Alexander Langer
tra ieri e domani

  La Casa-laboratorio di Cenci e la rivista Lo Straniero       
       
hanno organizzato ad Amelia sabato 22 e domenica 23 maggio 2010 due giornate di studio

Alexander Langer tra ieri e domani

    Sono intervenuti:
Mario Agostinelli, Anna Bravo,
Daniel Cohn Bendit, Guido Crainz, Giovanni Damiani,
Goffredo Fofi, Marijana Grandits, Peter Kammerer, Gad Lerner, Fabio Levi, Franco Lorenzoni, Giulio Marcon, Gianluca Paciucci, Edi Rabini,
Wolfgang Sachs, Karl Ludwig Schibel, Guido Viale.

Per il collegamento alle registrazioni della prima giornata del convegno su radio radicale clicca qui   

Per il collegamento alle registrazioni della seconda giornata del convegno su radio radicale clicca qui

 

Qui di seguito troverete gli interventi al convegno che sono stati trascritti (man mano che ci arriveranno)

 

L’attenzione verso gli equilibri ambientali del nostro pianeta e il bisogno di stabilire relazioni pacifiche e solidali tra tutti i popoli e le culture del mondo, a partire dagli stranieri immigrati che vivono in Italia, sono valori essenziali in questo nostro tempo. Ma questi principi hanno grandi difficoltà a costituire un patrimonio comune oggi in Italia.

         C’è dunque un problema che è insieme politico e culturale. Per ragionare attorno a questi temi crediamo sia importante tornare a leggere e ragionare intorno all’eredità politica e culturale che ci ha lasciato Alexander Langer, che è stato un protagonista di importanti lotte per la difesa dell’ambiente, la convivenza pacifica tra i popoli, l’equilibrio tra nord e sud del mondo e il rispetto delle minoranze etniche e linguistiche.

          Desideriamo ripensare al suo itinerario e al suo impegno per far conoscere la sua esperienza a chi è più giovane e non lo ha incontrato e per tornare a porci oggi problemi di grande attualità, a cui Alexander Langer ha dedicato interamente la sua vita.

La sera del sabato, in occasione dell’inaugurazione della piazza Alexander Langer ad Amelia,
 i gruppi Trio e Passion  diretti da Francesca Ferri, in collaborazione con O-Thiasos Teatro Natura,
hanno presentato una Cantata per Alexander

Le giornate sono state realizzate con il contributo del CRIDEA e della Coop di Amelia ed hanno
 il patrocinio e il sostegno  del Comune di Amelia, della Provincia di Terni e della Regione Umbria

PROGRAMMA 
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SABATO 22 maggio    ore 9 - 13   Teatro Sociale di Amelia

Radici e contesto di un percorso
Anna Bravo
  Lottare insieme, pensare individualmente
Fabio Levi   "Perché un uomo così non è diventato famoso?"
Guido Crainz 
La difficile autobiografia di una generazione
Gianluca Paciucci 
Violenza e guerre, tra necessità e necessario superamento, dalla Jugoslavia a oggi.
Peter Kammerer 
Alex e la cultura tedesca   
Edi Rabini   Dal Sudtirolo a Srebrenica, passando per Tuzla                   
Gad Lerner    Alexander Langer e il mosaico delle identità

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SABATO 22 maggio    ore 15.30 - 19.00   Teatro Sociale di Amelia

Ecologia politica, convivenza, minoranze etniche
Wolfgang Sachs   La riconversione ecologica di Langer, 20 anni dopo
Franco Lorenzoni   Un maestro di inquietudine
Karl Ludwig Schibel  
Alleanza per il clima - crisi globale e comunità locale
Guido Viale
   La conversione ecologica nel rapporto con i lavoratori delle fabbriche in crisi
Giovanni Damiani  
Semi germogliati nel campo della conversione ecologica, nel rapporto con l’acqua
Mario Agostinelli
Alex Langer e il sindacato
Daniel Cohn Bendit L’eredità di Alexander Langer tra i verdi in Europa
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SABATO 22 maggio    ore 19.30   via Alexander Langer 
(di fronte alla scuola elementare)  
Inaugurazione della via Alexander Langer
Cantata per Alexander  Musiche originali e direzione di Francesca Ferri cori Trio e Passion
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DOMENICA 23 maggio    ore 9  - 13    Casa-laboratorio di Cenci

Non violenza, pacifismo, ruolo delle minoranze
Marijana Grandits  
L’impegno per la pace in Bosnia di Alexander Langer
Giulio Marcon  
Il pacifismo concreto di Alex Langer
Goffredo Fofi
   Come continuare
 

Alexander Langer, nato a Sterzing in Sud Tirolo-Alto Adige nel 1946 e morto a Firenze nel 1995, è stato uno dei primi e più attivi militanti del movimento verde e ambientalista italiano. Insegnante, giornalista, militante politico e poi parlamentare europeo, ha dedicato tutta la sua vita, senza risparmiarsi, alla causa della conversione ecologica del nostro modo di produrre, consumare, abitare vivere e convivere. Su questi temi ha tra l’altro dato vita in Umbria, a Città di Castello, alla “Fiera delle utopie concrete” che, alla fine degli anni Ottanta, riunì militanti ambientalisti dell’Europa dell’ovest e dell’est, prima della caduta del muro di Berlino.

Allievo a Firenze di Giorgio La Pira ed Ernesto Balducci, fu fortemente influenzato da don Lorenzo Milani e dalla sua scuola di Barbiana, di cui tradusse in tedesco la famosa “Lettera a una professoressa”.

Attivo nei movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta fu tra i primi, in Italia, a considerare cruciale il tema dell’ambiente e dell’equilibrio tra Nord e Sud del mondo, dando vita a numerose campagne, tra cui quella per l’abolizione del debito dei Paesi poveri e all’“Alleanza per il clima”, che riunisce centinaia di Comuni di paesi sviluppati e di paesi del sud del mondo che si battono per una riduzione delle emissioni nocive.

 Eletto nel parlamento Europeo, è stato tra i coordinatori del gruppo Verde. Accanto ai suoi impegni istituzionali ha sempre mantenuto vivo il suo contatto diretto con diverse espressioni di movimento, intervenendo a numerosi incontri e dibattiti e privilegiando i piccoli gruppi di ricerca con forte impegno etico.

Alexander Langer ha creduto poco nell'ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri), impegnandosi piuttosto a favore di una conversione ecologica della società, con preferenza per l'auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità.

Ha promosso con altri la campagna internazionale "Nord-Sud: biosfera sopravvivenza dei popoli, debito” che ha avuto un importante ruolo al vertice della terra di Rio del 1992. Si è impegnato e ha sostenuto movimenti ed iniziative di solidarietà tra cui numerose ONG come il CRIC, Terra Nuova, Crocevia, la "Campagna per la restituzione delle terre agli indios Xavantes", "Kairos Europa", "Quart Monde", "Terre des hommes" e la rete delle banche etiche, consumo critico, Botteghe del Mondo, che cominciavano a nascere in quegli anni. Il Parlamento Europeo ha approvato una sua risoluzione sul commercio equo e solidale.

Negli anni Novanta, dopo essere stato incaricato dal Parlamento Europeo alla guida della delegazione di osservatori in Albania, nel momento del difficile passaggio di questo paese alla democrazia, ha interamente dedicato gli ultimi anni della sua vita alla tragica guerra che si era scatenata nella ex-Yougoslavia, stabilendo relazioni e costruendo reti di solidarietà e di sostegno tra tutti coloro che si battevano in Bosnia contro la follia della guerra.

Tessitore instancabile di relazioni, testimone attivo contro ogni forma di violenza, di persecuzione e di guerra nelle regioni del nostro continente nuovamente attraversate dall’orrore della pulizia etnica Alexander Langer è unanimemente considerato uno straordinario “costruttore di pace”.

Il premio a lui dedicato dalla “Fondazione Alexander Langer” ogni anno assegna un riconoscimento a coloro che si battono contro ogni forma di oppressione, intolleranza ed esclusione etnica dal Sudafrica alla Bosnia, dall’Algeria alla Cina, dal Ruanda alla Somalia e al Medio Oriente.

Da giovane studente, in una terra che vedeva la contrapposizione etnica tra tedeschi e italiani, fondò la rivista “Die Brücke” (Il ponte). Da allora Alexander Langer, per tutta la vita, non ha fatto altro che tentare di costruire ponti. _____________________________________________________________________________________
 

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Riproduciamo qui alcuni testi, come materiali per chi voglia incontrare o approfondire la conoscenza di Alexander Langer. Abbiamo scelto solo qualche testo. Chi è desiderato a leggere altri testi di Alex li trova, ordinati per argomenti, sul sito www.Fondazione Alexander Langer stiftung.

Solidarietà: "i care", me ne importa
come c'era scritto sulla parete della Scuola di Barbiana

di Alexander Langer

 La solidarietà gridata fa il tifo per l'Intifada, gli studenti della Tien-An-Men, i popoli indigeni minacciati. Si scalda per gli eroi ed i martiri, ed ha un gran consumo di parole, di chilometri e di bandiere. E' corta di memoria, e qualche volta si meraviglia che i beneficiari del nostro tifo risultino poi così diversi da come li avevamo dipinti.
Oggi è possibile qualcosa di meglio e di più: non aggravare il nostro debito che va a carico degli altri - dei poveri, dei popoli lontani, della natura, dei posteri; cominciare a restituire il maltolto. Sporcare e sprecare meno, scegliere comportamenti e consumi equi e compatibili con la fratellanza umana e l'integrità della biosfera. Fare gli indigeni da noi: i "custodi della (nostra) terra". E costruire patti concreti e reciproci con alcuni di quelli con i quali solidarizziamo. Possibilmente dal vero, senza gridarlo, senza semplificazioni: con il Sud e con l'Est, con croati e con serbi, con abitanti di periferia e con immigrati, con i licenziati della Farmoplant e con gli abitanti inquinati di Carrara.
Le scorciatoie sloganistiche aiutano a contarsi, non a cambiare persone e circostanze. I patti reciproci aiutano a fare i conti gli uni con le esigenze degli altri, visto che alla fine nessun altruismo regge davvero alla prova del tempo e dell'usura.
Non gridare non vuol dire rinunciare a spiegare e diffondere scelte solidali; serve per convincere invece che mettere solo a verbale.

, PER ARMADILLA 1993

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Caro San Cristoforo

di Alexander Langer

Non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all'esterno di tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu - omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio - trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all'altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gioia. Mi feci raccontare tante volte la storia da mia madre, che non era poi chissà quale esperta di santi né devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Così non ho mai saputo il tuo vero nome né la tua collocazione ufficiale tra i santi della chiesa (temo che tu sia stato vittima di una recente epurazione che ti ha degradato a santo minore o di dubbia esistenza). Ma la tua storia me la ricordo bene, almeno nel nocciolo. Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo aver militato - rispettato e onorato per la tua forza e per il successo delle tue armi - sotto le insegne dei più illustri e importanti signori del tuo tempo, ti sentivi sprecato. Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare - grazie alla tua forza fisica eccezionale - i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella "Grande Causa" della quale - capivo - eri assetato. Ma so bene che era in quella tua funzione, vissuta con modestia, che ti capitò di essere richiesto di un servizio a prima vista assai "al di sotto" delle tue forze: prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall'altra parte, un compito per il quale non occorreva certo essere un gigante come te e avere quelle gambone muscolose con cui ti hanno dipinto. Solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti che avevi accettato il compito più gravoso della tua vita e che dovevi mettercela tutta, con un estremo sforzo, per riuscire ad arrivare di là. Dopo di che comprendesti con chi avevi avuto a che fare e che avevi trovato il Signore che valeva la pena servire, tanto che ti rimase per sempre quel nome.

Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell'anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinanzi a noi.

Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle quali senz'altro importanti e illustri, siano state servite, anche con dedizione, e abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti inganni e auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute (e non più reversibili) di scelte e invenzioni ritenute generose e provvide.

I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per "migliorare" la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce, e ha dunque un suo prezzo: si può comperare, vendere, affittare. Persino il sangue (dei vivi), gli organi (dei morti e dei vivi) e l'utero (per una gravidanza in "leasing"). Tutto è diventato fattibile: dal viaggio interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla neve artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in laboratorio.

Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata: citius, altius, fortius, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi... competere, insomma. La corsa al "più" trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile e incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell'utilità definita "economia" e da una legge della scienza definita "tecnologia" - poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato.

Che cosa resterebbe da fare a un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? Qual è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva di un fiume? Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?

Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del "di più" a una del "può bastare" o del "forse è già troppo". Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di "regredire", cioè di invertire o almeno fermare la corsa del citius, altius, fortius. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai molti intuiscono e devono ammettere (e sono lì a documentarlo l'effetto-serra, l'inquinamento, la deforestazione, l'invasione di composti chimici non più domabili... e un ulteriore lunghissimo elenco di ferite della biosfera e dell'umanità).

Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero "regresso", rispetto al "più veloce, più alto, più forte". Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi.

Tant'è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di "sviluppo sostenibile" o di "crescita qualitativa, ma non quantitativa", salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell'inversione di tendenza.

E invece sarà proprio ciò che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco e industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri.

La traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell'autolimitazione, dell'"enoughness", della "Genügsamkeit" o "Selbstbescheidung", della frugalità sembra tanto semplice quanto immane. Basti pensare all'estrema fatica con cui il fumatore o il tossicomane o l'alcolista incallito affrontano la fuoruscita dalla loro dipendenza, pur se magari teoricamente persuasi dei rischi che corrono se continuano sulla loro strada e forse già colpiti da seri avvertimenti (infarti, crisi...) sull'insostenibilità della loro condizione. Il medico che tenta di convincerli invocando o fomentando in loro la paura della morte o dell'autodistruzione, di solito non riesce a motivarli a cambiare strada, piuttosto convivono con la mutilazione e cercano rimedi per spostare un po' più in là la resa dei conti.

Ecco perché mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha saputo rinunciare all'esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza e di auto-disciplina al servizio di una Grande Causa apparentemente assai umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un po' abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall'automobile passa alla bicicletta, al treno o all'uso dei propri piedi! E il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella dell'autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dalle tante alle poche kilowattore, da una super-alimentazione artificiale a una nutrizione più equa e più compatibile con l'equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti a un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti a un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione sempre più spinta a una riscoperta di semplicità e di frugalità.

Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell'Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strada. Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita e un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offrono una bella parabola della "conversione ecologica" oggi necessaria.

1.3.1990, Per "Lettere 2000" ed.Eulema

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La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile

di Alexander Langer

E' tempo di pensare ad una costituente ecologica.

1  Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà - Re Mida patrono del nostro tempo

Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per sfuggire a false povertà. Di tale falsa ricchezza si può anche perire, come di sovrappeso, sovramedicazione, surriscaldamento ecc. Falso benessere come liberazione da supposta indigenza è la nostra malattia del secolo, nella parte industrializzata e "sviluppata" del pianeta. Ci si è liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie, fatiche, debolezze - forse tra poco anche della morte naturale - in cambio abbiamo radiazioni nucleari, montagne di rifiuti, consunzione della fantasia e dei desideri. Tutto è diventato fattibile ed acquistabile, ma è venuto a mancare ogni equilibrio.

Non solo l'apprendista stregone è il personaggio-simbolo del nostro tempo. L'antico re Mida - che ottenne il compimento del suo desiderio che ogni cosa che toccava si trasformasse in oro - ci appare come il vero patrono dei culti del progresso e dello sviluppo, l'attualissimo predecessore dei benefici della nostra civiltà.

2  Non si può più far finta si non sapere, l'allarme è ormai suonato da almeno un quarto di secolo ed ha generato solo provvedimenti frammentari e settoriali

Da qualche decennio e con sempre maggiori dettagli si conoscono praticamente tutti gli aspetti di questo impoverimento da cosiddetto benessere. Quasi non si sta più a sentire quando si recita, più o meno completa, la litania delle catastrofi ambientali.

Un quarto di secolo è stato impiegato a scoprire, analizzare, diagnosticare e prognosticare, a dare l'allarme, a lanciare appelli e proclami, a varare leggi e convenzioni, a creare istituzioni incaricate a rimediare. La tutela tecnica dell'ambiente è notevolmente migliorata nel mondo industrializzato, si sono registrati singoli successi, alcune acque si stanno rivitalizzando, certe specie in pericolo di estinzione si sono salvate, cominciano a circolare detersivi, carburanti ed imballaggi "ecologici"...

3  Perchè l'allarme non ha prodotto la svolta? E' già finito l'intervallo di lucidità (Stoccolma 1972 - Rio 1992)?

Allarmi catastrofisti, lamenti, manifestazioni, boicottaggi, raccolte di firme...: tutto ciò ha aiutato a riconoscere l'emergenza: le malattie sono state diagnosticate, le possibilità di guarigione studiate e discusse - terapie complessive non sono state ancora attuate. E soprattutto: appare tutt'altro che assicurata la volontà di guarigione, se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati. Visto però che le cause dell'emergenza ecologica non risalgono ad una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga misura.

