elementi naturali o cose, osservando la forma che nasce da quelle composizioni, è uno dei giochi che spontaneamente fanno i bambini fin da piccolissimi. Talvolta in quelle composizioni i bambini entrano, con il corpo o l’immaginazione, e allora diventano case, come se l’atto del cercare un ordine, una forma o una figura dia, a chi sta operando, la sensazione di ritrovarsi a casa, o come se ogni esplorazione fosse, nell’infanzia, anche e spesso un ritornare a casa, in un luogo protetto dove sentirsi tutti interi.

 

La casa del grande fratello a scuola

 

Quindici anni fa, al tempo della prima edizione del “grande fratello”, bambine e bambini della quinta elementare in cui insegnavo trascorsero diverse settimane a giocare a mettere in scena, in ogni momento libero, una loro versione di quella scellerata trasmissione. Io, che dalla prima elementare facevo teatro con loro, a vederli fare quel gioco mi avvilivo ogni giorno di più. Ma un mattino, superando la mia diffidenza un po’ snob verso quelle loro messe in scena, mi sono messo ad osservarli con più attenzione. La bambina più saputella e un pizzico arrogante si era scelta la parte di Irene Bignardi, allora giovane conduttrice, mentre il bambino più paffuto e simpatico, impacciato nei movimenti e con qualche difficoltà nell’imparare, si era trasformato nel cane della casa. Ambedue avevano così schivato l’umiliazione delle nomination, che è il fulcro rovente di quella perfida corrida. Gli altri, con l’indifferente giocosità di cui sono capaci i bambini, che credono e non credono al tempo stesso nella finzione a cui partecipano giocando, entravano e uscivano da quella casa litighicchiando un po’, ma senza prendersi troppo sul serio.

Tornando a casa mi chiedevo cos’è li attraesse così tanto in quel gioco.

Il tema dell’esclusione, il non venire scelti per delle confidenze, per un gioco o in una squadra improvvisata, il non venire invitati a casa da un compagno o non essere preferiti tra gli amici accompagna come un’ombra molti accadimenti del tempo dell’infanzia. E dunque, forse, in prima approssimazione, mi viene da pensare che il gioco simbolico batte dove il dente duole. Osservandoli giocare con più attenzione, infatti, mi ero reso conto che pescavano da quella trasmissione di successo la possibilità di mettere in farsa alcuni loro piccoli e grandi dolori reali, affidando all’arbitrio della nostra Irene casereccia la loro fragile sorte.

La bambina che guidava le danze non interpretava infatti solo la conduttrice, ma anche il pubblico che da casa nominava ed espelleva gli ospiti dalla casa. Lasciandole accentrare questo esorbitante potere – temporaneo e “finto” ai loro occhi – si potevano concedere l’esperienza omeopatica di giocare a essere espulsi per gioco, sapendo che, come si esagerava troppo nel realismo dell’offesa, potevano sempre interrompere tutto e dire, come saggiamente fanno spesso i bambini più piccoli: “allora non ci gioco più!”. E infatti, puntualmente, il gioco si interrompeva bruscamente con un salutare e anarchico ammutinamento, non concesso agli abitanti della casa televisiva.

Qualche tempo dopo mi accorsi che anche una giovane supplente giocava, in un’altra classe, al grande fratello, mettendosi durante la ricreazione dietro alla lavagna e invitando i bambini che volevano ad andare da lei nel “confessionale” a condividere le loro confidenze. Superato lo sconcerto, ho provato tenerezza verso la collega, considerando con indulgenza quanto noi esseri umani, nei modi più diversi, si abbia bisogno di indossare una maschera e trovare una nostra parte, indossando un qualche costume e mettendo in scena anche gesti normali e quotidiani, come il sostare ad ascoltare i bambini che raccontano qualcosa di loro.

 

Casetta storta e casetta trasparente

 

Per anni ho proposto e praticato con i bambini a scuola una forma di teatro che fosse in qualche modo una restituzione di quello che andavamo indagando. Che affrontassimo le sofferenze patite da Galileo Galilei in quinta elementare, misurandoci con le parole di Brecht, o mettessimo in scena uno scontro surreale tra il mondo storto e il mondo dritto, come sto facendo quest’anno in seconda, partendo da una casetta che stava cadendo in giardino, la mia attenzione è sempre tesa a dare dignità e valore alle parole e ai gesti che suscitano nei bambini i temi più vari. Ciò che mi sta a cuore, infatti, non è solo dare la parola ai bambini, ma cercare di costruire spazi in cui i loro pensieri possano trovare dignità e respiro. E il teatro, comportando la necessaria ripetizione delle parole che si dicono, è un territorio particolarmente propizio all’approfondimento, perché permette di sostare a lungo dentro immagini, parole e storie. Quando lo si fa con convinzione, permette a ciascuno di entrare pienamente dentro al gioco, perché il teatro è fatto di corpi, voci, ritmi, sguardi e reazioni immediate.

