A pagina 225 della sua “cronaca di un’avventura pedagogica” (I bambini pensano grande, Sellerio 2014)  Franco Lorenzoni, il maestro elementare di Giove (Terni) che ha ideato molti anni fa e continua a gestire insieme a Roberta Passoni, maestra elementare anche lei, la Casa Laboratorio di Cenci luogo di resistenza e di incontro per chi sogna ancora una pedagogia all’altezza dei suoi fini e delle sue esperienze di libertà, troviamo una citazione da Corpo celeste di Anna Maria Ortese che mi pare esprima il senso e la necessità di questo libro: “Il ragazzo è solo. (…) Nella sua educazione, o nascita al mondo, è mancato l’apporto della sua propria creatività. Egli ha trovato tutto già fatto. E il tutto fatto – da altri – lo distruggerà. (…) Quando si accorgerà della sua amputazione fantastica, o creativa, vorrà distruggere. Così ho sempre pensato che il problema massimo del mondo – e della sua pace, anche se relativa – sia avere dei bambini in grado entrare nel mondo cosiddetto adulto creando, essi stessi, e non, invece, appropriandosi e distruggendo”.

E’ certamente questo il punto di partenza di questa “avventura”, la sua necessità: un modo fondamentale di reagire alla condizione in cui bambini e giovani sono costretti, entrando in questo nostro mondo e cercando di trovarvi un proprio spazio non alienato e soffocante. Si dovrebbe trattare, al contrario, di offrire loro la possibilità di esprimersi e cercare, come individui e come membri di una comunità e di una storia dentro un contesto che è quello ovvio del presente ma anche quello meno ovvio – e oggi avvilito o, a ben vedere, soppresso – del sempre, della condizione umana e dei suoi limiti e potenzialità.

In questo saggio o cronaca sembrano infine superate le tentazioni quasi totalizzanti che ebbero corso tra gli insegnanti negli “anni del riflusso” (della sconfitta dei movimenti compreso quello pedagogico) che mi pare siano stati essenzialmente due, quelle del burocratismo rivendicativo, con al centro lo status economico più che la funzione sociale degli educatori lasciando in secondo, terzo, ultimo piano quelli degli educandi) e, più subdola, sul piano culturale, quella dell’illusione di una raggiunta “fine della storia” che stimolò i più blandi e consolatori degli spiritualismi. Si torna a vedere la verità dei tempi e, con la crisi, la loro durezza forse irrimediabile, e non si riescono a intravedere né immaginare dei tempi futuri migliori di questo, con la paura di doverne affrontare di peggiori.

Nel contempo, ci si è resi meglio conto della grande povertà del pensiero pedagogico attuale, cresciuto su se stesso con scarso interesse per i bisogni dell’epoca esclusi quelli imposti dall’economia dominante, con scarso interesse per  la condizione dell’infanzia della pubertà della gioventù in un mondo in radicale mutazione. Si è inoltre constatata la veloce e complice recuperabilità alle logiche istituzionali – dimostratesi incapaci di ridefinirsi in modi diversi da quelli dell’imperante neoliberismo e della sua visione dei rapporti sociali – delle poche iniziative sulle quali si era in parte creduto (dai “maestri di strada” in avanti), iniziative ai margini dell’impresa statale, espressione di un “privato” sostitutivo, poco inventivo). Nel contempo, si è affievolita e impoverita – per non aver ragionato sui compiti nuovi di un’epoca nuova – anche l’esperienza dei gruppi di insegnanti che in passato sono stati il sale vero della nostra pedagogia (si vedano le belle pagine che Lorenzoni dedica alla storia del Mce e a quanto egli deve a quella organizzazione), esemplare  storia di ieri ma di debole sopravvivenza, per non volersi confrontare faccia a faccia con un contesto così diverso da quello passato. Ma mentre qualcosa di nuovo si muove e qualche riflessione motivata e salda c’è pur stata (ai margini della scuola e non dal suo cuore, esemplari i due migliori resoconti di esperienze pedagogiche recenti, di Carla Melazzini e di Silvia Dai Pra’), molto meno significative sono state le riflessioni venute da dentro la scuola, difensive e retoriche, nonostante che dentro la scuola qualcosa abbia continuato a muoversi a opera di educatori responsabili e intelligenti. E anche per questo si saluta con entusiasmo, perché viene da dentro la scuola, questo libro di Lorenzoni, un maestro elementare che non intende affatto rinunciare al suo quotidiano “mestiere” e che cerca di farlo in adesione a principi di sempre e a doveri di oggi.

La citazione della Ortese spiega assai bene il progetto di Lorenzoni, il suo rispetto per i bambini – punto di partenza dei massimi pedagogisti, ribadito da un aureo saggio di Korczak ricordato da Lorenzoni – e la sua ambizione di ricavare dal rapporto stabilito con loro – da quanto che c’è da impararne e non solo da quel che si vuole trasmettere – le idee guida per un percorso di conoscenza e di crescita che è delle due parti, dei bambini come del maestro. Il libro stupisce per la ricchezza delle suggestioni che vengono dai bambini e anche perché spesso dice cose che dovrebbero essere ovvie, che dovrebbero far parte della comune preparazione del maestro, di un comune modo di agire nella scuola, e che invece non lo sono affatto. I bambini dell’anno scolastico di cui si racconta (una quinta), in un piccolo paese della nostra vastissima provincia, vedono e ascoltano, ragionano e immaginano a partire da un punto di partenza proposto dal maestro, l’esplorazione del mondo così com’era tra il 600 e il 200 prima della nostra era, nella Grecia mediterranea, nell’epoca da cui scienza arte politica hanno posto le basi della cultura-conoscenza a venire e hanno definito il loro campo, le loro finalità, i loro strumenti.