C'è da meravigliarsi se oggi persino la diagnosi risulta controversa? Silvio Berlusconi, a capo del governo della cosiddetta Seconda Repubblica, sin dal suo discorso inaugurale alla Camera ha ritenuto di dover ironizzare sull'allarme per l'effetto-serra: "forse il nostro pianeta comincerà ad intiepidirsi in un lasso di tempo pari a quello che ci divide addirittura dalla morte di Caio Giulio Cesare". C'è da pensare che dunque ci resta ancora tanto tempo per cementificare, dissipare, disboscare!

Vuol dire che l'intervallo di lucidità che si potrebbe situare tra le due conferenze mondiali sull'ambiente (Stoccolma 1972 - Rio de Janeiro 1992) è già terminato? Si è fatto il pieno di lamenti ed allarmi e si pensa ora che la riunificazione del mondo tra Est e Ovest vada celebrata con nuovi fasti di crescita?

4   "Sviluppo sostenibile" - pietra filosofale o nuova formula mistificatrice?

Da qualche anno (rapporto Brundtland, 1987) la formula magica dello "sviluppo sostenibile" sembra essere la quadratura del cerchio così lungamente cercata. Nella formula è racchiusa una certa consapevolezza della necessità di un limite alla crescita, di una qualche autolimitazione della parte altamente industrializzata ed armata dell'umanità, come pure l'idea che alla lunga sia meglio puntare sull'equilibrio piuttosto che sulla competizione selvaggia; ma il termine "sviluppo" (o crescita, come in realtà si dovrebbe dire senza tanti infingimenti) è rimasto parte del nuovo e virtuoso binomio. Purtroppo basta guardare ai magri risultati della Conferenza di Rio per comprendere quanto lontani si sia ancora da una reale correzione di rotta. Sembra che il nuovo termine indichi piuttosto la propensione ad un nuovo ordine mondiale nel quale il Sud del mondo viene obbligato ad usare con più parsimonia e razionalità le sue risorse, sotto una sorta di supervisione e tutela del Nord: non appare un obiettivo mobilitante per suscitare l'impeto globalmente necessario per la conversione ecologica.

5  A mali estremi, estremi rimedi? ("Muoia Sansone con tutti i filistei"? Eco-dittatura?)

Di fronte ai vicoli ciechi nei quali ci troviamo, può succedere che qualcuno tenti estreme vie d'uscita. Anche tra ecologisti, pur così propensi ad una cultura della moderazione e dell'equilibrio, ci può esserci chi - seppure oggi in posizione isolata - chi pensa a rimedi estremi. Scegliamone i due più rilevanti: la prima potrebbe essere caratterizzata con "muoia Sansone e tutti i filistei": la convinzione che la catastrofe ambientale sia inevitabile e non più rimediabile, e che pertanto tocchi mettere in conto disastri epocali come ne sono avvenuti altri nel corso dell'evoluzione del pianeta. In mancanza di aggiustamenti tempestivi ed efficaci, la svolta ecologica verso un nuovo equilibrio sostenibile verrebbe imposta da tali disastri.

L'altro "rimedio estremo" che si potrebbe agitare, sarebbe lo "Stato etico ecologico", l'eco-dirigismo o eco-autoritarismo possibilmente illuminato e possibilmente mondiale. Visto che l'umanità ha abusato della sua libertà, mettendo a repentaglio la propria sopravvivenza e quella dell'ambiente, qualcuno potrebbe auspicare una sorta di tutela esperta ed eticamente salda ed invocare la dittatura ecologica contro l'anarchia dei comportamenti anti-ambientali.

Si deve dire chiaramente che simili ipotetici "estremi rimedi" si situano al di fuori della politica - almeno di una politica democratica. Ogni volta che si è sperimentato lo Stato etico in alternativa a situazioni o stati anti-etici (e quindi senz'altro deplorevoli), il bilancio etico della privazione di libertà si è rivelato disastroso. E l'attesa della catastrofe catartica non richiede certo alcuno sforzo di tipo politico: per politica si intende l'esatto contrario della semplice accettazione di una selezione basata su disastri e prove di forza.

Quindi si dovrà cercare altrove la chiave per una politica ecologica, ed inevitabilmente ci si dovrà sottoporre alla fatica dell'intreccio assai complicato tra aspetti e misure sociali, culturali, economici, legislativi, amministrativi, scientifici ed ambientali. Non esiste il colpo grosso, l'atto liberatorio tutto d'un pezzo che possa aprire la via verso la conversione ecologica, i passi dovranno essere molti, il lavoro di persuasione da compiere enorme e paziente.

6  La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? "Lentius, profundius, suavius", al posto di "citius, altius, fortius"

La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta. La paura della catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e controlli; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di un'alternativa globale - sociale, ecologica, culturale - non è stato sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario.

Nè singoli provvedimenti, nè un migliore "ministero dell'ambiente" nè una valutazione di impatto ambientale più accurata nè norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità - per quanto necessarie e sacrosante siano - potranno davvero causare la correzione di rotta, ma solo una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile.

Sinora si è agiti all'insegna del motto olimpico "citius, altius, fortius" (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l'agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in "lentius, profundius, suavius" (più lento, più profondo, più dolce"), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall'essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.

Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate - come è ovvio - in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell'identità dei popoli). Dalla politica ci si potrà aspettare che attui efficaci spunti per una correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse incentivi la volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che presupponga un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella competizione democratica.

7  Possibili priorità nella ricerca di un benessere durevole

I passi che qui si propongono - intrecciati ed interdipendenti tra loro - fanno parte di una visione favorevole al cambiamento e potrebbero a loro volta incoraggiare nuovi cambiamenti. Purchè ogni passo limitato e parziale si muova in una direzione chiara e comprensibile, ed i vantaggi non siano tutti rimandati ad un futuro impalpabile.

a) bilancio ecologico
Gli attuali bilanci pubblici e privati sono tutti basati su dati finanziari. Sintanto che non si avranno in tutti gli ambiti (Comune, Provincia, Regione, Stato, CE, ...) accurati bilanci della reale economia ambientale che facciano capire i reali "profitti" e le reali perdite, non sarà possibile sostituire gli attuali concetti di desiderabilità sociale, e tanto meno un cambiamento dell'ordine economico.

b) ridurre invece che aumentare i bilanci
Ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l'obiettivo economico di fondo e sino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in anno. La parte industrializzata del pianeta dovrà finalmente decidersi alla crescita-zero e poi a qualche riduzione - naturalmente con la necessaria cautela e moderazione per non causare dei crolli sociali o economici.

c) favorire economie regionali invece che l'integrazione nel mercato mondiale
Sino a quando la concorrenza sul mercato mondiale resterà il parametro dell'economia, nessuna correzione di rotta in senso ecologico potrà attuarsi. La rigenerazione delle economie locali, invece, renderà possibile - tra l'altro - una gestione più moderata e controllabile dei bilanci, compreso quello ambientale.

d) sistemi tariffari e fiscali ecologici, verità dei costi
Di fronte ad un mercato che addirittura postula e premia comportamenti anti-ecologici, visto che non ne fa pagare i costi, si rende indispensabile un sistema fiscale e tariffario orientato in senso ambientale, che imponga almeno in parte una maggiore trasparenza e verità dei costi: imprenditori e consumatori devono accorgersi dei costi reali del massicio trasporto merci, degli imballaggi, del dispendio energetico, dell'inquinamento, del consumo di materie prime, ecc.

e) allargare e generalizzare la valutazione di impatto ambientale
Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, ecc.), produce impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione di impatto ambientale - nel senso più comprensivo di una reale valutazione delle conseguenze ecologiche, ma anche sociali e culturali a breve e lungo termine di ogni progetto - dovrà diventare il nocciolo di una nuova sapienza sociale, e va quindi adeguatamente ancorata negli ordinamenti. Così come altre società, passate o presenti, proteggevano con norme fondamentali e tabú (sulla guerra, l'ospitalità, l'incesto...) le loro scelte di fondo, oggi abbiamo bisogno di norme fondamentali a difesa della valutazione di impatto ambientale - non importa se si tratti di autostrade, missili, biotecnologie, forme di produzione di energia o introduzione di nuove sostanze chimiche di sintesi. Tale valutazione non potrà avvenire senza l'intervento dei più diretti interessati e postulerà una Corte ambientale a suo presidio.

f) redistribuzione del lavoro, garanzie sociali
Solo una vasta redistribuzione sociale del lavoro (e quindi dei "posti di lavoro" socialmente riconosciuti) permetterà la necessaria correzione di rotta. L'ammortamento sociale degli effetti prodotti da scelte di conversione ecologica (che si chiuda una fabbrica d'armi o un impianto chimico..) è un investimento importante ed utile quanto e più di tanti altri, e se si indennizzano i proprietari di terreni che devono cedere ad un'autostrada, non si vede perché altrettanto non debba avvenire nei confronti di operai o impiegati che devono cedere alla ristrutturazione ecologica.

g) riduzione dell'economia finanziaria, sviluppo della "fruizione in natura"
Sino a quando ogni forma di economia sarà canalizzata essenzialmente attraverso il denaro, sarà assai difficile far valere dei criteri ecologici, e ci saranno pesanti ingiustizie socio-ecologiche: chi può pagare, potrà anche inquinare. Un processo di "rinaturalizzazione" - che allontani dalla mercificazione generalizzata (dove tutto si può vendere e comperare) e valorizzi invece l'apporto personale e non fungibile - potrebbe aiutare a scoprire un diverso e maggior godimento della natura, del lavoro, dello scambio sociale. Le "res communes omnium" (dalla fontana pubblica alla spiaggia, dalla montagna alla città d'arte) non si difendono col ticket in denaro, bensì con l'esigere una prestazione personale, con un legame col volontariato, ecc.

h) sviluppare una pratica di partnership
La necessaria autolimitazione ecologica riesce più convincente se si fa esperienza diretta di interdipendenza e partnership: nella nostra attuale condizione, forse potrebbero essere alleanze o patti "triangolari" (Nord/Sud/Est) quelle che meglio riflettono il nesso tra i cambiamenti necessari in parti diverse, ma interconnesse del mondo. L'"alleanza per il clima" ne può fornire una interessante, per quanto ancora parzialissima, esemplificazione.

8  Una Costituente ecologica?

Società anteriori alla nostra avevano il loro modo di sanzionare, solennizzare e tramandare le loro scelte ed i loro vincoli di fondo: basti pensare alla "magna charta libertatum", al leggendario giuramento dei confederati elvetici sul Rütli, alla dichiarazione francese sui diritti dell'uomo, al patto di fondazione delle Nazioni unite...

Oggi difettiamo di una analoga norma fondamentale di vincolo ecologico che - viste le caratteristiche del nostro tempo - avrebbe peso e valore solo se frutto di un processo democratico. Certamente esiste in questa o quella carta costituzionale un comma o articolo sull'ambiente, ma siamo ben lontani dal concepire la difesa o il ripristino dell'equilibrio ecologico come una sorta di valore di fondo e pregiudiziale delle nostre società, e di trarne le conseguenze.

Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la desiderabilità sociale di modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l'ambiente, bisognerà forse cominciare ad immaginare un processo costituente, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto piuttosto culturale e sociale, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come una "Costituente ecologica". In fondo le Costituzioni moderne hanno il significato di vincolare il singolo ed ogni soggetto pubblico o privato ad alcune scelte di fondo che trascendono la generazione presente o, a maggior ragione, la congiuntura politica del momento. Se non si arriverà a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all'apparente convenienza che l'economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire.

1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco, Il Viaggiatore leggero 1996

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Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica

 di Alexander Langer

1. La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l'eccezione; l'alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza

Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa, d'altronde, non è una novità. Anche nelle città antiche e medievali si trovavano quartieri africani, greci, armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli...

La convivenza pluri-etnica (1), pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue, pluri-nazionale... appartiene dunque, e sempre più apparterrà, alla normalità, non all'eccezione. Ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l'ignoto, l'estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all'estremo del "mors tua, vita mea". La stessa esperienza di chi da una valle sposa in un'altra valle della stessa regione, e deve quindi adattarsi e richiede a sua volta rispetto e adattamento, lo dimostra. Le migrazioni sempre più massicce e la mobilità che la vita moderna comporta rendono inevitabilmente più alto il tasso di intreccio inter-etnico ed inter-culturale, in tutte le parti del mondo. Per la prima volta nella storia si può - forse - scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza (miseria, sfruttamento, degrado ambientale, guerra, persecuzioni...). Ma non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. D'altra parte diventa sempre più chiaro che gli approcci basati sull'affermazione dei diritti etnici o affini - p.es. nazionali, confessionali, tribali, "razziali" - attraverso obiettivi come lo stato etnico, la secessione etnica, l'epurazione etnica, l'omogeneizzazione nazionale, ecc. portano a conflitti e guerre di imprevedibile portata. L'alternativa tra esclusivismo etnico (comunque motivato, anche per auto-difesa) e convivenza pluri-etnica costituisce la vera questione-chiave nella problematica etnica oggi. Che si tratti di etnie oppresse o minoritarie, di recente o più antica immigrazione, di minoranze religiose, di risvegli etnici o di conflittualità inter-etnica, inter-confessionale, inter-culturale.

La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento ed opportunità in più piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza.

2. Identità e convivenza: mai l'una senza l'altra; nè inclusione nè esclusione forzata

"Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo": c'è oggi una forte tendenza ad affrontare i problemi della compresenza pluri-etnica attraverso più nette separazioni. Non suscitano largo consenso i "melting pots", i crogiuoli dichiaratamente perseguiti come obiettivo (ad esempio negli USA), e non si contano le sollevazioni contro assimilazioni più o meno forzate. Al tempo stesso si incontrano movimenti per l'uguaglianza, contro l'emarginazione e la discriminazione etnica, per la pari dignità.

Non hanno dato buona prova di sè nè le politiche di inclusione forzata (assimilazione, divieti di lingue e religioni, ecc.), nè di esclusione forzata (emarginazione, ghettizzazione, espulsione, sterminio...). Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accettando ed offrendo momenti di "intimità" etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento dell'identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione dall'altro, devono integrarsi a vicenda. Ciò richiede, naturalmente, che non solo le regole pubbliche e gli ordinamenti, ma soprattutto le comunità interessate so orientino verso questa opzione di convivenza.

3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo"

La convivenza offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. "Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo", potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista sopra ricordato. Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi è un passo essenziale nel rapporto inter-etnico. Una grande funzione la possono svolgere fonti di informazioni comuni (giornali, trasmissioni, radio, ecc. inter-culturali, pluri-lingui, ecc.), occasioni di apprendimento o di divertimento comune, frequentazioni reciproche almeno occasionali, possibilità di condividere - magari eccezionalmente - eventi "interni" ad una comunità diversa dalla propria (feste, riti, ecc.), anche dei semplici inviti a pranzo o cena. Libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, forse anche momenti di preghiera o di meditazione comune possono aiutare molto ad evitare il rischio che visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate.

4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni

Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l'organizzazione etnica della comunità, delle differenti comunità: purchè sia scelta liberamente, e non diventi a sua volta integralista e totalitaria. Quindi dovremo accettare partiti etnici, associazioni etniche, club etnici, spesso anche scuole e chiede etniche. Ma è evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l'(auto-) isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico. Prima di tutto il comune territorio e la sua cura, ma anche obiettivi ed interessi professionali, sociali, di età... ed in particolare di genere; le donne possono scoprire e vivere meglio obiettivi e sensibilità comuni. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all'interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica. E' essenziale che le persone si possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la "rappresentanza diplomatica" della propria etnia, ma direttamente: quindi è assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti diritti umani individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di cui alcuni avranno anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela delle tradizioni, ecc.); non tutti i diritti collettivi devono essere fruiti e canalizzati per linee etniche (p.es. diritti sociali - casa, occupazione, assistenza, salute... - o ambientali).

5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l'appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime

Normalmente l'appartenenza etnica non esige una particolare definizione o delimitazione: è frutto di storia, tradizione, educazione, abitudini, prima che di opzione, volontà, scelta precisa. Più rigida ed artificiosa diventa la definizione dell'appartenenza e la delimitazione contro altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto. L'enfasi della disciplina o addirittura dell'imposizione etnica nell'uso della lingua, nella pratica religiosa, nel vestirsi (sino all'uniforme imposta), nei comportamenti quotidiani, e la definizione addirittura legale dell'appartenenza (registrazioni, annotazioni su documenti, ecc.) portano in sè una insana spinta a contarsi, alla prova di forza, al tiro alla fune, all'erezione di barricate e frontiere fisiche, alla richiesta di un territorio tutto e solo proprio.