La casetta di legno che sta nel nostro piccolo giardino a settembre era così storta che stava cadendo. Abbiamo deciso così di ripararla e, per farlo, abbiamo discusso di geometria e scoperto che i quadrilateri si storcono mentre i triangoli tengono. Gli architetti chiamano le diagonali che rinforzano le costruzioni i controvento, perché se si vuole costruire una casa che stia in piedi, ci vuole qualcosa che si opponga al soffio del lupo come nella storia dei tre porcellini, qualcosa che la tenga su. “Ci vogliono gli angoli dritti”, ha suggerito un giorno Andrea, quando siamo andati a comprare quattro diagonali di legno da avvitare ai pali che tengono su la nostra casetta.

Ma accanto alle nostre disquisizioni geometriche, l’argomento che più ci ha presi è stato il contrasto tra il dritto e lo storto perché quella ricostruzione, oltre a farci entrare nel mondo dell’architettura, ha trasformato la nostra catapecchia in splendido immaginificio, che non smetteva di partorire idee su fantastici mondi dove non solo nasi e orecchie e facce erano storti, ma “anche i neonati erano storti, come la luna” - come ha suggerito Ambra - e persino il sole era storto secondo Nisrin, e ancora mi domando come possa essere storta una sfera.

La casetta storta ha accompagnato a lungo molti pensieri delle bambine e dei bambini, permettendo ad Emilia, un giorno, di immaginare un casetta di vetro così trasparente da essere invisibile. Nel piccolo spettacolo teatrale nato dalla composizione delle loro fantasie, lei stessa è divenuta quella casetta trasparente e ora, scrivendo questi appunti, mi domando cosa succeda quando noi diventiamo le cose che immaginiamo. Perché è evidente e tutti sappiamo bene quanto ciò che partorisce la nostra mente sia parte di noi, ma cosa accade quando entriamo in quell’immagine, quando precipitiamo interamente dentro la casetta di vetro che abbiamo immaginato?

Da maestro elementare mi guardo bene dal giocare con la psicoanalisi, azzardando facili e superficiali interpretazioni di parole e gesti dei bambini. Ma poiché so che l’unica cosa davvero interessante che si possa cercare nel percorrere le strade della conoscenza sta nell’avvicinarci un po’ di più a noi stessi, non posso non notare corrispondenze tra le immagini che partoriscono i bambini e alcuni tratti dei loro caratteri.

Emilia è una bambina silenziosa, esile e bionda, che vive in un mondo tutto suo. Costruisce ogni giorno sul suo banco un paesaggio di oggetti che prendono vita e che le tengono compagnia, perché è evidente che, in alcuni momenti, desidera estraniarsi dal chiasso e dall’irruenza dei compagni volendo proteggere, senza alcuna ostilità, il suo essere quietamente altrove.

Ecco allora che, quando ho letto la sua storia sulla casetta trasparente, mi è venuto spontaneo di chiederle di mettere in scena e incarnare quella sua immagine perché sapevo che sarebbe stata una parte a cui lei avrebbe creduto senza difficoltà. L’ho fatto d’istinto, perché sentivo che Emilia abita davvero quella casetta di vetro e il nostro tentativo di teatro infantile ha l’ambizione di acchiappare al volo e provare a restituire qualche frammento di autenticità.

In questo caso c’è stato un gioco a due, tra me ed Emilia, dentro al contesto più vasto di un gioco collettivo, in cui ciascuno prova e propone, spesso inconsapevolmente, parti di sé per la propria parte, come fece lo scorso anno Manuel, un bambino piccolissimo venuto a scuola in anticipo, che ebbe l’ardire di battagliare con tutti in uno spettacolo dedicato ai lombrichi, di cui i bambini si erano appassionati. Manuel a casa battaglia davvero con i suoi fratelli in un contesto non facile, ma nel gioco del teatro virò nel comico i suoi incessanti scontri fisici casalinghi, costruendo una scena comica e surreale, in cui gli bastava indicare con il dito i compagni e loro crollavano a terra uno a uno, con grande divertimento di tutti.

