Immagini di sangue e stragi giungono continuamente agli occhi dei nostri figli. Cosa fare? E’ meglio proteggerli o piuttosto accompagnarli, provando ad avvicinarci insieme, con attenzione e cautela, alle tragedie del mondo? Quando è arrivata la notizia della strage di 132 ragazzi nella scuola di Peshawar, i bambini di terza e quarta elementare della piccola scuola umbra di Giove stavano provando uno spettacolo dedicato a Malala. Sapevano dell’esistenza dei talebani in Pakistan attraverso le parole della giovanissima premio Nobel per la pace, perché stavano dando voce alla sua ribellione alla cacciata delle bambine dalle scuole. Roberta Passoni, la maestra che aveva proposto quella ricerca, sostiene che per entrare in una storia tanto diversa dalle nostre i bambini hanno bisogno di tempo e di una lunga manovra di avvicinamento. Ha letto in classe frammenti del diario di Malala e raccolto i pensieri di bambine e bambini suscitati da quella ribellione esemplare. Così hanno scoperto che ci sono regioni del mondo in cui può capitare che, da un giorno all’altro, alle ragazze sia vietato di vestirsi con abiti colorati, partecipare a gite e infine anche di andare a scuola e persino di giocare e ridere, perché questo offenderebbe Dio. “Se Dio non avesse voluto farci ridere, non ci avrebbe fatto così”, dice convinta una bambina di Giove, a cui paiono inconcepibili le pretese degli integralisti. Molti ragionamenti dei bambini sulle assurdità e gli orrori del mondo adulto sono spesso diretti e nitidi, talvolta illuminanti come già sosteneva Tolstoj, che ne raccolse di esemplari. Ma vanno fatti emergere e ascoltati, perché privare di parole l’impatto emotivo che evocano immagini sconvolgenti, come quelle della mattanza dei ragazzi della scuola di Peshawar, sono convinto faccia male.

I bambini sono continuamente circondati da immagini violente, proposte loro da film, cartoni e videogiochi sempre più sofisticati. I telegiornali, magari visti di sfuggita, non li risparmiano di orrori che talvolta tornano nei sogni. La cosa peggiore è che tutta questa violenza si depositi in loro confusa e indistinta. Per questo mi vado convincendo sempre più che la scuola non possa non occuparsene e che noi insegnanti si debba azzardare una sorta di educazione alla fragilità, alla vulnerabilità, all’essere toccati da ciò che accade nel mondo.

Dieci anni fa l’anno scolastico si aprì con la strage nella scuola di Beslan. Insegnavo in quinta elementare e proposi di sostare a lungo su quelle immagini guardandole, scrivendone, ragionandoci su. Poi, dopo averne discusso con le altre insegnanti, ci è venuto spontaneo di azzardare una piccola cerimonia, accendendo 186 candele nella palestra, per ricordare i 186 bambini uccisi nel loro primo giorno di scuola, dedicando del tempo al silenzio e alla lettura dei pensieri scritti dai bambini. 

Se vogliamo provare ad educare alla pace e alla convivenza, come siamo chiamati a fare, dobbiamo in qualche modo avvicinare e imparare a guardare in faccia la guerra, non voltandoci dall’altra parte. Dobbiamo educare alla non indifferenza, trovando il tempo per fare emergere e condividere emozioni e pensieri. Nella mia esperienza ho imparato che la fotografia può essere di grande aiuto perché, a differenza delle immagini in movimento, ci costringe a sostare, guardare, guardarci dentro. Ci aiuta a sostare intorno a domande aperte e ad evitare le semplificazioni.

I bambini di Giove a fine dicembre, dopo avere messo in scena l’attentato sull’autobus a cui Malala scampò tre anni fa, si rialzavano dall’impatto di quell’esplosione e davano corpo alle sue parole dicendo: “io sono Malala e mi piace vestirmi di rosa”, “io sono Malala e adoro leggere e scrivere storie”, “io sono Malala e oggi potrebbe essere il mio ultimo giorno di scuola...” Giocando il gioco teatrale dell’immedesimazione stavano provando a rompere una distanza.

“Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa in tutto il mondo”, ha detto Malala nel suo discorso ad Oslo. “Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi. Non solo i politici e i leader del mondo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Io. Voi. Senza aspettare”.

La nostra scuola da nove anni è gemellata con una scuola del villaggio di Ayuub, nel sud della Somalia, che ha continuato ad accogliere le bambine anche quando il potere era nelle mani degli Shabaab, che le volevano chiuse in casa. Piccole azioni concrete di contatto e sostegno a realtà difficilissime possono aiutare i bambini e tutti noi a rispondere senza retorica all’appello di Malala, affrontando un tema ineludibile per chi cerca di educare ragazze e ragazzi oggi.