Consentire e favorire, invece, una nozione pratica più flessibile e meno esclusiva dell'appartenenza e permettere quindi una certa osmosi tra comunità diverse e riferimento plurimo da parte di soggetti "di confine" favorisce l'esistenza di "zone grigie", a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione.

Evitare ogni forma legale per "targare" le persone da un punto di vista etnico (o confessionale, ecc.) fa parte delle necessarie misure preventive del conflitto, della xenofobia, del razzismo.

L'autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all'esclusivismo ed alla separatezza. Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di "famiglie miste", le persone di formazione più pluralista e cosmopolita.

6. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa

La compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile. Gli appartenenti alle diverse comunità conviventi devono sentire che sono "di casa", che hanno cittadinanza, che sono accettati e radicati (o che possono mettere radici). Il bi- (o pluri-)linguismo, l'agibilità per istituzioni religiose, culturali, linguistiche differenti, l'esistenza di strutture ed occasioni specifiche di richiamo e di valorizzazione di ogni etnia presente sono elementi importanti per una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di lingue, culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia: bisogna che ogni forma di esclusivismo o integralismo etnico venga diluita nella naturale compresenza di segni, suoni e istituzioni multiformi. (Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, cità pluri-etnica a maggioranza serba in Croazia, oggi assai disputata tra serbi e croati, lo dice in modo semplice: "un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori".)

Faticosamente l'Europa ha imparato ad accettare la presenza di più confessioni che possono coesistere sullo stesso territorio e non puntare a dominare su tutti e tutto o ad espellersi a vicenda: ora bisogna che lo stesso processo avvenga esplicitamente a proposito di realtà pluri-etnica; convivere tra etnie diverse sullo stesso spazio, con diritti individuali e collettivi appropriati per assicurare pari dignità e libertà a tutti, deve diventare la regola, non l'eccezione.

7 . Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici

Non si creda che identità etnica e convivenza inter-etnica possano essere assicurate innanzitutto da leggi, istituzioni, strutture e tribunali, se non sono radicate tra la gente e non trovano fondamento in un diffuso consenso sociale; ma non si sottovaluti neanche l'importanza di una cornice normativa chiara e rassicurante, che garantisca a tutti il diritto alla propria identità (attraverso diritti linguistici, culturali, scolastici, mezzi d'informazione, ecc.), alla pari dignità (attraverso garanzie di piena partecipazione, contro ogni discriminazione), al necessario autogoverno, senza tentazioni annessionistiche in favore di qualcuna delle comunità etniche conviventi. In particolare appare assai importante che situazioni di convivenza inter-etnica godano di un quadro di autonomia che spinga la comunità locale (tutta, senza discriminazione etnica) a prendere il suo destino nelle proprie mani ed obblighi alla cooperazione inter-etnica, tanto da sviluppare una coscienza territoriale (e di "Heimat") comune: ciò potrà contribuire a scoraggiare tentativi di risolvere tensioni e conflitti con forzature sullo "status" territoriale (annessioni, cambiamenti di frontiera, ecc.).

E non si dimentichi che leggi e strutture fortemente etnocentriche (fondate cioè sulla continua enfasi dell'appartenenza etnica, sulla netta separazione etnica, ecc.) finiscono inevitabilmente ad inasprire conflitti e tensioni ed a generare o rafforzare atteggiamenti etnocentrici, mentre - al contrario - leggi e strutture favorevoli alla cooperazione inter-etnica possono incoraggiare ed irrobustire scelte di buona convivenza.

8. Dell'importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza etnica", ma non "transfughi"

In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto all'identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all'esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l'inter-azione.

Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l'economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri "traditori della compattezza etnica", che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame al territorio.

9.Una condizione vitale: bandire ogni violenza.

Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano.

Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che - se tollerato - rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza.

10.Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici

Un valore inestimabile possono avere in situazioni di tensione, conflittualità o anche semplice coesistenza inter-etnica gruppi misti (per piccoli che possano essere). Essi possono sperimentare sulla propria pelle e come in un coraggioso laboratorio pionieristico i problemi, le difficoltà e le opportunità della convivenza inter-etnica. Gruppi inter-etnici possono avere il loro prezioso valore e svolgere la loro opera nei campi più diversi: dalla religione alla politica, dallo sport alla socialità del tempo libero, dal sindacalismo all'impegno culturale. Saranno in ogni caso il terreno più avanzato di sperimentazione della convivenza, e meritano pertanto ogni appoggio da parte di chi ha a cuore l'arte e la cultura della convivenza come unica alternativa realistica al riemergere di una generalizzata barbarie etnocentrica.
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1) Il termine "etnico", "etnia" viene usato qui come il più comprensivo delle caratteristiche nazionali, linguistiche, religiose, culturali che definiscono un'identità collettiva e possono esasperarla sino all'etnocentrismo: l'ego-mania collettiva più diffusa oggi.

Testo riveduto nel novembre 1994, Arcobaleno TN

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Quattro consigli per un futuro amico

 di Alexander Langer

Parlando di un possibile futuro amico vorrei sottoporvi soprattutto due aspetti che penso siano importanti per renderci più amichevole, meno ostile, più vivibile il futuro e forse anche il presente.

Dei grandi impegni, delle grandi cause credo che quella per la riconciliazione con la natura, sicuramente abbia oggi un posto importantissimo. Anni fa il verde andava di moda; non c'era pubblicità che non avesse bisogno di sottolineare la qualità ecologica dei prodotti che cercava di propinarci: la macchina ecologica, il cibo ecologico, i materiali ecologici e così via. Dieci anni fa, per avere il consenso della gente bisognava dire: quello che noi vi proponiamo, quello che noi vi vendiamo fa bene non solo a voi ma fa bene anche alla natura". Questa moda per l'aspetto che era moda è rapidamente conclusa; purtroppo questa moda è passata anche a livello della grande politica. Vi ricorderete, due anni fa, il grande vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove Nord e Sud del mondo dovevano trovarsi insieme per stabilire come usare insieme, in modo giudizioso e riguardoso, le risorse di tutta l'umanità, di tutto il pianeta? Ebbene il Nord, che avrebbe dovuto tirare un po' la cinghia, ha semplicemente detto che questo non interessava e il vertice salvo con alcune promesse generiche (sporcare meno, tagliare meno alberi, sterminare meno specie viventi) in realtà si è concluso senza grandi impegni.
Allora mi sembra che oggi ci sia bisogno che tra coloro che non cercano un impegno semplicemente effimero, che gridano libertà quando tutti gridano libertà, che gridano giustizia nel momento in cui tutti gridano giustizia, che gridano magari anche pace nel momento in cui tutti gridano pace o democrazia o solidarietà, che una attenzione particolare e anche contro corrente, anche al di fuori della moda, vada all'integrità del creato, se volete, alla reintegrazione della biosfera.
Una vita semplice
Molti possono chiedersi: ma reintegrazione, riconciliazione con la natura, cosa vuol dire? quali precetti devo seguire? chi mi dà le indicazioni affidabili, su che cosa fare, per quali animali in pericolo di estinzione bisogna battersi? quali alberi preservare?
Io credo che il messaggio di fondo della riconciliazione con la natura che noi oggi dobbiamo proporci e possiamo proporre, senza tema di essere smentiti, è sostanzialmente uno, cioè quello della vita più semplice.
Quando quasi duecento anni fa Kant si preoccupava che tipo si messaggio morale trovare per tutti, credenti o non credenti, cioè che tipo di regola dare o formulare perché fosse valida per tutti, fosse indiscutibile, ha trovato alla fine questa regola: cerca di comportarti in modo tale che i criteri che ispirano la tua azione possano essere gli stessi criteri che ispirano chiunque altro. Questa è stata alla fine la formulazione più laica e più universale che ha trovato.
Se noi guardiamo oggi la situazione del mondo, un mondo popolato da più di 5 miliardi di persone, dovremmo per lo meno dire che i criteri che ispirano il nostro agire, siano moltiplicabili per 5 miliardi; cioè cercate di sporcare quanto 5 miliardi di persone potrebbero permettersi di sporcare; cercate di consumare energia quanto 5 miliardi di persone possono consumare; cercate di deforestare quanto 5 miliardi di persone possono permettersi di deforestare.
Diversi noi
Quindi credo che il primo e fondamentale messaggio ecologico che oggi si possa dare è semplicemente quello di una vita semplice, di una vita che consumi poco, di una vita che abbia grande rispetto di tutto quello con cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante, comprese le pietre, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che ci è stato dato in prestito e che dobbiamo dare agli altri.
Un secondo aspetto che mi permetto di offrirvi come possibile contributo a un futuro amico ha a che fare anch'esso con la conciliazione o con la convivenza. Ed è non la convivenza con la natura ma la convivenza tra culture, la convivenza tra diversi noi, cioè tra gruppi di persone che non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio.
Oggi in Europa e in particolare nelle grandi città la compresenza di persone, di lingua, di cultura e di religione, spesso di colore della pelle diversa, sarà sempre meno l'eccezione e sarà sempre più la regola.
Io credo che abbiamo, semplificato, due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio e quindi dire che chi li non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio.
L'altra possibilità è quella che ci attrezzammo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un'attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all'ascoltarsi. Ora credo che finché non costava, finché era una moda, il plurietnico, il pluriculturale era anche vello, faceva chic; per esempio l'Italia era un paese in cui tutti i grandi giornali erano pieni di sdegno sulla xenofobia altrui: gli svizzeri hanno fatto un altro referendum xenofobo, in Germania ci sono stati episodi di intolleranza xenofoba, in Francia ecc. Oggi ci accorgiamo che questo diventa tragicamente realtà anche da noi; forse per la semplice ragione che prima gli altri non li avevamo tra noi e quindi era facile sopportarli finché stavano lontani; una volta che ci sono, diventa meno facile. Allora io credo che, promuovere una cultura, una legislazione, un'organizzazione sociale, per la convivenza pluriculturale, plurietnica, diventa, oggi, uno dei segni distintivi della qualità della vita, una delle condizioni per poter avere un futuro vivibile.
Visto che abbiamo parlato di comunicazione interculturale io credo che essa non debba avvenire in modo volontaristico e quasi a denti stretti come un obbligo, ma diventare anche un piacere. Penso che nella convivenza tra diversi noi sia molto importante che ognuno di questi noi non si senta in pericolo, cioè non si senta minacciato. Quando si sente minacciato è vicina la tentazione della violenza e non c'è conflitto più coinvolgente di quello etnico o razziale o religioso, che subito forma fronti, schieramenti difficilissimi poi da riconciliare. Quindi io credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interlculturale o interetnica. Se non c'è comunicazione interculturale, credo che andiamo incontro a una Jugoslavia generalizzata, per dirla con un telegramma forse un po' pessimista ma temo non lontano dalla realtà.
Criteri per un futuro amico
Questi sono due aspetti che io volevo sottoporvi per un futuro amico. Vorrei adesso diversi brevemente quattro piccole modalità che possono aiutare in questo.
La prima riguarda la credibilità delle parole. Io credo che oggi ci sia pochissima fede, giustamente, nelle parole, perché è difficile distinguere la notizia dalla pubblicità, la realtà dalla fandonia, che se ripetuta autorevolmente e televisivamente diventa realtà essa stessa.
È credibile chi può dire "Vieni e vedi"; è credibili chi ha un'esperienza da offrire alla quale ognuno può partecipare, che ognuno può condividere. Dove non c'è un "vieni e vedi" io sarei molto diffidente. In questo senso la televisione, è un vedi sì, ma è un vedi mediato, tanto che non ha nessuna verifica possibile.
Un secondo criterio, lo chiamerei il criterio dei cinque giusti e si rifà alla trattativa sulla distruzione di Sodoma e Gomorra. Vi ricorderete che Abramo tentava di non far distruggere Sodoma e Gomorra sostenendo che tanti giusti sarebbero morti nella catastrofe insieme ai malvagi. Allora comincia una lunga trattativa perché gli angeli dicono: forniscici un elenco credibile dei giusti almeno cinque tirali fuori, fuori i nomi perché altrimenti non ci crediamo.
Penso che se noi non vogliamo diventare prigionieri delle nostre illusioni, almeno una minima verifica sui cinque giusti dovremmo farla; una verifica se anche altri ritengono importanti le cose che a ognuno di noi sembrano importanti e mettersi insieme con altri che le condividano, prima di andare a urlare in televisione.
Un'altra modalità per costruire un futuro amico e paritario è quello di concludere anche magari molto formalmente dei patti. Io credo che oggi ci siano molte forme di patto, molte forme di alleanza che possono essere concluse e che restituiscono anche dignità e giustizia a chi apparentemente è il ricevente. Pensate alla grandiosa esperienza di Emmaus, dove dei cosiddetti scarti umani delle comunità di Emmaus, considerati tali da molti hanno imparato a restituire prima dignità agli scarti, ai rifiuti raccogliendoli, separandoli, riutilizzandoli, mettendoli in circolo, e quindi riguadagnando dignità anche loro. Credo che oggi il modello dell'alleanza del patto di una reciprocità, sia non solo una condizione molto importante ma possa essere perseguita molto concretamente perché siamo a un livello della comunicazione facilitata.
L'ultimo aspetto che oggi vedo molto sottovalutato riguarda la relazione tra nord del mondo rispettivamente col sud e con l'est. Oggi chi è di sinistra è molto tifoso del Terzo Mondo; chi viceversa viene da una tradizione più di destra, è invece più attento all'est perché è stato a lungo educato alla solidarietà con chi era oppresso dal comunismo.
Quindi oggi rischiamo di riprodurre, anche dopo la caduta del comunismo, queste solidarietà su binari differenziati o col sud o con l'est. Parlando di alleanze, di patti, credo che sarebbe una buona strada da seguire che noi, nelle cose che facciamo, cercassimo di avere partner all'est e al sud e che li facessimo anche conoscere tra di loro, anche perché spesso sono in competizione, perché entrambi ci corteggiano.
Sono arrivato alla chiusura e vorrei tentare il riassunto, con una variazione su un motto molto conosciuto. Voi sapete il motto che il barone De Coubertain ha riattivato per le moderne Olimpiadi, prendendolo dall'antichità: il motto del citius, più veloce, altius, più alto, fortius, più forte, più possente. Citius altius e fortius era un motto giocoso di per sè, era un motto appunto per le Olimpiadi che erano certo competitive, ma erano in qualche modo un gioco. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte bene come quinta essenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è un po' il messaggio cardine che oggi ci viene dato. Io vi propongo il contrario, io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini, più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo.

                                                            31.12.1994, Convegno giovanile di Assisi, Natale 1994 (non rivisto dall'autore)

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Breve biografia di Alexander Langer

Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22.2.1946. Il padre Artur (1900-1974), medico, nato e cresciuto a Vienna prima di trasferirsi a Bolzano nel 1914. La madre, Elisabeth Kofler (1909-1983), tirolese di Sterzing, farmacista. Due fratelli minori: Martin e Peter. Frequenta scuole elementari in lingua tedesca a Vipiteno e, dal 1956/57, alla media e al ginnasio privato dei padri Francescani di Bolzano.

Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico. Lí incontra Valeria Malcontenti che sposa nel 1985. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico. Si laurea con Paolo Barile il 18.7.68, 110 L/110, in Giurisprudenza all’Università di Firenze, con una tesi sull’”Autonomia provinciale di Bolzano nel quadro dell’autonomia regionale del Trentino Alto Adige e sue prospettive di riforma”. E il 5.7.72, 110/110, in Sociologia a Trento con una tesi scritta assieme a Bruno Lovera “Analisi delle classi e delle contraddizioni sociali nel Sudtirolo”.

Fonda nel 1967, con altri giovani intellettuali sudtirolesi il mensile "Die Brucke", che verrà pubblicato fino alla primavera del 1969. Insegna a Bolzano e Merano dal febbraio 68 al giugno 72.

Dal giugno 72 al settembre 73 fa il servizio militare come artigliere di montagna. Quindi borsista in Germania federale dove lavora tra gli immigrati e studia i nascenti movimenti di pace e di solidarietà internazionale. Collabora al quotidiano Lotta Continua e ne diventa per un breve periodo direttore responsabile. Dal 1975/76 al 77/78 insegna storia e filosofia al XXIII Liceo scientifico di Roma.

Ritorna in Sudtirolo e viene eletto, il 18 novembre 1978, consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra, in una lista appoggiata dal Partito Radicale. Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento 1981 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Si dimette per rotazione il 17.12.1981, riprende l'attività di traduttore, viene comandato all'Università di Trento, con collaborazioni anche ad Urbino e Klagenfurt. Nel novembre del 1983 viene rieletto consigliere regionale nella Lista alternativa per l'altro Sudtirolo/Das andere Südtirol, sostenuta dallo scalatore Reinhold Messner, e poi, nell'1988, nella Grüne alternative Liste/Lista Verde Alternativa.