 

Una casetta per il canto di Silvia

 

Anni fa, mentre giocavamo in un giardino all’italiana abbandonato e inselvatichito che confina con la nostra scuola, chiesi a bambine e bambini di 7 anni di farsi largo tra rami caduti ed erba alta e costruire ciascuno una sua casetta, stando in assoluto silenzio per circa mezz’ora. Alla fine di questa attività, in cui li avevo visti particolarmente impegnati nel comporre le loro minute costruzioni con materiali naturali, ci siamo ritrovati e abbiamo deciso di compiere un percorso, sostando come ospiti in ciascuna casa. C’era chi mostrava la disposizione che dava a sassi e foglie nuovi significati, chi raccontava piccole storie, chi più timidamente mostrava la propria piccola composizione schernendosi.

Silvia, una bambina rumena a cui non piaceva tanto affrontare la fatica dello studio in classe e che spesso sfuggiva ai compiti giocando di continuo con piccoli oggetti sotto al banco, stupì tutti noi perché aveva costruito con grande cura, sotto un albero, una piccola casa di sorprendente bellezza. Serissima, quando ci ha accolto, ha cantato una canzone in rumeno e ci ha chiesto con decisione di cantarla anche noi. Era la canzone che cantavano nella scuola che aveva frequentato prima di venire in Italia e ha preteso che tutti noi la imparassimo.

Quella giornata è stata speciale, perché tutti abbiamo sentito che era arrivato il giorno in cui Silvia si è sentita davvero di entrare in classe, entrare a far parte del gruppo. Per una volta infatti lei, unica straniera, era riuscita a rovesciare le parti e ad insegnarci finalmente qualcosa, facendoci sperimentare un frammento della sua grande fatica con una lingua a lei straniera.

Non si sono certo risolte d’incanto le sue difficoltà, ma qualcosa da quel mattino è mutato, perché il modo in cui aveva vissuto il gioco del costruire casette aveva permesso a Silvia di ritornare per un momento a casa sua, trovando la forza di invitare anche noi a compiere una piccola parte del lungo viaggio che lei aveva fatto e che ogni giorno si trovava a rifare, verso un paese e una terra in cui non era ancora approdata.

 

Il gioco più antico

 

Osservando bambine e bambini ogni giorno, sempre più mi accorgo quanto il gioco simbolico evochi spesso ferite, mancanze o desideri non facili da vivere nella realtà. Così, ragionando sul teatro, che in fondo è il gioco del giocare alla vita, penso che forse affondi le sue radici nelle fatiche dell’adattamento.

I bambini, fin da piccolissimi, giocano spontaneamente al gioco del teatro e si immedesimano in oggetti e animali e personaggi prima ancora di imparare a parlare, prima di giocare con la lingua ed entrare in contatto con quell’elemento particolarissimo e propriamente umano, che sta nell’associare azioni e cose a dei suoni. Prima, appunto, c’è l’associazione tra gesti ed oggetti, tra facce e sentimenti, tra movimenti e senso.

Il linguaggio è il terreno obbligato perché i cuccioli dell’uomo riescano a entrare nel mondo degli adulti, staccandosi piano piano, con dolore, dalla pienezza di una presenza senza confini.

Il viaggio per andare lontano nel tempo e nello spazio inizia con il dare nomi ad elementi, azioni e sensazioni, che d’ora in avanti costruiranno il mondo parallelo del linguaggio. Ma questa esperienza del nominare in modo univoco le cose deve essere così sconvolgente, che i bambini piccoli sentono il bisogno di affiancare qualcos’altro che abbia una sostanza più concreta, e allora cominciano a trattare in modo originale e apparentemente assurdo spazi, oggetti e persone, facendoli divenire elementi del loro teatro immaginario.

Io credo che questo gioco - forse il gioco più antico - c’entri col fatto che i bambini non sono mai adatti allo stare dove sono capitati, dove sono caduti, precipitati. I bambini si devono sempre adattare. Nessuna bambina o bambino ha scelto i suoi genitori né la casa, la città, il paese e forse neppure il pianeta dove la loro vita ha attecchito. Ho la sensazione che è da questo lungo e difficile processo di adattamento che nasca il teatro: dal nostro non essere adatti ai luoghi in cui ci troviamo e dalla necessità fisica di fantasticare altri spazi.