Immagini di sangue e stragi giungono continuamente agli occhi dei nostri figli. Cosa fare? E’ meglio proteggerli o piuttosto accompagnarli, provando ad avvicinarci insieme, con attenzione e cautela, alle tragedie del mondo? Quando è arrivata la notizia della strage di 132 ragazzi nella scuola di Peshawar, i bambini di terza e quarta elementare della piccola scuola umbra di Giove stavano provando uno spettacolo dedicato a Malala. Sapevano dell’esistenza dei talebani in Pakistan attraverso le parole della giovanissima premio Nobel per la pace, perché stavano dando voce alla sua ribellione alla cacciata delle bambine dalle scuole. Roberta Passoni, la maestra che aveva proposto quella ricerca, sostiene che per entrare in una storia tanto diversa dalle nostre i bambini hanno bisogno di tempo e di una lunga manovra di avvicinamento. Ha letto in classe frammenti del diario di Malala e raccolto i pensieri di bambine e bambini suscitati da quella ribellione esemplare. Così hanno scoperto che ci sono regioni del mondo in cui può capitare che, da un giorno all’altro, alle ragazze sia vietato di vestirsi con abiti colorati, partecipare a gite e infine anche di andare a scuola e persino di giocare e ridere, perché questo offenderebbe Dio. “Se Dio non avesse voluto farci ridere, non ci avrebbe fatto così”, dice convinta una bambina di Giove, a cui paiono inconcepibili le pretese degli integralisti. Molti ragionamenti dei bambini sulle assurdità e gli orrori del mondo adulto sono spesso diretti e nitidi, talvolta illuminanti come già sosteneva Tolstoj, che ne raccolse di esemplari. Ma vanno fatti emergere e ascoltati, perché privare di parole l’impatto emotivo che evocano immagini sconvolgenti, come quelle della mattanza dei ragazzi della scuola di Peshawar, sono convinto faccia male.

I bambini sono continuamente circondati da immagini violente, proposte loro da film, cartoni e videogiochi sempre più sofisticati. I telegiornali, magari visti di sfuggita, non li risparmiano di orrori che talvolta tornano nei sogni. La cosa peggiore è che tutta questa violenza si depositi in loro confusa e indistinta. Per questo mi vado convincendo sempre più che la scuola non possa non occuparsene e che noi insegnanti si debba azzardare una sorta di educazione alla fragilità, alla vulnerabilità, all’essere toccati da ciò che accade nel mondo.

Dieci anni fa l’anno scolastico si aprì con la strage nella scuola di Beslan. Insegnavo in quinta elementare e proposi di sostare a lungo su quelle immagini guardandole, scrivendone, ragionandoci su. Poi, dopo averne discusso con le altre insegnanti, ci è venuto spontaneo di azzardare una piccola cerimonia, accendendo 186 candele nella palestra, per ricordare i 186 bambini uccisi nel loro primo giorno di scuola, dedicando del tempo al silenzio e alla lettura dei pensieri scritti dai bambini. 

Se vogliamo provare ad educare alla pace e alla convivenza, come siamo chiamati a fare, dobbiamo in qualche modo avvicinare e imparare a guardare in faccia la guerra, non voltandoci dall’altra parte. Dobbiamo educare alla non indifferenza, trovando il tempo per fare emergere e condividere emozioni e pensieri. Nella mia esperienza ho imparato che la fotografia può essere di grande aiuto perché, a differenza delle immagini in movimento, ci costringe a sostare, guardare, guardarci dentro. Ci aiuta a sostare intorno a domande aperte e ad evitare le semplificazioni.

I bambini di Giove a fine dicembre, dopo avere messo in scena l’attentato sull’autobus a cui Malala scampò tre anni fa, si rialzavano dall’impatto di quell’esplosione e davano corpo alle sue parole dicendo: “io sono Malala e mi piace vestirmi di rosa”, “io sono Malala e adoro leggere e scrivere storie”, “io sono Malala e oggi potrebbe essere il mio ultimo giorno di scuola...” Giocando il gioco teatrale dell’immedesimazione stavano provando a rompere una distanza.

“Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa in tutto il mondo”, ha detto Malala nel suo discorso ad Oslo. “Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi. Non solo i politici e i leader del mondo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Io. Voi. Senza aspettare”.

La nostra scuola da nove anni è gemellata con una scuola del villaggio di Ayuub, nel sud della Somalia, che ha continuato ad accogliere le bambine anche quando il potere era nelle mani degli Shabaab, che le volevano chiuse in casa. Piccole azioni concrete di contatto e sostegno a realtà difficilissime possono aiutare i bambini e tutti noi a rispondere senza retorica all’appello di Malala, affrontando un tema ineludibile per chi cerca di educare ragazze e ragazzi oggi.