Negli anni '80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, come forza innovativa e trasversale. Partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell'area radicale, dell'impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non conformiste ed originali che emergono anche tra conservatori e a destra, o da movimenti non compresi nell'arco canonico della politica.
Nel dicembre 1984
viene incaricato di tenere la relazione introduttiva alla prima assemblea nazionale delle liste verdi a Firenze. Assolve al ruolo di garante per le elezioni del 1987 dove i Verdi ottengono un discreto successo ed entrano per la prima volta in Parlamento. Risulta però minoritaria la sua proposta di "sciogliere le liste verdi" dopo il voto, per evitare che un  promettente movimento trasversale si trasformasse rapidamente in un piccolo partito autoreferenziale.

Riprende allora a tessere nuovi fili di rapporto con l'arcipelago delle iniziative civiche e associazioni: nei movimenti transfrontalieri come "SOS-Transit", "Pro vita alpina", "Arge-Alp", "Alpe Adria"; con associazioni e movimenti per la conversione ecologica della società e dell'economia come la "Fiera delle utopie concrete di Città di Castello", il "GAB - Gruppo di attenzione alle biotecnologie", i "Colloqui di Dobbiaco" e l'"Eco-istituto del Sudtirolo",, la rete "Alleanza per il clima", "S.O.S Dolomites", "Greenpeace", "WWF", "Legambiente", "Italia Nostra", il "Comitato promotore di un Tribunale internazionale per l'ambiente", la nuova rete internazionale di "sindacalisti ecosensibili".

Eletto deputato al Parlamento europeo nel 1989, nella circoscrizione Nord-Est, diventa primo co-presidente del neo-costituito Gruppo Verde europeo. Cerca di far fruttare creativamente i forti privilegi economici legati al mandato e, nel pieno di "tangentopoli", decide di rendere periodicamente pubblici i rendiconti delle sue entrate e uscite.

Scrive su numerosi quotidiani e riviste sempre su questioni specifiche o di attualità. Tiene ininterrottamente per undici anni, dal 1984 al 1995, un osservatorio mensile,  "Brief aus Italien - Lettera dall'Italia" per la rivista di Francoforte "Kommune". Interviene a numerosi incontri e dibattiti, privilegiando i piccoli gruppi di ricerca con forte impegno etico.

Langer crede poco nell'ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società, con preferenza per l'auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità.

Promuove con altri la campagna internazionale "Nord-Sud: biosfera sopravvivenza dei popoli, debito” che avrà un importante ruolo al vertice della terra di Rio 1992. Si impegna e sostiene movimenti ed iniziative di solidarietà tra cui numerose ONG, come il CRIC, Terra Nuova, Crocevia, la "Campagna per la restituzione delle terre agli indios Xavantes", "Kairos Europa", "Quart Monde", "Terre des hommes", la rete nascente delle banche etiche, consumo critico, Botteghe del Mondo. Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e risoluzione sul commercio equo e solidale.

Nel 1992 rifiuta un seggio "sicuro" a Firenze per il cartello progressista, ma si candida al senato, in un collegio di Bolzano. Non viene eletto e, dopo molti dubbi, accetta di concorrere nuovamente alle europee del giugno 94. Viene eletto con 42000 preferenze nella circoscrizione Nord-Est, di cui 18.800 nel solo Sudtirolo, con una percentuale vicina al 9%.

Dal gennaio 91 è presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l'Albania, la Bulgaria e la Romania. Autore di diversi rapporti e risoluzioni approvate dal Parlamento: apertura all'Albania, riconversione civile della base missilistica di Comiso, accordo di transito con l'Austria e di cooperazione con la Slovenia, relazioni tra Unione europea e l'Albania. Promuove il "Comitato di solidarietà con l'Albania" nel periodo di più grave crisi del paese.  Compie diverse missioni ufficiali per il P.E., p.es. a Sarajevo, Conferenza Helsinki II, Conferenza per la stabilità in Europa, poi in Israele, Georgia, Egitto, Russia, Brasile, Argentina, Libano, Cipro, Malta.

Dopo la caduta del muro di Berlino aumenta via via il suo impegno per la convivenza, sostenendo attivamente le forze di conciliazione interetnica nei territori dell’ex-Jugoslavia. Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e proposta per l' istituzione di un “Tribunale internazionale per i crimini contro l'umanità” ed una sulle "relazioni Est-Ovest e politica di sicurezza". E' membro dell'"European Action Council for Peace in the Balkans" e co-fondatore, con la parlamentare austriaca Marijana Grandits, del "Verona Forum,per la pace e la riconciliazione nell'ex-Jugoslavia" che offrirà un tavolo di dialogo a centinaia di militanti della convivenza che avranno modo di incontrarsi a Verona, Vienna, Parigi, Tuzla, Budapest. Collabora con questa priorità a gruppi impegnati per la pace, i diritti umani e le etnie minoritarie, come la "CONFEMILI", la "Gesellschaft für Bedrohte Volker - Associazione popoli minacciati", la "Helsinki Citizens' Assembly", "Amnesty international", i "Beati costruttori di pace", il movimento delle "Donne in nero", l' "Associazione per la pace", il "Movimento nonviolento", "Pax Christi", la "F.E.R.L - federazione europea delle radio libere".

Il 26 giugno si reca a Cannes con altri parlamentari per portare ai capi di stato e di governo un drammatico appello: "L'Europa muore o rinasce a Sarajevo".
Al censimento del 1981 e 1991 Alexander Langer, che si era sempre dichiarato di madre lingua tedesca, rifiuta di aderire alla schedatura nominativa che rafforza la politica di divisione etnica. Con questo pretesto nel maggio '95 viene escluso, senza troppo scandalo, dalla candidatura a Sindaco di Bolzano, la sua città.
Decide di interrompere la vita il 3 luglio 1995, all'età di 49 anni.

Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.  (er)

GLI INTERVENTI ALLE GIORNATE DI STUDIO 

Pubblichiamo qui di seguito i primi interventi trascritti che ci sono arrivati da Anna Bravo, Guido Crainz, Peter Kammerer, Franco Lorenzoni, Giulio Marcon, Guido Viale. Nei prossimi numeri di cencinforma pubblicheremo man mano gli interventi che ci arrivano trascritti

Lottare insieme, pensare individualmente

di Anna Bravo

 Sono felice di essere qui, emozionata, anche, per Alex e per le amiche e amici cari che ho visto ieri - dovrò guardarmi dal rischio di dare troppe cose per scontate. Vorrei parlare subito del bello di Alex, di quello che per me è il suo dono migliore, ma per farlo risaltare devo affacciarmi sul clima di allora.

Il titolo di questo intervento riprende uno slogan apparso sui muri della Sorbona nel maggio 1968. Sembrerebbe un’ovvietà, pensare è un esercizio individuale per eccellenza. Ma se qualcuno aveva deciso di fare quella scritta, se qualcuno l’aveva fotografata, doveva esserci un gran bisogno di affermare l’importanza dell’individuo, il valore della sua autonomia di pensiero contro l’appiattimento della società di massa e contro le ideologie che si pretendono depositarie esclusive della verità.

All’epoca quello slogan non è affatto scontato. In Italia e Francia ci sono partiti comunisti forti e influenti, che considerano l’«individualismo» (allora non si parlava di individualità) l’assassino della lotta di classe, che insegnano a ragionare in termini sovrapersonali, a vedere nella storia l’effetto di grandi processi in cui il singolo trova posto solo riverberandosi nella classe, nel partito, nel sindacato - le conquiste vanno guadagnate con la mobilitazione collettiva, non grazie a un progetto personale. In Francia i gruppi maoisti esasperano questa posizione a tal punto da essere ricordati come la tomba dell’individualità (e delle cose belle della vita). In Italia domina la chiesa cattolica, che pur non negando il valore dell’individuo, lo subordina alla famiglia, alla comunità, all’universo ecclesiale, e ne teme il potenziale di irriverenza e disobbedienza. Nell’insieme c’è un primato nettissimo del collettivo, e una sottovalutazione dei diritti individuali di libertà- oggi è quasi il contrario.

Alex si è formato in questo orizzonte, ha vissuto il  suo rovesciamento nel 68, le nuove forme di politica, poi il ritorno verso modelli che venivano dalla prima metà del novecento, o dall’ottocento addirittura. Non c’è troppo da stupirsi, il rapporto individuale/collettivo è forse la più irrisolta fra le questioni del nostro tempo, la più mutevole, la più soggetta a cicli altalenanti.

Al suo debutto il ‘68 mette in scena la festa dell’individualità, il riscatto dell’esperienza personale. E’ una svolta. Come scrive Rossana Rossanda di un’assemblea alla Sorbona, «una delle rivoluzioni più grandi è che l’individuo, la persona, diventa molto importante nel collettivo, perché afferma un principio antigerarchico. Ognuno ha diritto di parlare come gli altri, come i capi. Si metteva in discussione chi aveva il diritto di sedersi dietro a un tavolo a parlare, con gli altri a ascoltare (…) Mi ricordo che a Parigi, durante il maggio, in una assemblea arrivò Sartre, ma nessuno lo fece passare davanti e lui dovette aspettare che tutti gli altri parlassero(…) erano donne, studenti, pensionati i quali volevano semplicemente raccontare la loro storia. Non sempre era una storia molto interessante, ma era la storia dell’unica vita che uno ha. Volevano che non rimanesse soltanto propria, avevano bisogno di dirla»[1].  Ricordo un’atmosfera simile nelle assemblee studenti - operai durante le lotte alla Fiat, dove si raccontavano storie di sfruttamento, di umiliazioni, di fatica, ma anche le vittorie sui capi e sulla disciplina di fabbrica, le tante emozioni vissute nei cortei interni.

Naturalmente non è la prima volta che il singolo, le persone scioccamente dette «comuni», prendono la parola. Ma è uno dei rari squarci storici in cui a quella parola si riconosce valore in sé, non come microcellula di una realtà più vasta; e in cui si adombra un’altra idea di cittadinanza, che parte dalla facoltà di presentare/raccontare se stessi in autonomia.

Ne nasce un’accezione di libertà diversa da quella classica, secondo cui la mia finisce nel punto in cui comincia la tua, quasi dovessero inevitabilmente competere e tollerarsi a vicenda. Allora le libertà sembravano camminare insieme, non libertà «di», «da», «fin dove», ma libertà «con», vissute in una sintonia in parte immaginaria, in parte reale. Ricordo il modo in cui Guido Viale racconta di studenti che fino al giorno prima balbettavano e tremavano davanti a un professore, e da un momento all’altro si trovavano a guardarlo negli occhi tranquillamente, ed era una vittoria di tutti, qualcosa di simile a quello che Hannah Arendt definisce felicità pubblica: un momento magico in cui sembra che la liberazione individuale sia intrecciata a quella collettiva, che la politica non sia più un mestiere per specialisti, ma coincida con lo stare insieme e comprenda il gioco, il riso, l’affettività. Non c’è rappresentazione migliore di come la soggettività si formi e si ridefinisca nel rapporto con gli altri, in particolare la soggettività emersa nel 68 e pensata dal 68, con il suo innamoramento per l’individualità che guarda al collettivo e per il collettivo che ha cura dell’individualità.

Era un sogno, certo, ma con qualche buon addentellato nella realtà. Pensare singolarmente – era questa l’impressione -  non voleva più dire farlo in solitudine, era piuttosto un pensare accanto, vicino, in compagnia. E la dimensione collettiva abbracciava, a fianco di idee vissute con impegno profondissimo, anche certe scherzosità impolitiche, puerili, e tanto divertenti.

Non che quello degli studenti sia stato il movimento perfetto. Le parole non pesavano tutte allo stesso modo, specie quelle maschili e femminili. C’era una gerarchia di eccellenza che vedeva in cima i leader teorico/affettivi, in fondo i misconosciuti simpatizzanti beat, hippie, capelloni. Esistevano anche allora cerchie di amici che, volendolo o no, si erano trasformate in dirigenze informali, e rendevano opachi i meccanismi di decisione - ne scriveva già nel ’70 la sociologa femminista Jo Freeman[2]. Ma quello che si viveva nelle università occupate non era un fatto di costume (anche), era politica.

Peccato che sia una stagione breve, e circoscritta a alcune città. Delle molte riflessioni sul riaffermarsi graduale della «vecchia politica», qui posso al più elencare alcuni argomenti: il quadro internazionale apparentemente favorevole alla radicalizzazione delle lotte, le interpretazioni che imputavano il fallimento del maggio francese alla mancanza di un partito «veramente rivoluzionario», i limiti della spontaneità, la repressione. Piazza Fontana. E la nostra lontananza siderale dall’idea che si potesse anche non crescere, non stabilizzarsi, non darsi il compito di produrre in prima persona la sintesi. Si potrebbe aggiungere il grande ciclo dell’autunno caldo, che però non implicava necessariamente un’organizzazione in forma di partito.

Eppure i gruppi nati fra il 1969 e il 1970 tendono proprio a quella. «Straordinarie energie giovanili furono disperse”, ha detto Vittorio Foa, (…) nel ricostruire, spesso come caricatura, quello che si era pensato di mandare al macero. In questo senso il ’68, dopo aver fatto la critica più acuta al vecchio mondo, vi è restato dentro»[3]. Guido Crainz ha scritto Un paese mancato, e oggi ci parlerà di una generazione mancata, di quel che una generazione poteva essere e non è riuscita a diventare, perché era nata «libertaria ma al tempo stesso carente di una reale cultura democratica e per questo esposta all’insidia delle ideologie. Anche di quelle liberticide»[4].

Si torna così al primato del collettivo  (o alla sua simulazione: quanti documenti scritti da singoli/e e firmati da più persone o con una sigla). Dalla gioia di fare le cose che piacciono con le persone che piacciono si passa gradatamente al conformismo di gruppo, con i suoi obblighi e divieti, il suo gergo, i riti, la fissità dei ruoli. Non è un paradosso che nei gruppi aspiranti rivoluzionari si produca questa mutazione. Più il potere appare ripugnante, più si pensa di doverlo combattere «come un sol uomo», con il risultato che tanto si è eversivi rispetto alle norme sociali, altrettanto si è ligi alle norme interne. Esito tre volte doloroso: impoverisce i movimenti, affligge chi si adegua, getta nell’ansia chi rifiuta. Fare sberleffi è facilissimo, il problema è farli a chi si ama.

Tanti anni fa, Edi Rabini mi aveva scritto questa riflessione di Simone Weil: «un gruppo, quando vuol avere delle opinioni, tende inevitabilmente a imporle ai suoi membri. Presto o tardi gli individui si trovano ad essere, più o meno gravemente, impediti nella espressione di idee opposte a quelle del gruppo (…) a meno che non ne escano. Ma la rottura con un gruppo comporta sempre delle sofferenze, o almeno una sofferenza sentimentale. E, quanto il rischio e la possibilità di sofferenza sono elementi sani e necessari all’azione, altrettanto sono cose malsane nell’esercizio dell’intelligenza. (…) L’intelligenza è vinta quando l’espressione dei pensieri è preceduta, implicitamente o esplicitamente, dalla paroletta “noi”»[5]. Negli anni settanta, lo slogan avrebbe potuto essere: «se non pensi, altri lo faranno al posto tuo». Ma ammetterlo avrebbe urtato contro la sindrome per cui il conformismo è sempre quello degli altri, il proprio lo si chiama coesione.

Alex non ha pensato per gli altri, né ha consentito che altri pensassero per lui. Di qui l’immagine di libertà che irradiava. Era libertà ascoltare quelli che nessuno ascoltava, dedicare tempo alle relazioni «improduttive», mediare quando altri lo ritenevano inutile, continuare nell’insegnamento quando i più vivevano di lavoretti, criticare certe forme di intolleranza rituali, ripetitive, buone solo a certificare l’ortodossia.

Non ho molti ricordi diretti di Alex, se non per il tempo in cui faceva servizio miltare e io lavoravo con Proletari in divisa, l’organizzazione di Lotta continua per l’intervento fra i soldati. Ma ho sempre in mente alcuni momenti, e almeno due voglio citarli.

Il primo è una scheggia di memoria, un dialogo un po’ teso in cui Alex aveva detto di provare compassione per le donne che abortivano, e io gli ero praticamente saltata agli occhi: «è rispetto che vogliamo!» – come se le due posizioni non potessero coesistere, e la compassione fosse un sentimento dubbio, troppo poco militante, troppo «cattolico».

Quel riferimento alla compassione può sembrare poca cosa solo se non si tiene conto del clima. Doveva essere il 1975, nel pieno della lotta per la depenalizzazione dell’aborto. Le donne che partecipavano alle campagne di opinione, al lavoro nei quartieri, ai consultori, tenevano al centro l’orrore degli aborti clandestini, i pericoli, le sofferenze, lo sfruttamento da parte dei ginecologi cucchiai d’oro, lo scandalo di una legge fascista mantenuta in vigore nell’Italia democratica. Si organizzavano grandi cortei, raccolte di autodenunce per aver abortito, si partiva da un processo particolarmente scandaloso e se ne faceva un «caso» capace di scuotere l’opinione pubblica. Nei consultori si praticavano (anche) aborti, si organizzavano i viaggi verso le cliniche in Inghilterra e Olanda per le donne con gravidanze più avanzate. Che la questione dell’aborto avesse un nucleo etico ineliminabile non era al centro dei nostri discorsi; e ancora meno il fatto che le vittime sono due, la donna e insieme a lei il feto. Sono gli anni di slogan come «l’utero è mio e lo gestisco io», di cui sarebbe difficile capire il senso fuori dello scenario di allora.