Lorenzoni riconosce i suoi debiti di riconoscenza nei confronti di due grandi donne, Emma Castelnuovo, innovatrice della didattica della matematica e Nora Giacobini, insegnante e fondatrice del Mce romano, ma a loro vien fatto di aggiungere il nome di Lucio Lombardo Radice, matematico, che Lorenzoni forse non ha fatto in tempo a conoscere ma che ha certamente letto. E tutto è ricondotto alla base, alla filosofia intesa con John Campbell come un “pensare al rallentatore e vedere, come in una moviola, il sorgere e lo scorrere dei pensieri, chiedendosene ragione”. Partendo dalla Grecia, ma, per intendersi, quella di Simone Weil.

Su queste fondamenta, Lorenzoni costruisce il suo metodo, un confronto continuo con gli allievi attuato attraverso tecniche pedagogiche precise, quasi sempre desunte dalla storia del Mce e del suo fondatore Freinet: la corrispondenza con altre classi e altri bambini ma anche con i grandi personaggi della storia del periodo studiato, le idee dei filosofi individuati nel grande quadro di Raffaello che arrivano “per posta” attraverso le citazioni e sintesi che ne dà il maestro, la tipografia, il rapporto con la natura, il teatro non come mera drammatizzazione ma come invenzione avventura scoperta, l’osservazione di chi ti sta a fianco anche per scrutare all’interno di sé, di conoscere per conoscersi...

Sul dialogo tra insegnante e allievo, Lorenzoni cita un altro insegnante, Guido Armellini, secondo il quale “legittima è quella domanda di cui non si sa la risposta. Illegittima la domanda che si formula solo per controllare se chi è interrogato sa dire quello che sai già.” Lorenzoni aggiunge: “I bambini sono sensibilissimi a questa differenza”. E’ inevitabile (per l’educatore è doveroso) che si affrontino con i bambini i grandi temi della condizione umana e della vita dell’uomo in società: i sentimenti, la vita e la morte, l’interrogazione sul dopo; la società, il potere, il denaro (e potere e denaro sono senza dubbio i concetti più mistificati dalla cultura dominante): gli adulti e l’ordine che si sono dati o hanno accettato dagli adulti più potenti o più ricchi; l’idea stessa di rivoluzione nella scienza e nella società; l’arte – la pittura, la musica, il teatro, tutte cose di cui si può e si deve fare esperienza diretta, con metodologie adeguate. “Cos’è la cultura, del resto, se non critica e capacità di discussione di ciò che accade? Che cos’è l’arte, se non ribellione al proprio tempo e proposta di altri sguardi sul mondo? Cos’è la scienza, se non il rimettere continuamente in causa ciò che diamo per scontato e per vero? E la scuola non dovrebbe essere il tempio di cultura, arte e scienza?” (p. 53).

Forse le pagine più belle di questa “avventura” sono quelle sulle reazioni dei bambini, del maestro e della comunità alla morte per disgrazia di un allievo di un’altra classe della scuola, ed è qui, si direbbe, che il lavoro pedagogico diventa anche impresa filosofica che tenta di rispondere alle grandi domande sulla condizione umana e la sua vulnerabilità, precarietà, ma altrettanto belle sono quelle che riguardano il modo in cui i bambini reagiscono ad altre tragedie distanti, le odissee dei bambini migranti, i conflitti che investono il mondo che li attornia, oltre i confini di Giove e dell’Italia. Il dialogo con i bambini, le domande che i bambini si pongono e quelle che pone loro il maestro, le risposte che vengono cercate insieme, e più tra bambini che con il maestro, la cui funzione primaria non è quella di dare delle risposte a domande che non possono averne di certe e rassicuranti ma di favorire una comune riflessione e ricerca, rinviano infine a una constatazione che dovrebbe sembrare ovvia e invece non lo è, in un mondo di risposte superficiali come è generalmente il nostro. I bambini vedono e ascoltano, ragionano e immaginano. Sono loro, devono essere loro i protagonisti delle nostre preoccupazioni.

La pagina forse più provocatoria, perché più giusta, di questo racconto (201-2) è quella in cui Lorenzoni afferma l’esistenza di una cultura infantile, “una cultura per sua natura provvisoria, perché riguarda il nostro incontrare e pensare il mondo nei primi anni, ma che in qualche modo sopravvive in parti profonde di noi tutta la vita. E’ una cultura preziosa, perché vicina all’origine delle cose e capace di continuo stupore. I bambini scambiano il dettaglio con il tutto, credono all’incredibile, non soggiacciono al principio di non contraddizione e, soprattutto, si sentono sconfinati, con le emozioni positive e negative che questo comporta. I confini tra mondo esterno e mondo interno, tra ciò che è vivo e ciò che non è vivo, tra percepire e immaginare non conoscono frontiere armate e passaporti, come per noi adulti. I bambini attraversano continuamente questi confini e mescolano mondi diversi, perché si mettono continuamente il gioco e credono nei giochi che fanno.” La pedagogia sconfina naturalmente nella filosofia (e nella “psicologia dell’età evolutiva”), come sembra ricordarci Lorenzoni. Che continua bensì a credere nella pedagogia e nella scuola perché crede che dai bambini dobbiamo avere nuovamente il coraggio di imparare, invece di ostinarci a pretendere di avere chissà cosa da insegnare, a parte i nostri fallimenti umani e sociali.