In questo fantasticare, fatto innanzitutto con il corpo, sta la radice più antica del nostro creare mondi. E questa credo sia una sorgente creativa primaria, potenzialmente illimitata, che nasce quando siamo molto piccoli e poi cerchiamo tutta la vita di ritrovare, perché è una sorgente profonda ed essenziale. Una sorgente spesso legata a sofferenze, perché non essere adatti a un luogo o a dei rapporti genera dolore, disagio e naturalmente anche gioia e appagamento, quando ci si ritrova, si riconosce e si è riconosciuti. Ma perché si compia tutto ciò, i bambini hanno bisogno di spazio, di silenzio, di vuoto.

 

Un po’ di silenzio e di vuoto per giocare

 

Se dovessi consigliare qualcosa ai genitori e a me per primo, suggerirei di sottrarre spettatori ai bambini, regalando loro momenti di solitudine. Molti bambini piccoli oggi sono costantemente circondati e osservati in ogni loro fare. Hanno spettatori permanenti che li incitano, li eccitano, li fotografano, li filmano, visto che ormai basta un telefonino per filmare ogni istante della vita. Il bambino diventa così oggetto di un’attenzione micromediatica quotidiana e di un’apprensione continua i cui eccessi, a mio avviso, fanno assai male.

Come l’essere circondati da troppi oggetti non libera l’immaginazione, perché per avere un rapporto creativo con le cose c’è bisogno di spazio e di vuoto, di questo vuoto c’è ancor più bisogno nello sviluppo delle relazioni affettive primarie, che sono tanto più ricche quanto più si fondano sul semplice e diretto corpo a corpo. Questo corpo a corpo è il primo teatro dei sensi, che nasce dal senso più antico, che è il senso del tatto. È lì che si gioca tanta parte del nostro sentirci o non sentirci accolti, cioè odorati e toccati ancor prima che ascoltati. È lì che il processo di adattamento cerca il primo calore, nel corpo materno. Eppure, insieme al contatto più intimo, penso che i bambini, fin dalla prima infanzia, abbiano bisogno anche di un po’ di silenzio e solitudine. Si tratta dunque di sottrarre spettatori e sottrarre eccessiva compagnia.

I bambini, per incontrare momenti di intimità e autenticità, devono poter giocare liberamente con spazi e oggetti, fantasticare e sentirsi liberi di creare mondi. Ma per fare tutto ciò devono avere la possibilità di restare almeno un po’ di tempo da soli e attraversare quel campo pieno di sorprese costituito dalla noia.

Naturalmente ogni bambino è diverso e ci sarà colui che ha bisogno di continue conferme, raccontando ciò che ha immaginato o trovato alla mamma, all’amico, al fratello o al papà. Ma per cercare, per creare, c’è bisogno del silenzio che precede la parola. E poiché la prima infanzia si trova oggi a vivere immersa in un mondo di audiovisivi e protesi elettroniche continuamente accese, spesso i bambini sono storditi e gli è impedito di vivere esperienze che poi non incontreranno più.

 

Despettacolarizzare l’infanzia

 

Come genitori, insegnanti od operatori dovremmo provare a darci come regola aurea quella di despettacolarizzare le scoperte dell’infanzia. Quando una bambina o un bambino scopre qualcosa, deve potere avere la possibilità di tenere per sé la sua scoperta a lungo, mantenendo il segreto. Il ragazzo che visse sugli alberi, raccontato da Italo Calvino, quando da bambino rivelò il segreto di una sua impresa, comprese subito che, nel momento in cui l’aveva rivelato, non valeva più nulla.

Ho la sensazione che noi adulti, quando ci occupiamo dei bambini piccoli, ci comportiamo un po’ come gli occidentali che si occupano degli abitanti di luoghi sperduti del sud del mondo. Anche se lo facciamo con le migliori intenzioni, come arriviamo sul posto modifichiamo ogni cosa con la nostra sola presenza. Il semplice fatto che siamo lì altera modi di vita e relazioni. Tutto ciò a volte è giustificato, e può essere anche giusto e necessario di fronte a violenze e violazioni di diritti fondamentali, ma è comunque sempre un’intromissione forzata, spesso prepotente, in un altro mondo. E questo, spesso, lo dimentichiamo.