Erano anche gli anni di uno scontro aspro fra donne e uomini dei gruppi extraparlamentari, specialmente di Lotta continua. Dai militanti maschi non volevamo niente, né approvazione né comunanza – uno slogan già un po’ invecchiato diceva: «una donna ha bisogno di un uomo come un pesce ha bisogno di una bicicletta». Eravamo, con ragione, piuttosto intolleranti, e i militanti maschi più avvertiti avevano adottato la tattica della prudenza, che consisteva nell’appellarsi alla causa e nel guardarsi bene dall’interferire nelle «cose di donne».

Alex entra in questo gioco della parti con una mossa imprevista, spostando il discorso nel bel mezzo della contraddizione uomo/donna. Perché la sua condivisione empatica è indirizzata non a una singola amica o compagna, ma a tutte le donne che per aver detto di sì devono affrontare il peso della scelta - come ha scritto Carla Lonzi: «per il piacere di chi sono rimasta incinta, per il piacere di chi sto abortendo?»[6]. Non so se anche di questa verità Alex avesse consapevolezza. So soltanto che ripensando a quel dialogo, ho capito che lui si era esposto all’insofferenza nostra e aveva rifiutato il quieto vivere maschile; e io mi ero conformata all’ortodossia femminil-femminista.

Il secondo esempio mi riporta alla ex Jugoslavia degli anni novanta, soprattutto alla Bosnia. Situazione aggrovigliatissima, in cui tutte le parti in campo esercitavano violenza, ma in cui non era certo impossibile capire che l’aggressione «originaria», la strategia dei massacri, venivano da Belgrado. Dei due corni del dilemma ereditato dalla seconda guerra mondiale - «mai più guerre» e «mai più Auschwitz»- il pacifismo e l’ambientalismo italiani avevano scelto il primo e lasciato cadere il secondo, senza per altro riconoscerlo apertamente. Nel frattempo i serbi continuavano a uccidere, a praticare gli stupri etnici come arma di guerra, a riempire i loro campi di concentramento di prigionieri sempre più somiglianti ai deportati nei lager nazisti.

Dopo aver visto fallire uno dopo l’altro i tentativi di pacificazione, Alex arriva alla conclusione che «un intervento armato dell'Onu, o della Nato a nome dell'Onu, purché il più possibile contenuto, sia preferibile alla lunga agonia della Bosnia», e che sia necessaria «una forte autorità internazionale capace di minacciare ed anche impiegare- accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia (…) della integrazione economica, della informazione veritiera- la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli stati».

Sono parole che gli costano care. Perché è costretto a scommettere sulla capacità regolatrice di organismi internazionali che hanno già dato cattiva prova di sé. E perché nel movimento pacifista il conformismo non è meno insidioso che nei vecchi gruppi extraparlamentari, e sa come farla pagare ai «traditori». Alex aveva scritto che bisogna accettare di essere ritenuti tali dai propri compagni e amici, aveva aggiunto – lo ha ricordato Travaglini- che il traditore non è necessariamente una figura negativa, anzi «per fare le paci servono "traditori" delle rispettive appartenenze che si parlino». Ma ora si vedeva scagliare addosso quella parola nel suo significato comune, di reprobo da mettere al bando. Come insegnava la lunga tradizione di scomuniche contro chi osa cambiare idea di fronte al cambiamento della realtà.

Non voglio suggerire nessun legame fra questo dolore e il suicidio di Alex, mi riconosco nei tanti che rifuggono dal praticare una autopsia psicologica al suo ultimo atto. Solo non vorrei che, come è accaduto con Primo Levi, qualcuno proiettasse quella morte sul passato, togliendoli valore, spogliandolo di ogni felicità, di ogni capacità di insegnamento e di aiuto. Quando scrivo, tengo sempre a portata di mano alcuni libri, di Vittorio Foa, di Todorov, di Carla Lonzi- e la già classica biografia di Alex scritta da Fabio Levi[7] e Il viaggiatore leggero[8].

[1] R. Rossanda, Le donne: il ’68 e dopo, p. 52 in A.V. Cinque lezioni sul sessantotto, Torino, Dossier n. 1 di Rossoscuola 1987.

[2] Jo Freeman, The Tyranny of Structurelessness, in «Notes from the Second Year», 1970, ripreso in molti opuscoli e antologie.

[3] V. Foa, Questo Novecento, Einaudi 1996, p. 308

[4]  Vedi la sua relazione a questo convegno.

[5] S. Weil, La prima radice, edizioni SE, 1990, pp. 33-34

[6] C. Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile 1974, p. 69, appena ristampato presso et al. /edizioni.  

[7] Fabio Levi, In viaggio con Alex, Feltrinelli 2007.

[8] Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, molte volte ristampato.

 

La difficile autobiografia di una generazione

di Guido Crainz

Il tema è davvero molto difficile ma non potevo sceglierne uno diverso perché Alex –assieme ad altri- mi costringe a pensare proprio a questo: mi ci costringe perché lo sento come una delle eccezioni all’interno di una generazione largamente mancata. Largamente mancata, voglio dire, rispetto alle enormi opportunità che ha avuto, cresciuta com’è negli anni della “grande trasformazione”: in un paese che cambiava radicalmente pelle, e nella fase aurorale di una circolazione culturale internazionale senza precedenti per il nostro paese. Per fare solo un esempio, che rimanda a tabù di lungo periodo dell’Italia cattolica e  conservatrice: solo nel 1963, quasi 30 anni dopo, esce da noi La rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich, ma l’anno successivo sono pubblicati in tempo reale Il gruppo di Mary McCarthy, La mistica della femminilità di Betty Friedan, Eros e civiltà di Herbert Marcuse. In quel clima siamo cresciuti, e all’interno di trasformazioni sociali altrettanto colossali. Ho qualche flash di memoria sui piedi scalzi dei figli dei contadini con cui ho giocato qualche volta nel Friuli degli anni cinquanta: pochi anni dopo i miei compagni di liceo più fortunati  avevano già il motorino o suonavano in un complesso rock. Ricordo bene, anche, la scoperta collettiva dell’ingiustizia sociale, il diffondersi di un’ansia di capire e  trasformare il mondo, e il modo in cui quest’ansia  trasformò persino i giornalini scolastici o i fogli giovanili.  Alex Langer su “Offenes Wort” parlava di “cristianesimo rivoluzionario” mentre  un giovane milanese nato nel mio stesso anno, Walter Tobagi,  scriveva: “L’unica alternativa alla società di massa è un autentico socialismo cristiano”. Lo scriveva su “La zanzara”, il giornale del Liceo Parini di Milano. Tobagi  polemizzava anche con il “diffondersi dei miti del capitalismo” ed esprimeva insofferenza per l’insensibilità di quella parte dei suoi coetanei che ”brancola nel buio, priva di ideali, estranea ai grandi problemi sociali e politici”. E’ quello che molti altri giovani iniziano allora a scrivere e a dire in mille città.  Sono i fermenti che porteranno al ’68, ma poi i percorsi iniziano a dividersi: credo ci dobbiamo chiedere perchè siano stati così pochi, alla fine, gli intellettuali rigorosamente e coraggiosamente  riformisti come Tobagi. Tobagi sarà assassinato il 28 maggio del 1980 –esattamente trent’anni fa- da terroristi rossi imberbi e disumani: era un nostro fratello, sarà assassinato in qualche modo da nostri figli. Figli indiretti e spurii, se volete, ripudiati -tardivamente- e di cui –altrettanto tardivamente-  avemmo orrore, ma in qualche modo figli. Non corpi estranei.

    Il nodo è rovente proprio perché abbiamo presente il felicissimo punto di partenza, nello scorrere dei luminosi anni sessanta. Ci rappresentava bene Giorgio Bocca, alla vigilia del ’68,descrivendo una di noi: “mi sforzo di capire i caratteri distintivi della sua generazione (...):per cominciare, un rinnovato, prepotente bisogno di ideologia. Il nostro agnosticismo  diretto all’utile e al comodo,il nostro tirare a campare non li soddisfa. A Roberta piace il Fidel che dice “voglio dare alla gioventù il disgusto per il denaro”, e le piace Guevara che combatte in Bolivia; si interessa ai negri in rivolta,ai vietnamiti in guerra. E’ questo l’altro carattere che distingue lei e quelli della sua età: l’interesse ai problemi del mondo e ai poveri del mondo”

Tutto vero, ma queste stesse parole ci ripropongono il nodo di quel che una generazione poteva essere e non è stata. Che cos’è, insomma, che non ha funzionato? Perché a muoversi con continuità su questa cifra sono state, alla fine, soprattutto le eccezioni? Una prima spia ci è offerta proprio da questo brano di Bocca: o meglio, da quel che manca in esso. Lo ha scritto benissimo Anna Bravo: negli “anni ‘68” è forte la sensibilità nei confronti del dolore degli oppressi ma “non tutti gli oppressi hanno diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici)”. Dopo l’invasione di Praga la realtà dell’est europeo non può essere ignorata eppure “quell’enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei mali del secolo”. Questo è il punto che non riesco a rimuovere, e trovo francamente intollerabili le minimizzazioni o le autoassoluzioni che talora ho sentito. Non ci commuovemmo moltissimo per Praga, dopo aver visto nel nuovo corso di Dubceck un nefasto esempio di revisionismo e di ritorno del capitalismo. Un giovane movimento intellettuale che rivendicava a gran voce “l’impossibile” ebbe sguardi solo fuggevoli e occasionali per altri giovani, per i quali l’ “impossibile” era  libertà di parola e di stampa, di associazione e di voto. Non vedemmo quasi quel che avveniva  in Polonia –la Polonia che aveva conosciuto Auschwitz- dove gli studenti e i professori del ’68 (Michnick e molti altri) furono espulsi e perseguitati dal regime comunista all’interno di una campagna antisemita. Non ce ne accorgemmo, quasi fosse irrilevante. E giudicammo irrilevante che il glorioso partito comunista del Vietnam e la libertaria Cuba approvassero l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Salvo  scoprire dieci anni dopo la tragedia del boat people  vietnamita, una folla di persone in fuga disperata dall’inferno, non dal paradiso comunista. O i massacri compiuti in Corno d’Africa dai guerriglieri cubani agli ordini del generale Petrov (su questi aspetti Lisa Foa scrisse su “Ombre rosse” pagine asciutte e illuminanti, come sempre le accadeva).

Non ci salviamo l’anima evocando un volantino (o una manifestazione, come facemmo a Pavia) per Jan Palach, lo studente di Praga che si diede drammaticamente fuoco nel gennaio del 1969, in estrema protesta contro l’occupazione sovietica. Il giorno dopo riprendemmo a ispirarci alle strategie di lotta armata e all’idea di comunismo del Vietnam e di Cuba, e ai paesi dell’est guardammo di nuovo solo se si muovevano  i mitizzati operai (operai cui attribuivamo naturalmente le nostre, non le loro idee). Ho riletto di recente il documento –un documento pisano- che ci sembrò il più avanzato e aperto -e certamente allora lo era-, scritto dopo il tragico gesto di Palach. Alla solidarietà umana per Palach fa subito seguito la demolizione più feroce di quel “nuovo corso” in cui Palach aveva creduto,e quindi la mistificazione totale delle speranze reali, dei valori reali che avevano mosso Palach e i suoi coetanei: al loro posto insediavamo i nostri mostri ideologici.  Vi è qui una questione alla quale è impossibile sfuggire: il paradosso – o meglio il dramma- di un movimento che nasce sinceramente libertario ma è al tempo stesso carente di una reale cultura democratica e per questo esposto all’insidia delle ideologie. Anche di quelle liberticide. Da stimolo e luce al cambiamento, come nel brano di Bocca, l’ideologia divenne strumento di incomprensione della realtà, talora di disumanizzazione.

    Libertari certo eravamo, ma consideravamo con molta sufficienza le libertà formali. Libertari, ma disposti a sottomettere (in qualche caso persino con entusiasmo) l’individuale al collettivo. Ci convinceva, o comunque tacitava i nostri dubbi,  l’idea di Lenin secondo cui per fare la frittata bisogna rompere le uova. Anche se le uova erano migliaia o milioni di donne e di uomini, come ci ricordavano –inascoltati- Hannah Arendt e Isaiah Berlin.  Non ci sembravano troppo stridenti quegli orrendi versi dell’amatissimo Brecht secondo cui è meglio sbagliare con il partito che avere ragione fuori dal partito (“non fare senza di noi la via giusta:/senza di noi è la più sbagliata”).

   Non solo questo, certo, ma anche questo siamo stati, e se rimuoviamo questo aspetto non comprendiamo neppure perché siano state abbandonate le intuizioni migliori del ’68: ad es. quella “lunga marcia attraverso le istituzioni” -ipotizzata da Rudi Dutschke e ripresa anche da noi - che doveva avere la sua premessa essenziale nella costruzione di un’Università critica.  L’intuizione cioè che la critica ai disvalori della scuola di allora e la costruzione di saperi critici doveva consolidarsi nell’Università e proseguire nella critica ai ruoli sociali e professionali cui la scuola preparava. Doveva delineare un modo diverso di intendere le professioni, mettendo in discussione in modo diffuso e continuo le  gerarchie dominanti, i falsi saperi, gli autoritarismi istituzionali e individuali. Mauro Rostagno tentò allora a Trento di proseguire  quell’intuizione ma  fu quasi processato, come ha ricordato lui stesso: “mi attaccarono da sinistra dicendo che l’Università critica era aristocratica, antioperaia, un ghetto d’oro in una società di merda. Mi fecero vergognare al punto che poco dopo me ne andai. Abbandonai la città con il terrore di essere considerato un nemico della classe operaia”: e la “riabilitazione” consistette nel distribuire volantini davanti alle grandi fabbriche di Milano.

  Un grande vecchio che se ne intendeva, Vittorio Foa, lo ha scritto bene: “il movimento studentesco non si espanse nelle fabbriche, esso vi si chiuse,vi andò per prendere in prestito l’ideologia rivoluzionaria (…). La visione originaria di un potere diffuso che imponeva mille spazi di confronto e di conflitto si riduceva di nuovo al tradizionale conflitto contro lo stato e contro il capitale. Straordinarie energie giovanili furono disperse nello riscoprire e nel ripetere la Dottrina”.

 Per questo il percorso di Alex - che portò la “lunga marcia” sin all’interno della politica- mi pare una delle non molte eccezioni, e anche per questo, a mio avviso, fu così doloroso e sofferto, affrontando di petto quei nodi che avevamo rimosso e che le tragedie del Novecento –a partire anche dalle guerre e dagli orrori della ex Jugoslavia- riproponevano a lui e a noi.  Per questo vi vedo una forte relazione con altri percorsi, segnati dalla critica al tradizionale modo di intendere non solo e non tanto la politica quanto le professioni, i ruoli sociali, i “mestieri”. Percorsi cioè che hanno tentato di proseguire nelle scelte individuali e quotidiane quella intuizione collettiva che avevamo colpevolmente abbandonato. 

Lo ha scritto bene su “Linea d’ombra” Marino Sinibaldi, in un articolo del 1993 che aveva come titolo Salvare gli individui e che ricordava Marco Lombardo Radice, psicoterapeuta dei bambini molto precocemente scomparso. Prendendo spunto dal film di Francesca Archibugi che si ispirava alla sua esperienza (Il grande cocomero) Marino scriveva: “Il medico che dà fiducia ai bambini perché “sembra un idraulico”, che vìola tutti i regolamenti  per tenere un cane nella corsia della clinica,  che rinuncia a orari personali, futilità sociali, gratificazioni pubbliche, il medico che accetta di misurarsi con “i casi impossibili”, non è solo il simbolo di una scelta estrema, di una dedizione agli altri illimitata e probabilmente disperata. Con lo sguardo di questo inverno 1993 in quella scelta, in quella pratica concreta vi leggiamo altro: il frammento (…) di un modo possibile di coniugare integrità personale e trasformazione reale, nel rapporto con gli altri e con la società, a partire dai più piccoli, deboli, “malati””. Sinibaldi concludeva:Vi è qui una diversità radicale dalle scelte “canoniche” di una generazione che quasi compatta ha in questi anni invaso il centro e la periferia della politica e del lavoro intellettuale. La degradazione progressiva, inarrestabile di questi luoghi della vita pubblica ha reso lampanti anche le responsabilità di quella generazione, equamente divisa tra pratica della viltà e assuefazione all’impotenza (…). Il grande cocomero, l’esperienza che vi traspare e che vi leggiamo, ci invita a rimettere in gioco  gli adulti che siamo diventati in questa Italia avvilita e invecchiata”.

