Caduto nella scuola

 

di Franco Lorenzoni

 

Il mio primo giorno nella scuola dell’infanzia ha il sapore dell’impaccio e dell’inadeguatezza inconsapevole che fa ridere, come nelle comiche di un tempo. E’ autunno, sto ricostruendo la casa in campagna pressoché fatiscente che diventerà Cenci e, tra i calcinacci di un improbabile impianto elettrico che sto montando, arriva la comunicazione che il giorno dopo mi debbo presentare nella scuola dell’infanzia di Amelia, per una supplenza.

Penso alla vignetta di Schultz in cui Linus dice la scuola non comincia, ti salta addosso, perché sento che in questo momento, davvero, la scuola mi è caduta addosso.

Questa idea della caduta la porto con me senza saperlo perché la mattina dopo, non sapendo bene come cominciare con le 27 bambine e bambini che ho di fronte, come prima cosa chiedo loro: “Qualcuno di voi si ricorda una volta in cui è caduto?” I bambini mi guardano stupiti e tutti in coro rispondono convinti che no, loro non sono mai caduti. Alle mie insistenze rispondono di nuovo uno a uno, convintamente, che loro non sono davvero mai caduti.

Stupito e spiazzato dalle loro mancate risposte salgo sulla cattedra, mi arrampico sull’armadio e da lassù faccio un salto cadendo a terra tra le risate di tutti. Chiedo loro di saltare e cadere dalle seggioline e dai banchi e, in un trambusto generale, tutti cominciano a saltare e correre e ridere e spintonarsi, mentre cresce il volume dei loro cori e grida e risate.

Dopo un quarto d’ora di scatenamento cerco a fatica di riportarli alla quiete per parlare e raccontarci, ma naturalmente non ci riesco.

L’attitudine a provocare con facilità eccitazione e caos e ad incontrare grandi difficoltà nel ristabilire ordine e quiete, già sperimentata negli anni delle supplenze alle elementari, appare ora ai miei occhi come un difetto ancor più grave, nel lavoro con i bambini più piccoli.

Spaventata dal fracasso non abituale in quella scuola, una maestra più anziana ed esperta si affaccia alla porta e, vedendomi del tutto incapace di gestire la situazione, mi dice con aria materna e comprensiva: “vuoi del pongo?”

La ringrazio ma provo un’altra strategia. Chiedo a tutti i bambini di mettersi in cerchio a terra, dò loro fogli e pennarelli e propongo di disegnare la volta in cui sono caduti.

Ora che i loro corpi si sono mossi, che hanno sbattuto e si sono rotolati a terra, tutti ricordano che, in effetti, tante volte sono caduti per le scale, dal seggiolone, dal letto o giocando con la sorellina.

Nascono così, mentre disegnano, i loro primi racconti e questo mi conforta. L’ipotesi che il corpo in movimento rimescoli ricordi e faccia nascere idee ha la sua conferma e, dentro di me, ringrazio compagne e compagni del Movimento di Cooperazione Educativa, che mi hanno fatto sperimentare i contorni fondamentali che danno forma all’artigianato dell’educare. Del resto persino Galileo Galilei, che si occupava di cose assai serie, diceva che “il buon insegnamento è per un quarto preparazione e per tre quarti teatro”, dunque un po’ di messa in scena non fa male e, prima o poi, imparerò anche a riportarli a quella quiete che non ho e che vanamente inseguo.

Ci vorranno molti e molti anni invece - e dubito di esserci ancora arrivato - per compiere un altro passaggio, decisivo per chi desidera educare alla libertà. Quello di cui si accorse Pier Paolo Pasolini dopo il suo primo anno di scuola, sperimentato con sua madre in Friuli, a Versuta, quando scrisse: “Capii che erravo credendo che il nostro rapporto dovesse essere un rapporto di reciproco amore: no, io dovevo mettermi in disparte, ignorarmi, dovevo essere mezzo, non già fine, d’amore”.

Quando entriamo nella relazione educativa con il corpo e con tutti noi stessi, quest’atto di sottrazione è il più difficile a farsi, specie per noi maschi. Eppure è assolutamente necessario, se non vogliamo ridurre ad autocompiacimento l’eros educativo, che è a fondamento d’ogni educazione degna di questo nome.