Con i bambini accade qualcosa di simile. Noi abbiamo il diritto e molte volte il dovere di intervenire, assumendoci le nostre responsabilità di adulti, ma ricordiamoci sempre che la nostra presenza altera sempre ogni contesto e bambine e bambini hanno il diritto di sperimentare i loro rapporti reciproci e la loro relazione con il mondo anche da soli. Penso allora che bisogna stare molto attenti, perché spesso noi pensiamo di fare delle cose per i bambini senza accorgerci quanto i bambini possano soffrire di questa nostra presenza che, con il crescere della percentuale dei figli unici , si fa sempre più invadente.

Ci scordiamo spesso che l’invenzione dell’infanzia è cosa relativamente recente - poco più di un paio di secoli - e che per millenni i rapporti tra le generazioni sono stati molto diversi.

Viviamo un tempo in cui i bambini sono iperstimolati e si pretende da loro tantissimo. Nel nostro paese poi, in cui i bambini sono un’assoluta minoranza della popolazione in un mondo dominato da adulti ed anziani, ogni bambino vive in famiglia il peso delle aspettative dei genitori (talvolta più di due nelle famiglie allargate), di molti nonni e anche di qualche bisnonno con l’allungamento dell’età. Così il figlio, spesso solo perché i figli unici sono uno su tre, si trova a dover reggere un’esorbitante pressione adulta, facendo una fatica pazzesca.

Io credo che nell’educare dovremmo sempre cercare di reagire in qualche modo alle deformazioni ed idiosincrasie del nostro tempo. Per questo, in un mondo stracolmo di merci, pubblicità, stimoli audiovisivi e tecnologie che invadono il mondo dell’infanzia fin dai primissimi anni, dovremmo provare a lavorare per sottrazione, lasciando spazi liberi e tempi vuoti per il gioco e l’immaginazione, per permettere ai bambini di sostare in compagnia della propria intimità e dargli la possibilità di cercare e abitare per qualche tempo la loro casa segreta.

 

Le tre sorgenti del gioco del narrare

Oltre che a scuola con i bambini, da molti anni lavoro in campo educativo anche a casa perché, con alcuni amici, nel 1980 fondammo a Cenci, nella campagna di Amelia, una casa-laboratorio.

Tra le diverse ricerche che ospitiamo o promuoviamo ce n’è una - la più longeva - che riguarda l’oralità e l’arte del narrare.

Ci capita così di ospitare gruppi di adulti di diversa natura e provenienza con cui trascorriamo tre giorni nel fine settimana a sperimentare il grande gioco della narrazione.

Nel farlo intrecciamo attività che apparentemente non hanno nulla in comune. Da molti anni, infatti, proponiamo un percorso nel quale da una parte esploriamo sentieri inerpicandoci nel bosco alla luce del giorno e nell’oscurità della notte, dall’altra ci aggiriamo nel groviglio dei nostri ricordi, scandagliando la nostra memoria.

In questa nostra ricerca sulle sorgenti del narrare, che negli ultimi 15 anni conduco insieme a Roberta Passoni e Lucio Mattioli, abbiamo constatato che alcune attività favoriscono l’emergere di immagini, sensazioni e parole da quel continente, in gran parte sconosciuto a noi stessi, costituito dal nostro corpo-memoria. Porre il corpo in movimento, in piccole azioni che richiedano attenzione, come quando ci si inoltra in un territorio sconosciuto o ci si muove nella natura in un’ora inconsueta, induce a uno stato di allerta. Fare tutto ciò in assoluto silenzio, accompagnati esclusivamente dai suoni che provengono dal mondo esterno della valle isolata dove ci troviamo, ci mette nelle condizioni di intraprendere un piccolo viaggio che, nella nostra esperienza, aiuta una sorta di introspezione attiva.

Se cammino a lungo in fila indiana attento a non fare rumore neppure con i piedi, con occhi e orecchie aperte come buchi in cui accogliere ogni suono o variazione di luce giunga dall’esterno, piano piano mi accorgo che nella mia mente si vengono a intrecciare due mondi paralleli: da una parte l’insieme delle sensazioni che giungono dall’esterno e dall'altra il suono o film dei miei pensieri che scorrono. Questa semplice azione del camminare silenziosamente a lungo in fila indiana, l’abbiamo sperimentata la prima volta partecipando alle proposte che componevano la ricerca del Teatro delle sorgenti, portato a Cenci da Jerzy Grotowski nel 1982. Se la riproponiamo ancora oggi, più di trenta anni dopo, in un contesto del tutto diverso, è perché il domandarci di abbassare il volume dei nostri pensieri mentre si cammina lentamente, si presenta come un paradosso che funziona.