Nel numero successivo di quella stessa rivista -o meglio, in una sua costola che sarebbe diventata autonoma, La terra vista dalla luna-  Franco Lorenzoni ricordava la rottura rappresentata per lui dall’incontro, sul finire degli “anni dei movimenti”, con  il Movimento di Cooperazione Educativa: “mi ha regalato -scriveva- una nuova immagine della storia: l’idea che la storia esiste solo in quanto è incarnata nella vita di qualcuno, nelle emozioni di corpi e persone concrete (…) una sorta di pulizia da tanta ideologia che circondava molte delle cose in cui avevamo creduto”. Di qui, concludeva, la scelta di fare il maestro e l’esperienza della Casa-laboratorio di Cenci.  Un mutamento drastico, certo, ma anche - a me sembra- un filo di continuità con la parte migliore del percorso precedente: e l’intreccio fra i due momenti caratterizza anche altre esperienze, quelle che a me sembrano le eccezioni positive nel difficile e amaro bilancio di una generazione.

Quel bilancio, a mio avviso,  deve considerare appunto la tensione fra aspetti diversi e talora opposti, e  la riflessione su questo nodo era stata già avviata sul finire degli anni sessanta da un dialogo poetico fra Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Elsa Morante aveva fatto il più limpido elogio del ’68 in un testo dello stesso anno, Il mondo salvato dai ragazzini, e Pasolini - molto più critico - le rispondeva: “Quante sopraffazioni da parte di questi giovanotti/ che credono che la storia si svolga nell’anno 1967-68, o 1968-69/- modesti italiani morigerati, cui danno inebriante vitalità/ una nuova Fede e una nuova Speranza/- con una smorfia di disprezzo per la Carità” . Una nuova Fede e una nuova Speranza/- con una smorfia di disprezzo per la Carità: ecco perché Alex, capace anche di una profondissima Carità, mi sembra una straordinaria anche se non isolata eccezione.

 

Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni

di Peter Kammerer 

1. Alexander Langer e la cultura tedesca.

Alexander Langer è cresciuto e viveva in tempi e luoghi in cui lo spostamento anche di pochi chilometri comportava, anzi richiedeva un cambiamento del punto di vista. Il mondo guardato da Sterzing/Vitipeno era un altro di quello percepito a Bolzano e il mondo osservato dal Brennero era molto diverso da quello visto da Firenze. Nell` accogliere la qualità di tempi e luoghi non uniformati Alex è diventato un maestro di spostamenti. Spostamenti di orizzonti.

Alla base di questa arte sta la capacità di muoversi agevolmente nelle differenze, di saper distinguere le cose da vicino. A cominciare dalla lingua. Nel suo scritto forse più bello, Minima personalia, si legge: “A casa si parla in lingua (tedesca) invece che in dialetto tirolese”. Alex da ragazzo affronta dunque due lingue tedesche, la Hochsprache (piuttosto rara nel Südtirol) e il dialetto tirolese. La Hochsprache ha poi una sua versione austriaca e una tedesca (Alex tendeva verso quella tedesca) e i dialetti variano da valle a valle, da paese a paese. Inoltre si sente l`italiano che Alex impara già nell`asilo. Da giovane redattore di un giornalino sarà “fiero di riuscire a condurre un'intervista in una lingua non mia”. Ma anche l`italiano, non meno ricca di varianti del tedesco, diventerà lingua sua. Navigare in mari linguistici aperti non è un`avventura semplice. L`insicurezza spinge verso scelte che escludono. Non farle è l`eredità migliore della cultura tedesca. Da giovane Alex intuisce una cosa che molti tedeschi non sanno. La grande letteratura tedesca del `900 viene per la maggior parte dalle periferie: Kafka, Celan, Rilke, Handke, da Canetti a Grass e fino a Herta Müller. La cultura tedesca raggiunge le sue espressioni più alte solo (sottolineo questo “solo”) quando una identità creduta o pretesa nazionale e pura si incrina (Hans Mayer, Außenseiter). Tante piccole differenze formano un disegno di screpolature anche in Alex e lo renderanno incompatibile a vita con i blocchi etnici, ideologici, nazionali e, in generale, con i blocchi di potere. E perfino quando questi blocchi  si ergono “a difesa”, Alex rimane diffidente, pronto al “tradimento”. Questa eredità, il rifiuto dei blocchi e la speranza nella trasversalità, mi pare sia quella più difficile a cogliere, nella marmellata e confusione di oggi nella quale i vecchi blocchi si sono sciolti mentre una stupidità trasversale sta al potere.

Ma negli anni `50 i blocchi erano ben delineati e Alex ha pagato per il suo rifiuto. Scrive: “Nella mia cittadina, che amo molto, sento una certa estraneità”. E poi, trasferitosi a Bolzano, quando cortei di italiani gridavano “Magnago a morte”, scrive: “Me ne sento minacciato anch'io e comincio a sentire il fascino della resistenza etnica.” Il desiderio di appartenenza lo prende fortemente quando nel 1985 protesta a Passau contro un raduno neonazista al quale partecipano anche dei sudtirolesi. “Tutti mi riconoscono immediatamente. Qualcuno esita, i più si fanno beffe di me. … E' la volta in cui avrei voluto parlare in costume tirolese.” Alex invece appartiene ad un`altra comunità. “E' bello sentirsi parte di una comunità universale in cui non si distingue "nè giudeo nè greco".” E alla quale Alex vorrebbe aggiungere anche il costume tirolese insieme a tutte le bandiere. Tutte o nessuna. Ma si rende conto: “Nessuna delle bandiere che spesso sventolano davanti a ostelli o campeggi è la mia.”

Siamo ben lontani dai toni del dibattito attuale sui 150 anni dell` Unità d`Italia che rischia cacciarsi in un vicolo cieco, quello della difesa della nazione perché attaccata dal secessionismo primitivo della Lega. Ecco due blocchi che bloccano il pensiero. Alex non aveva paura di riconoscere il bilancio piuttosto fallimentare del farsi stato nazionale sia della Germania sia dell`Italia. Sostiene che l`Unità dell`Italia e della Germania abbiano in comune di aver ridotto e degradato “zwei Kulturnationen zu Staatsnationen” (Prefazione scritta nel 1988 a Peter Kammerer-Ekkehart Krippendorff, “Reisebuch Italien. Der Norden”, 1998). Si è passato da una nazione unita dalla cultura a una unificata dallo stato. Per di più da uno stato autoritario, con aspirazioni imperialiste e poi responsabile di due guerre mondiali. Questo vale per la Germania e seppur in misura minore, “mangels Masse”, dice Alex, per l`Italia. Ma quando nel 1989 alcuni verdi tedeschi diffondono lo slogan “Nie wieder Deutschland” Alex si arrabbia seriamente. Lui si chiama un “Kulturdeutscher”, che si è appropriato l`eredità della cultura tedesca in circostanze allora difficili (“das Erbe deutscher Sprache und Überlieferung unter (damals) schwierigen Umständen”. in: “Ach diese Deutschen, ach diese Grünen”). La sua interpretazione delle storie nazionali fornisce ad Alex una solida base per il suo impegno europeo e penso che lui abbia visto anche le difficoltà odierne del farsi Europa ripensando il bilancio del farsi stato nazionale. Non ripetere certi errori. Il dibattito su questo bilancio storico sviluppatosi nel dopoguerra in Germania più che in Italia e soprattutto tra i verdi (fino al 1989) ha avuto per Alex sicuramente un suo peso.

   Alex scrive di essersi appropriato della cultura tedesca in circostanze difficili. Queste riguardano non solo la storia recente del Sudtirolo e il suo rapporto di opposizione al fascismo e di adesione al nazismo. Ci sono contraddizioni più antiche che opponevano la cultura tirolese alla cultura “tedesca alta”, all`illuminismo, al liberalismo, al socialismo ecc.. Basta studiare la figura controversa di Andreas Hofer (il breve saggio di Alex su Hofer è di estremo interesse) e quanto aveva scritto Heinrich Heine, esponente della Germania progressista sui tirolesi insorti contro Napoleone considerato portatore –con le armi- di diritto e progresso: “I tirolesi sono belli, allegri, onesti, bravi e di una limitatezza di spirito senza fondo. … Della politica non sanno nulla, sanno solo che hanno un imperatore che porta un vestito bianco con le braghe rosse. Lo sanno dal vecchio zio che è stato a Innsbruck e lo ha sentito dire dal Giusep` che è stato a Vienna. Quando i patrioti diffondevano l`allarme con la notizia, che ora arriverebbe un imperatore con il vestito blu e le braghe bianche, abbracciavano moglie e bambini, prendevano il fucile e scendevano dalle montagne per farsi ammazzare per il vestito bianco e le care, belle braghe rosse”. Insomma, la cultura tedesca illuminata e di sinistra guardava allora al Tirolo come l`Occidente guarda oggi all`Afganistan.

Ne sono rimasti residui di arroganza dalla parte tedesca e complessi di inferiorità dall`altra parte. Solo uno come Alex che ha fatto i conti con la Germania fino in fondo può affermare: “Non mi viene mai alcun senso di inferiorità rispetto ai tedeschi delle madrepatrie: a volte mi sembra, anzi, che da sudtirolese certe cose della cultura tedesca si apprezzino di più.”

Insieme al suo rapporto con la Germania e la cultura tedesca Alex ha chiarito anche il suo rapporto con l`Italia districandosi tra schemi, pregiudizi, risentimenti sia tedeschi, sia austriaci, sia tirolesi e naturalmente anche italiani. I due processi di appropriazione culturale seguivano metodi diversi: “La mia formazione (dalle fiabe ai libri di avventura, dai classici ai contemporanei) è avvenuta praticamente tutta in lingua tedesca. I miei studi, i miei incontri, le mie frequentazioni invece hanno un segno più italiano”. Così Alex fungeva da ponte tra Nord e Sud, un rapporto diventato un grande tema suo, carico di significato locale e globale. Vedeva il suo compito nel “far circolare idee e persone”. In ambedue le direzioni. Spiegava l`Italia ai tedeschi lavorando con Lotta Continua in Germania insieme ai lavoratori immigrati e vari gruppi della sinistra tedesca per i quali “la rivoluzione in Italia” era diventato un sogno che pareva realizzarsi. Poi, alla fine degli anni `70, la direzione del suo lavoro cambia. Comincia a spiegare in Italia quanto accade in Germania. In Italia la grande ondata dell`68 ha avuto un`ultima sua impennata nel `77. Nell `80 gli operai della FIAT vengono sconfitti. Il declino della sinistra prende il suo corso senza che la sinistra se ne accorge. In Germania invece nasce il movimento verde capace di portare la sinistra fuori dal vicolo cieco della “Germania in autunno” e di incidere in modo nuovo sul quadro politico tedesco e non solo quello.

2. Alex e i verdi (tedeschi).

Alex è uno dei primi a cogliere l`importanza di questo movimento. Con la sua modestia si dichiara osservatore, uno che vuole imparare. E impara: che la questione centrale intorno alla quale si può costruire un nuovo approccio politico è quella della sopravvivenza del genere umano, della specie. Affrontare la questione ecologica non richiede necessariamente un`idea centrale quale è stata per il movimento operaio la lotta di classe. Una nuova coscienza può nascere da tante azioni per saper affrontare infine la questione generale del rapporto tra gli uomini e la terra, una questione antropologica, scientifica e anche economico-filosofica che richiede un riesame critico della vita degli uomini come specie. Per questa impostazione l`opera e il pensiero di Rudolf Bahro è stato decisivo.

Impara che ci vuole un altro modo di fare politica, con meno ideologia e più rivendicazioni concrete, magari piccole, raggiungibili senza voler subito rovesciare il sistema. Questo approccio permette di coinvolgere non solo i “convinti”, ma tutti gli uomini di buona volontà.  Alex parla della necessità di restituire alle persone le nobili cause, una nuova ragione di fare politica che non tende alla presa di potere e non reclama nessuna vittoria di una idea particolare. Così sarà possibile per tutti fare esperienze nuove e praticare nuovi metodi di costruire il consenso. Nella pratica del “palaver” in uso nelle tribù primitive copiata dai verdi tedeschi la discussione va avanti finchè non si trova un consenso. Ovviamente questa procedura richiede del tempo che in politica non c`è. Il “lentius” di Alex si riferisce anche a questa conquista di tempo necessario ad una nuova convivenza. 

Impara che questo metodo permetterebbe anche l`ingresso nella politica di persone nuove. Alex dice testualmente (nel lontano 1983): “una delle cose oggi più gravi e più sterili che affliggono la politica in Italia è che la maggior parte delle persone che sono in politica lo sono da molti anni, da troppi anni, sono stanchi, sono logorati e spesso ripetitivi senza energie nuove da investire, mentre persone nuove non trovano l`accesso”. Qui vorrei ricordare per inciso la fantasia politica di Alex, ad esempio il suo “progetto Santa Elena” che vuole agevolare l`uscita indolore dei dittatori dalla scena politica offrendo a loro un esilio dorato. Perché non estendere il progetto a uomini politici aggrappati ai loro posti in mancanza di meglio? Trovare una bella attività fuori dalla politica a gente come D`Alema?

   Impara che si debba cambiare quel costume che porta l`opposizione quando sta al governo a fare le stesse cose che da opposizione critica; che bisogna guardare più al contenuto che allo schieramento, essere disposti a rompere con la logica degli schieramenti su determinate questioni disobbediendo al richiamo delle bandiere. Che si debba stare attenti a non mettere una cappa partitica e lottizzatrice sulle iniziative e sui movimenti. Attenti a non perdersi nel lavoro pur necessario delle liste. Attenti agli apparati. Rivedere continuamente la propria esperienza sudtirolese. Crescere non col concime chimico, ma in modo biologico. E Alex conclude: “Non mi interessa se un partito verde nasca subito in Italia, mi interessa raccogliere persone e nuove energie spendibili in compiti precisi”.

Alex ammira i Verdi tedeschi e contribuisce al loro nuovo modo di fare così poco tedesco. Sottolinea che si tratta della prima esperienza significativa del dopoguerra in cui la sinistra sia riuscita ad uscire dal ghetto. Questa apertura abolisce gli steccati tradizionali del campo della sinistra. Sciogliere la sinistra serà un fatto positivo se si verifica nel processo la Aufhebung hegeliana nel suo significato di conservare e di superare. Sciogliersi per rinascere. La politica si scioglie nel sociale e non viceversa, cioè non è il sociale che deve fungere da humus alla politica.

Qui si apre il capitolo del rapporto di Alex con la sinistra italiana, in particolare col partito socialista e quello comunista, dei suoi tentativi forse un po troppo pedagogici di farsi sentire. E l`altro capitolo, quello della storia dei Verdi italiani. Quel che possiamo dire oggi è: La sinistra italiana ha pagato con la sua sconfitta definitiva la sua incapacità di imparare. E la stessa cosa si può dire dei verdi italiani.

Ma non possiamo fermarci qui nel riproporre le idee di Alex e di tanti altri senza chiederci perché fanno tanta fatica ad essere ascoltate. Gli stessi verdi tedeschi hanno preso un`altra strada sconfessando le speranze e i metodi di Alex. Hanno sacrificato alla loro Realpolitik tutte, non solo alcune, utopie concrete. E hanno avuto come compenso il diventare un partito stabile e in crescita. Cosa non da poco. Si potrebbe dedurrne che certi comportamenti e metodi che noi per comodità colleghiamo col nome di Alex valgono solo in ambiti ristretti e in periodi storici particolari?

La speranza di Alex in un 1989 che apra a più democrazia, a meno armi, all`istituzione di corpi civili di pace, a sforzi straordinari dei governi e dell`unione europea in appoggio alla convivenza, ad un mercato al servizio della società e non viceversa, a un Europa di forte innovazione istituzionale e culturale è disattesa. Si tratta di obiettivi completamente mancati con la buona pace di tutti i partiti, verdi inclusi. La guerra è generalmente (cioè dai media e partiti politici) ormai accettata. I suoi fautori o consenzienti costituiscono un blocco conformista potente. La ricerca di alternative agli interventi militari priva di mezzi da sempre è ora anche senza fantasia. In piena crisi finanziaria che prospetta solo sangue e sacrifici è perfino impossibile parlare di tagli alle spese militari. Stiamo di fronte ad un blocco unico e il contributo veramente originale di Alex, quello di cercare e di aprire spazio politico tra i blocchi come suo e nostro spazio politico par excellence, spazio creato dall`accettazione delle differenze a scapito dei blocchi, costituisce oggi una possibilità ridotta al minimo. Non si respira più.  

Se tutto questo è vero, allora Alex è una persona che chiude un`epoca. Un ultimo. Ci vorrà del tempo prima che possa diventare di nuovo un primo.

Ma non si può concludere così. Con Alex finisce un epoca che credeva possibile dopo tante illusioni rivoluzionarie tradurre nuovi saperi e impegni in politica, far accogliere le loro istanze da istituzioni democratiche. Alex si è dato con generosità al lavoro nelle istituzioni. Lui è stato un parlamentare con sincera passione. Ed è stato anche un grande esperto dei meccanismi che chiamava “Fremdkörperabwehr”, cioè di quei meccanismi con i quali gruppi e etnie chiuse si difendono contro corpi estranei che li mettono in discussione. Sapeva che anche le istituzioni mobilitano questa difesa fino a rendere compatibili entro le loro strutture specifiche eventuali contestatori. E` la storia dei verdi tedeschi. E` la storia delle tante proposte concrete di Alex insabbiate al parlamento europeo. Nel 1997, a due anni dalla morte di Alex, Rudolf Bahro constata la completa chiusura degli spazi politici: “Oggi non vedo più nessuna possibilità immanente nelle strutture per cambiare il corso della politica. Non possiamo fare altro che aspettare senza consumare coscienza e speranza” (Intervista Taz, 13.12.1997). Si è chiuso un ciclo e inizia il duro lavoro dell`attesa che consiste nel trovare uno sbocco politico nuovo alla ricca fioritura di iniziative di base, di associazioni e di gruppi locali che si espande ancora grazie anche ad Alex. Alex questo sbocco, questo passaggio non ha trovato. Quindi ha continuato il suo viaggio “infin che `l mar fu sopra noi richiuso”.    

 

Le aperture al futuro di un maestro di inquietudine    

di Franco Lorenzoni

Alexander Langer credo sia tra i pochi della mia generazione che ha ancora molto da dire su ciò che dovremmo fare per affrontarne le sfide del presente e del futuro.

Pacifista integrale e concreto, non ha mai avuto una relazione pacificata con il mondo: per questo è stato e resta un maestro di inquietudine. Maestro più che politico, perché in tutte le sue attività la dimensione educativa, il tentativo di operare in modo esemplare incarnando ciò che diceva, lo ha sempre caratterizzato.

Domandandosi perché suo padre non andasse in chiesa, nelle note autobiografiche del 1986 annota: “mia madre mi spiega che mio padre è di origine ebraica e che non conta tanto in che cosa si crede ma come si vive”.

Affermare con radicalità che ciò che conta è come si vive ci aiuta a capire perché la scuola riesca così poco ad educare. Noi adulti che la abitiamo, infatti, a partire dai più anziani - cioè dalla generazione del ’68 - ben poche volte siamo stati e siamo credibili quando ci rivolgiamo ai ragazzi ai giovani perché le nostre parole sono spesso troppo lontane dal nostro esempio.

Di Alex insegnante ci sono tre immagini che danno il senso del suo modo di stare con i ragazzi. Giovanissimo supplente a Bolzano, promosse uno sciopero della fame contro l’esclusione dalla maturità di due ragazze, riuscendo a farle riammettere all’esame. Di lui professore in un liceo di Roma dal ’77 al ’79, alcuni ex-allievi ricordano due momenti: come si fosse occupato con sollecitudine di due loro compagni arrestati a differenza di tutti gli altri insegnanti, e la volta che, durante una manifestazione caratterizzata da scontri e violenze, non abbia esitato a passare dall’altra parte per soccorrere un poliziotto ferito.

Stare sempre e comunque dalla parte della vittima a prescindere dal campo di appartenenza, avere cura verso chi è in difficoltà e battersi contro ogni forma di discriminazione sono sempre stati elementi fondanti non solo del pensiero di Alex, ma del suo operare concreto. Questo è il motivo per cui il suo ricordo è così nitido in chi lo ha incrociato.

Oltre a vivere con pienezza quello in cui credeva, Alex incarnava molte antinomie che noi spesso non vogliamo vedere. Pur cercando di essere “facitore di pace”, come qualche volta si definì, non ha mai trovato pace per se stesso. All’inizio degli anni Novanta, di fronte al ritorno delle atrocità della pulizia etnica nelle guerre della ex-Yugoslavia, non solo non si è sottratto, ma ha cercato con tutte le sue forze di sostenere, dare fiducia e mettere in comunicazione tutti coloro che si ribellavano ai vincoli della propria appartenenza, cercando di creare una rete tra le minoranze capaci di “tradire” il loro campo. Essere traditori ma non transfughi verso la propria appartenenza etnica e religiosa, per Alex è sempre stata la scelta da valorizzare nelle terre in cui vivono comunità in conflitto. Sapeva bene che quest’opera non sarebbe riuscita a fermare la guerra, ma avrebbe potuto porre le basi per una pace futura, in cui lentamente si sarebbe potuto riannodare il dialogo tra le parti. Sono queste minoranze, infatti, che con fatica in questi ultimi anni, cercano di opporsi in Bosnia ai nazionalismi prevalenti contrapposti.

Alex ha ripetuto innumerevoli volte il suo motto contro la civiltà del più forte, più alto, più veloce, proponendo di agire più profondamente, più lentamente e più dolcemente o soavemente, ma lui la lentezza non l’ha mai praticata, travolto com’era dalle urgenze del mondo e dalle urgenze della moltitudine di gruppi o persone che nutrivano aspettative nei suoi confronti, a cui non ha mai saputo dire di no.

Alex aveva grandi capacità di sintesi e desiderava sempre concentrare in affermazioni icastiche la densità delle sue intuizioni. Riguardo all’etica necessaria oggi suggerì di tornare a Kant, affermando una semplice regoletta, come lui amava chiamarla: ciascuno di noi deve vivere e comportarsi e consumare in modo che le sue scelte possano valere ed essere praticate da tutti i 6 miliardi di donne e uomini che abitano il pianeta. E’ una proposizione di una tale portata, questa, da costituire una base fondamentale per qualsiasi opera educativa che voglia aprirsi al futuro con responsabilità.

Alex aveva bisogno di partire sempre, di non sostare troppo in un luogo, di sporgersi e di guardare oltre, sia fisicamente che mentalmente. Non tollerava la pausa, la vacanza, lo staccare. In questo incarnava i testi più radicali di Don Milani contro la ricreazione. E di Don Milani fu forse l’allievo ribelle più fedele. Ribelle, perché rifiutò di abbandonare l’Università come Lorenzo Milani gli chiese, fedele perché anche lui concepiva la vita come missione, la missione come assunzione totale di responsabilità e il risparmiarsi come peccato.

Per mobilità, sensibilità e insofferenza Alex somigliava ai migliori artisti. Quelli che nomina Grotowski quando afferma: “I cattivi artisti parlano di rivolta, i veri artisti la fanno. Rispondono all’ordine esistente con un atti concreti.”

La vita di Alex è stata piena di atti concreti di non collaborazione, piccoli e grandi. Per anni è stato obiettore di coscienza riguardo alle spese militari, autoriducendo le tasse che pagava in proporzione alle spese militari del bilancio dello stato, e devolvendo il corrispondente a ONG che promuovevano la pace.

Nel 1981 si oppose al censimento etnico obbligatorio in Sud Tirolo - Alto Adige, intuendo la pericolosa deriva che poteva provocare. Di questa sua scelta pagò le conseguenze perché fu estromesso dalla scuola e gli fu impedito, nel 1995, di concorrere alla carica di Sindaco a Bolzano.

Alex aveva una grande attenzione per le parole. Anche se scriveva sempre di corsa, nei suoi articoli c’è sempre una grande attenzione al linguaggio. E’ sufficiente soffermarsi sulla sua proposta, straordinariamente attuale, di conversione ecologica, per intuire il suo desiderio di essere icastico, preciso e insieme capace di muovere il pensiero.

La conversione ecologica non è ristrutturazione, riforma e nemmeno rivoluzione. Non è nuovo modello di sviluppo e nemmeno lo straordinariamente ambiguo sviluppo sostenibile, capace di mettere tutti d’accordo. La conversione ecologica proposta da Alex riguarda la trasformazione del contesto produttivo e sociale e, insieme, della coscienza individuale.

In questa sua grande attenzione alle parole c’è una forte carica pedagogica. Del resto Alex, perfetto bilingue, ha sempre dato grande importanza alla lingua e alle lingue, sostenendo che “parlare più lingue è una condizione pratica e metaforica della possibilità di essere qui e altrove. Si è tante volte uomini e donne quante lingue si conoscono” 

A proposito del plurilinguismo come strumento e possibilità di comprensione della complessità del mondo, Alex racconta di un suo incontro con Ivan Illich scrivendo:

"Ricreare un'aura di convivenza, di tolleranza dell'alterità (anche linguistica) è il presupposto per la riscoperta del plurilinguismo: questo conta molto di più che non i corsi di lingua o le invenzioni scolastiche. Pensate quante caratteristiche del parlare si sono cancellate ed uniformate: dall'intonazione agli accenti, dal tono alla voce, dalla melodia alla frequenza dei vocaboli. Le lingue sono molto di più di quante non ne segni la linguistica, le cui pretese ideologiche devono essere smascherate come tutte le altre pretese di delimitazioni scientifiche fatte in realtà in nome dell'economia, per rendere più misurabile, amministrabile e dominabile il mondo ", dice Illich. Ecco un esempio - particolarmente inconsueto - di un'opera di "ecologia politica", come Ivan Illich la definisce: ripristinare nelle nostre menti prima di tutto, e con una solida base storica, di quel che è stato, non di quel che potrebbe essere, - la multiforme varietà del mondo, senza cedere al ricatto della semplificazione distruttiva in nome di imperativi economici.”

Chiunque insegni nella scuola e si trovi a confrontarsi con classi in cui ci sia la presenza di alunni stranieri sa bene quanti danni provoca la semplificazione distruttiva che troppe volte accompagna l’apprendimento dell’italiano. Sarebbe importante che chi insegna riflettesse su quanta ricchezza si perda nel non dare valore alle diverse sensibilità e ai diversi modi di vedere le cose che si nascondono dentro alla diverse lingue. Diverse lingue che necessariamente rimandano a diversi modi di pensare alla vita e alla storia.

Alex era profondamente convinto che una Storia unica e condivisa da tutti non esista. Che esistano sempre tante storie legate ai corpi delle persone, al loro sentire, al loro vivere, al loro pensarsi.

L’avere vissuto in una regione in cui due storie che riguardavano la stessa terra venivano raccontate in lingue diverse e in modi radicalmente diversi lo ha vaccinato per sempre dall’illusione dell’unicità.

Ma tentare di fare politica pensando che una unica Storia non esista comporta una sfida continua. Chi pensa che non esista la Storia con la lettera maiuscola, con tutte le giustificazioni di coloro che si nascondono e si proteggono dietro a quella grande esse singolare, non può nemmeno pronunciare una frase come “danni collaterali”. Non può contare i morti usando i numeri. Se una intera famiglia viene sterminata nel deserto dell’Irak perche gli aerei intelligenti scambiano un matrimonio per un raduno di terroristi questo non è un accadimento collaterale, un errore non voluto, ma un esito consustanziale alla guerra.

L’attenzione per le lingue minori in Alex va di pari passo con l’attenzione verso le storie delle minoranze e degli individui, perché il suo modo di guardare la geografia e la storia era pieno di persone in carne ed ossa, con le loro storie e vicende e modi di vedere spesso irriducibili.

Negli ultimi mesi della sua vita, nel momento più drammatico della guerra in Bosnia, Alex elaborò una proposta per la creazione di Corpi civili di pace europei.

Nella stesura di questo manifesto programmatico, Alex compie ancora una volta lo sforzo di dare concretezza e attuabilità a idee forza straordinariamente radicali.

La proposta precisa e articolata di dare vita nel nostro continente a un antiesercito è di una tale portata, da costituire una base di lavoro per pacifisti e nonviolenti di oggi e di domani e ci apre anche ad un’idea di Europa che potrebbe essere fatta propria da minoranze, oggi assai poco lungimiranti.

Ecco alcuni passaggi della proposta che elaborò nel 1995.

“Il corpo civile di pace agirà portando messaggi da una comunità all´altra. Faciliterà il dialogo all´interno della comunità al fine di far diminuire la densità della disputa. Proverà a rimuovere l´incomprensione, a promuovere i contatti nella locale società civile. (…) Promuoverà l´educazione e la comunicazione tra le comunità. Combatterà contro i pregiudizi e l´odio. (…)  sfrutterà al massimo le capacità di coloro che nella comunità non sono implicati nel conflitto (gli anziani, le donne, i bambini).”

Ragionando su quali professionalità dovessero essere presenti Alex propone di “sviluppare qualità di alto livello, necessarie per gli individui che partecipano al Corpo di pace: tolleranza, resistenza alla provocazione, educazione alla nonviolenza, marcata personalità, esperienza nel dialogo, propensione alla democrazia, conoscenza delle lingue, cultura, apertura mentale, capacità all´ascolto, intelligenza, capacità di sopravvivere in situazioni precarie, pazienza, non troppi problemi psicologici personali. Coloro che vengono accettati a far parte del Corpo di pace apparterranno alle persone più dotate della società.” Riguardo all’addestramento sottolinea: “il successo e il fallimento saranno anche determinati dal grado di addestramento delle persone del Corpo di pace. Programmi di addestramento prepareranno ciascun partecipante alla sua missione. Allo stesso tempo gli educatori dovrebbero avere la possibilità di essere stagiairs in missioni per acquistare esperienza sul campo. L´addestramento includerà la crescita della forza e della mentalità personale ma anche cose pratiche come la lingua, la storia, le religioni, le tradizioni e la sensibilità delle regioni dove si va a operare.

Poi, con la solita capacità di guardare con estremo realismo a ciò che accade, Alex aggiunge: “Un’operazione del Corpo di pace può fallire e nessuno si dovrebbe vergognare ad ammetterlo.”

“Finché non c´è alcuna soluzione politica, il Corpo di pace non può veramente partire. È essenziale che la cooperazione delle autorità locali e le comunità dovrebbe essere promossa da una politica internazionale di premio (e non da punizioni/sanzioni). Poiché la povertà, il sottosviluppo economico e la mancanza di sovrastrutture quasi sempre sono parte di qualsiasi conflitto, la preparazione a vivere insieme, a ristabilire il dialogo politico e i valori umani, a fermare i combattimenti e la violenza dovrebbero essere premiati da un immediato sostegno internazionale economico-finanziario a beneficio di tutte le comunità e regioni interessate. Troppo spesso ci si è dimenticati che la pace deve essere visibile per essere creduta. Ma se è resa vivibile la pace troverà molti sostenitori in ogni popolazione.”

Fa impressione rileggere la lucidità di queste indicazioni, scritte anni prima dei disastrosi interventi dell’Occidente in Afganistan ed in Irak.

Esiste una solitudine del potere ed esiste una ben più diffusa solitudine dell’emarginazione e della discriminazione, che è la più terribile e ingiusta. Ma esiste anche una solitudine della sensibilità.

Per biografia, scelte e moralità Alex ha vissuto il risorgere di conflitti etnici in Europa con una profondità e intelligenza capace di cogliere le radici profonde e lontane di cui si alimentavano. Ha soprattutto intravisto, anni prima dell’11 settembre, l’ombra lunga che i moderni conflitti etnici e religiosi gettavano sul futuro. Nel trovare enormi difficoltà a condividere questo suo sentire, ha sofferto una grande solitudine. Un tratto particolare della sua intelligenza sottile e sensibile stava infatti nell’ampiezza della visone delle cose e nella lungimiranza di cui era capace. Lungimiranza che ben poche volte è stata ascoltata e intesa come avrebbe dovuto.

 

Il pacifismo concreto di Alexander Langer

di Giulio Marcon

L'espressione “pacifismo concreto”  venne usata da Alex Langer in un convegno del 1993 in contrapposizione ad altre due forme di pacifismo, quello tifoso (che ha sempre bisogno di un nemico per mobilitarsi) e quello dogmatico (ancorato ai suoi sacri principi), che nel contesto delle guerre jugoslave gli apparivano entrambi inutili e sbagliati.

Il pacifismo tifoso era sostanzialmente quello anti-americano ed anti-imperialista, quello dogmatico un certo tipo di nonviolenza accademica e cattedratica. Era il periodo -l'inizio- delle guerre jugoslave ed in questo modo Langer voleva mettere in rilevo l'importanza di una impostazione -che andava dal Verona Forum all'Associazione per la pace di cuie ro portavoce a quel tempo, dalle Donne in nero all'Ics- che privilegiava iniziative concrete come l'invio degli aiuti, l'accoglienza dei rifugiati, la gestione dei campi di accoglienza, la protezione degli obiettori di coscienza, il sostegno alle forze anti-nazionaliste, ecc.