Se infatti chiedo a me stesso di andare verso il silenzio della mente - cosa assai difficile e quasi impossibile al di fuori di una pratica di meditazione ben strutturata da sperimentare per anni - il primo effetto sta nell’accorgermi del gran rumore che fa lo scorrere bizzarro e apparentemente insensato di tutti i pensieri che mi passano per la testa. Così la sensazione ogni volta, almeno per me, è quella di vedere i pensieri scorrere uno dietro l’altro spingendosi affannosi o, a volte, procedendo lentamente e stupendosi d’essere lì, uno accanto all’altro, mentre danno vita ad una compagnia eteroclita e inaspettata, come nei sogni.

La richiesta di prestare la massima attenzione ai canti degli uccelli che si attenuano al tramonto o all’allungarsi delle ombre porta così, come conseguenza, a una doppia percezione. Se cerco infatti di concentrarmi su suoni e colori che mi circondano in quel momento, mi accorgo quanto i pensieri, che scorrono a modo loro, mi tirino da un’altra parte. Mi accorgo così nitidamente del duetto a volte intonato e a volte stridente tra percepire e immaginare, che accompagna tanto nostro vivere.

Ragionando sugli effetti benefici di tale pratica, siamo arrivati a concludere che una delle sorgenti del narrare sia il qui e ora, cioè la capacità di stare tutti interi nel luogo e nel tempo in cui ci troviamo, perché in questo stato di ascolto amplifichiamo uno stato di allerta che mi viene da chiamare attenzione della soglia, perché si rivolge contemporaneamente al mondo esterno e al mondo interiore.

In prima approssimazione e schematizzando assai, possiamo dunque affermare che ci siano tre sorgenti principali nel gioco del narrare: Il corpo culturale, composto dai libri, dai film, dalla musica e naturalmente dalla lingua che parliamo da quando siamo nati, il corpo memoria, rappresentato dalle innumerevoli esperienze vissute, e infine il qui e ora, che ci ricorda come la narrazione orale viva solo ed esclusivamente nel momento in cui si attua, come la danza.

Con il pretesto di sperimentarci nella narrazione orale ci accorgiamo quanto ci possa nutrire l’incontro con una autenticità generata dall’essere in qualche momento tutti interi, dall’esserci per noi stessi.

Non è certo un caso, dunque, che in queste giornate di ricerca intorno alla narrazione molte volte qualcuno che partecipa ci racconti che, in diversi momenti, sono tornati alla sua mente immagini, giochi e sensazioni della propria infanzia, perché quello è il tempo dell’interezza, il tempo in cui tutti interi si sta, nel gioco che si fa.

 

Una piccola scoperta per concludere

 

Sono grato a chi mi ha chiesto di scrivere questo contributo in un luogo insolito per me, perché invitandomi a riflettere sul gioco, mi ha offerto la possibilità di intuire una connessione tra attività che pensavo distinte.

Nel cercare di comprendere il modo in cui tento di restituire ai bambini la dignità del loro pensare, rendendo in qualche modo visibile il nascere e il procedere dei loro ragionamenti (1), ho trovato particolarmente efficace una metafora di John Campbell che dice più o meno così: “Filosofia è pensare al rallentatore e vedere, come in una moviola, il sorgere e lo scorrere dei pensieri, chiedendosene ragione”.

Ora mi rendo conto che in tanti anni di ricerca sul narrare, le azioni più efficaci che abbiamo scelto nell’elaborare la nostra proposta, hanno come sfondo la stessa ricerca che sperimento con i bambini: trovare forme e modi e contesti in cui ci si possa concedere la possibilità di entrare in noi stessi e arare il campo della nostra memoria, per rendere più fertile il terreno dissodando quella compattezza che impedisce a nuovi e antichi semi di germogliare e prendere vita.

Chi ritiene che non ci sia conoscenza significativa disgiunta dal conoscere se stessi, sa bene che, pur muovendosi in territori del tutto diversi, questa tensione all’autenticità accomuna l’educazione alla psicoanalisi, perché si tratta di trovare i modi per compiere il grande gioco del tornare a casa.

 

 

 

(1) Un tentativo di chiarire questa modalità di ricerca è illustrato in Franco Lorenzoni, I bambini pensano grande (Sellerio 2014)