La categoria della “concretezza” (dell'esperienza, delle pratiche, dell'ancoraggioalla realtà)era trasversale all'opera di Langer: ad esempio il suo approccio al tema del confronto e della possibile convivenza tra le minoranze etniche in Sud Tirolo era sostanzialmente improntato al pragmatismo e anche il suo ambientalismo (d'altronde diede vita alla fiera delle “utopie concrete”) lo era profondamente e anche la sua idea della politica. Quando parlava di come riformare la politica parlava di cose concrete -come usare i soldi, la sex balance, il limite dei mandati- e non di grandi escatologie o di teorie complicate.

La sua rivendicazione della concretezza  era  il portato di una certa impostazione anti-ideologica che era antitetica alla peggiore eredità del '68 e delle sue propaggini politico-partitiste, astratte, e nello stesso tempo recuperava la vena migliore di quel periodo che ebbe prosecuzione nei movimenti per i diritti civili, nelle comunità cristiane di base, nel volontariato sociale.

Che cos'era il pacifismo concreto per Langer? Era nello stesso tempo una lettura, un approccio della realtà e una pratica sul campo. La lettura della realtà usava delle lenti trasparenti, non sporcate dai pregiudizi o dalle visioni -in buona fede- di un apparato di principi, che fossero pacifisti o meno. L'approccio era quello dello sperimentatore, dell'induttivo che tiene conto di ciò che ha sotto gli occhi. Le pratiche erano magari piccole, limitate, ma efficaci: non le mega manifestazioni ma l'incontro tra gli oppositori ai nazionalismi delle varie componenti etniche, non i cortei roboanti, ma il sostegno ai centri-antiguerra, non i documenti chilometrici, ma la  diplomazia dal basso. Langer aveva ben chiaro i liniti di queste iniziative, del loro valore, del loro possibile impatto. Non era animato dal delirio di onnipotenza, ma dalla realistica visione delle possibilità di un lavoro dal basso, portato avanti con attenzione e meticolosità, con la pignoleria dell'artigiano della politica. 

E quel suo approccio trovò terreno fertile in un fortunato processo di mobilitazione di migliaia di persone che durante le guerre jugoslave si dedicarono appunto alla solidarietà, al volontariato pacifista, a sostenere l'altra Serbia, l'altra Bosnia e l'altra Croazia, come anche lui amava ripetere. Con quel moto spontaneo di società civile italiana, Langer si incontrò spesso ed in quel convegno del 1993 -prima citato- e ricordò l'importanza e l'impatto della loro e della sua azione. Con questo approccio Langer sfuggiva non solo alle tenaglie del pacifismo tifoso -che magari criticava i pacifisti concreti di essere delle crocerossine e di non scendere in piazza contro chi, non si sa, visto che in quel momento non c'erano gli americani di torno- ma anche a quello dell'interventismo tifoso (assolutamente speculare al primo): non era passato dagli “eserciti proletari” a quelli della NATO. Era animato -come molti di noi- dal tormento del “che fare” di fronte ai cecchini di Sarajevo  e alla macelleria etnica della Bosnia: rivendicava nello stesso tempo il valore delle iniziative di pace e si interrogava sull'uso della forza per fermare la violenza. Non intendeva farsi strumentalizzare dall'interventismo tifoso, ma nello stesso tempo rifiutava chi -come i nonviolenti integralisti- aveva posizioni aprioristiche contro qualsiasi uso della forza di fronte all'assedio di Sarajevo.

Langer era un grande organizzatore -e non solo teorizzatore o testimone- di questo “pacifismo concreto”, come ad esempio ne sono prove la costituzione del Verona Forum per il sostegno alle forze anti-nazionaliste della ex Jugoslavia, il sostegno agli obiettori di coscienza e alle donne in nero, la promozione delle iniziative (convegni, incontri, eccetera) a sostegno delle organizzazioni civiche e dell'amministrazione multietnica di Tuzla. E tante altre cose ancora. Molti soldi del suo stipendio da parlamentare li spendeva in questo modo. Ci re-incontrammo -dopo tanti anni, aveva insegnato nel 1976-8 nella mia scuola- quindi nella collaborazione per la realizzazione di queste iniziative (io allora ero il portavoce dell'Associazione per la pace) e trovai in lui un alleato nel portare progressivamente l'Associazione per la pace da un approccio vecchio (un po' pacifismo tifoso, un po' pacifismo iperpoliticista, un po' pacifismo disarmista) a quello che lui aveva definito “pacifismo concreto”.

Io credo che la questione del “pacifismo concreto” di Langer sia una sorta di momento particolare, ma paradigmatico della sua visione delle cose, e della politica. Langer è stato un grande uomo politico, ma è stato anche un grande anti-politico, cioè uomo contrario ai codici, ai riti, agli schemi della politica tradizionale. Un grande innovatore della politica, ma anche un deviante -forse un disadattato- della politica, un irriducibile alla sua sostanza (direi alienata) più profonda. E io credo che proprio la concretezza sia uno dei punti su cui riflettere: lo rendeva lontano da come si pensa la politica normalmente e da molti suoi amici di partito o di ex del '68 e anche da una certa tradizione di sinistra della politica che si dedica alle cosiddette grandi narrazioni e non al “qui e ora”, alle grandi costruzioni interpretative e non alla realtà sotto gli occhi, al grande disegno e non alle persone in carne ed ossa. Si dedica – sull'onda di una perfetta filosofia della storia- al grande e non al piccolo. E Langer -ovviamente innestandolo in una profonda visione etica e politica: dunque in una capacità di vedere il generale e i processi più ampi- si dedicava al piccolo, al “qui e ora”, alla concretezza di un'azione possibile, di un risultato raggiungibile, di un cambiamento da realizzare. Cioè, della politica, lui cercava di capire subito, che cosa si poteva fare praticamente e concretamente per tradurre una visione in una immediata -anche piccola- trasformazione della realtà. E anche la sua etica – pure durante il drammatico momento delle guerre jugoslave- era un'etica tormentata, ma concreta: poco roboante, poco narcisistica, poco individualistica, molto legata, anche questa, alla realtà da trasformare.

Va ancora ricordato: Langer aveva non solo una profonda visione politica, ma anche la capacità di tradurre in proposta politica, in innovazione politica le esperienze che si facevano sul campo. Un esempio di ciò è sicuramente l'istituzione dei “corpi civili di pace” a livello europeo che riprendeva l'idea nonviolenta della istituzionalizzazione di forze di volontari ed operatori di pace come alternative o distinte da quelle militari.

Io credo che questi siano degli insegnamenti molto validi, anche per oggi: siano una importante guida per l'azione di questi anni

Sono insegnamenti importanti per un pacifismo in crisi e strutturalmente ancora stretto tra la vacuità ecumenica e rituale di certe esperienze -siamo in Umbria e la settimana scorsa c'è stata qui la Perugia Assisi- e l'elitarismo iper-dogmatico ed accademico di certa nonviolenza più attenta ai libri e ai sacri principi che alla realtà. E anche una parte di quello che sembrava essere la parte più viva degli anni '90 -la solidarietà, l'aiuto umanitario- è scivolata nel corso del tempo in un umanitarismo senza qualità e spesso dipendente dall'intervento militare. Un pacifismo che è ancora molto legato -per la sua esistenza- allo scoppio di una guerra e che non vive di vita propria -di nonviolenza attiva, di pace positiva- e che ha quasi completamente dimenticato quel principio di noncollaborazione, che era al fondo dell'insegnamento di Capitini. Ecco, io credo, che il pacifismo concreto di Langer possa esserci di aiuto oggi nell'indicarci una strada che unisca visione politica e pratica dal basso, impronta etica e azione sul campo, fuori da ogni ritualismo e astratte petizioni di principio.

In secondo luogo credo che nel pacifismo concreto, o meglio nell'approccio concreto dell'azione sociale e politica, etica – nella sua esperienze, nelle sue pratiche- di Langer ci sia un'altra profonda ed importantissima indicazione, per la politica, oggi. Qui, la sfida è molto più difficile. Dalla sua morte le cose incommensurabilmente peggiorate: dappertutto, a destra come a sinistra, come naturalmen5te tra i Verdi. Però, quella è la strada da seguire. E ancora oggi -anche nella politica e nelle istituzioni- troviamo tante persone, tante piccole minoranze (soprattutto a livello locale) che inconsapevolmente o meno, seguono quell'approccio. Rimettere al centro la concretezza dei comportamenti, la coerenza personale, il ben fare, le buone pratiche, il mettersi in gioco fino all'estremo  cercando di difendersi dal gioco affabulatorio e astratto o peggio cinico ed opportunistico di una certa politica, mi sembra uno degli aspetti -quanto si vuole particolari, ma fondamentali- dell'insegnamento di Langer che valga la pena di essere ripreso.

 

 

La conversione ecologica nel rapporto con i lavoratori delle fabbriche in crisi

di Guido Viale

Tra i tanti lasciti intellettuali e morali di Alex, mi soffermo su uno solo che mi sembra vitale per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Si tratta dell’idea di una “conversione ecologica”. Come è noto Alex preferiva questo termine a quello di rivoluzione, riforma, svolta, cambiamento e simili.

Il perché di questa sua preferenza rimanda in parte alla sua storia personale di ebreo convertito al cattolicesimo, di cattolico eretico, di militante rivoluzionario convertito all’ambientalismo, ma mai indissolubilmente vincolato ad un credo o a una organizzazione, nemmeno a quelle organizzazioni alla cui creazione aveva dato un contributo decisivo; e poi di “statista senza Stato”, vale a dire di politico disarmato che non rinunciava a confrontarsi in termini operativi con problemi, come quello della guerra e della pace, su cui decisioni in merito sono appannaggio del potere statuale.

Conversione ecologica è un termine che ha un risvolto soggettivo e uno oggettivo, un risvolto etico e uno sociale, un risvolto personale e uno strutturale.

Il termine conversione rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente.

E’ ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui siamo gettati: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato anch’esso a perire, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare in un tempo dato – inquinare inquiniamo e inquineremo sempre tutti, chi più e chi meno – più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare. Questo vale tanto per il singolo che per una comunità, per una nazione, per l’umanità intera.

Ma se i nostri comportamenti, quelli individuali, ma soprattutto quelli collettivi, sono la radice ultima tanto dello stato di cose presente quanto della sua abolizione e della sua trasformazione, non c’è dubbio che questa trasformazione si potrà tradurre in un recupero di sostenibilità (che vuol dire capacità di durare nel tempo), cioè di compatibilità con i tempi di riproduzione e di rigenerazione dell’ambiente, solo se è l’oggetto di un progetto consapevole e condiviso.

Oggi tutto ciò richiede uno sguardo disincantato sulla natura della crisi in corso; cioè sul lato oggettivo di ogni progetto di conversione. Questa crisi è senza sbocchi: non se ne uscirà, né presto è tardi, riprendendo il cammino interrotto della crescita e della distruzione dell’ambiente: più ci si accanisce in questa direzione e più la crisi si avvita  su se stessa. Lo vediamo bene nel riproporsi in termini sempre più drammatici della dimensione finanziaria della crisi, dimensione che trascina con sé redditi, occupazione, sicurezze, aspirazioni. Lo vediamo ancora meglio – per quelli di noi che, sulle tracce di Alex, e grazie anche ai suoi insegnamenti, si adoperano per tenere unite le dimensioni ambientali e quelle sociali degli eventi – nell’incapacità delle classi dominanti di tutti i paesi del mondo di far fronte alla crisi ambientale che incombe sul pianeta.

Non si può cambiare il mondo solo con delle scelte individuali su come vivere e che cosa consumare. Ma i comportamenti collettivi in grado di incidere sulla realtà, di trasportarci dall’etica dell’intenzione all’etica della responsabilità, richiedono sempre una condivisione più o meno spinta di analisi, di intenti, di progetti, di strumenti. Una condivisione che non esclude certo la presenza e la permanenza di divergenze e di conflitti tra chi di essa partecipa. In questi comportamenti collettivi orientati rientrano tutti quelli che un tempo, e anche ora, chiamavamo e chiamiamo “lotte” – e, prima tra tutte, quello che resta della lotta di classe – ma certo le lotte non esauriscono l’arco delle opzioni coinvolte dalla conversione.

Molte trasformazioni avvengono infatti sottotraccia e non sulla ribalta della vita sociale e dello spazio pubblico, magari attraverso processi capillari e non di massa. Ma in generale, i processi che contribuiscono a cambiare il mondo in modo orientato, cioè secondo  un progetto, anche quando l’esito non corrisponde che in parte agli obiettivi perseguiti, sono sempre il frutto di una attività di aggregazione di una domanda esplicita o latente, enunciata o silente.

Aggregare domanda, per rispondere a desideri, aspettative, bisogni che non possono essere soddisfatti in forma individuale, rivolgendosi a quello che oggi offre, o non offre, il mercato, costituisce una vera e propria “impresa sociale”. L’esempio più chiaro, perché capillare, diffuso ormai ovunque e alla portata di tutti noi è costituito dai Gruppi di Acquisto Solidale, che ne corso dell’ultimo anno hanno registrato un aumento esponenziale.

Ogni impresa sociale richiede comprensione del contesto, capacità di ascolto, relazioni dirette, competenze tecniche e, soprattutto, capacità imprenditoriali. Non tutte queste doti possono essere riunite nella stessa persona o nello stesso gruppo di persone; ma dove non c’è nessuno che “tiri”, assumendo delle responsabilità che travalicano la propria persona, i processi di trasformazione non raggiungono la meta, le lotte non partono o si arenano, la disgregazione prevale.

Per tornare con i piedi per terra, oggi il problema centrale della conversione ecologica mi pare questo: convincere e coinvolgere i lavoratori che vedono il loro posto di lavoro minacciato, o già perso, che la strada da imboccare non è il ritorno alla situazione quo-ante; che lungo questa traiettoria non c’è sbocco possibile. Mentre l’obiettivo della sostenibilità – quelli che alcuni si ostinano a chiamare “decrescita”, con un termine che suscita più equivoci che chiarezza – offre infinite e concrete possibilità di ricostituire lavoro, reddito e benessere; anche se un benessere diverso da quello, peraltro sempre più misero, prospettato dalla moda e dalla pubblicità.

Efficienza energetica e fonti rinnovabili, agricoltura e alimentazione sostenibili, mobilità di massa e flessibile con mezzi condivisi alla portata di tutti, manutenzione e riparazione dei beni, degli edifici, del territorio, riciclaggio dei materiali, educazione libera e permanente – cioè tutti i principali temi intorno a cui si è andata sviluppando, radicando e precisando la cultura ambientalista nel corso degli ultimi decenni – offrono oggi concrete possibilità di una loro realizzazione anche in contesti circoscritti, creando lavoro, reddito, benessere e riducendo la pressione sull’ambiente. E’ questa la strada di quelle “Utopie concrete” alla cui individuazione e promozione Alex aveva cominciato a lavorare – e a far lavorare alcuni di noi – più di venti anni fa.

Enunciare in termini generali questo programma oggi è abbastanza facile. Tradurlo in proposte concrete, senza le quali questo programma non raggiungerà mai quell’articolazione settoriale e territoriale che ne costituisce gran parte del vantaggio nei confronti delle misure tradizionali, generali e centralizzate, adottate per affrontare la crisi, è una cosa molto più complessa. Perché esige di misurarsi con le caratteristiche specifiche di ogni territorio, tanto per quanto riguarda le risorse disponibili, che per quanto riguarda  i fabbisogni da colmare, che per quanto riguarda la composizione sociale, cioè gli attori, delle comunità che vi abitano.

Basta pensare alle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica o all’agricoltura sostenibile – ma lo stesso discorso vale per tutti gli altri settori indicati, per cogliere questo punto. Ogni territorio ha risorse e potenzialità differenti, ma anche carichi energetici e fabbisogni diversi, come diverse sono le forze sociali che vi operano. Un progetto unico, valido per tutti e replicabile ovunque non esiste. Ogni progetto va costruito casa per casa, campo per campo, strada per strada, tetto per tetto.

Ma la vera sfida del momento è andare a proporre una prospettiva del genere a chi in questo momento sta lottando, per lo più in forme drammatiche ed a volte estreme, per difendere il proprio posto di lavoro, andargli a spiegare che in quella forma quel posto di lavoro non tornerà mai più; che limitarsi a difenderlo è una strada senza uscita e che la sola possibilità di salvaguardarlo risiede in un impegno collettivo per produrre altro, in un altro modo, per un altro mercato, ancora in gran parte da costruire, riconvertendo la fabbrica, l’impianto,l’ufficio, il laboratorio verso produzioni e attività ambientalmente sostenibili.

In questa direzione ci sono comunque già esempi di successo, anche se sono ancora pochi. Uno è quello dell’Elettrolux di Scandicci: un impianto di una multinazionale che produceva elettrodomestici e che la direzione aveva deciso di chiudere, mettendo sulla strada tutti i lavoratori. Dopo mesi di occupazione, con l’appoggio dei sindacati, dell’amministrazione locale e della Regione, si è riusciti a costruire un progetto di riconversione dell’impianto, per produrre pannelli solari fotovoltaici per un mercato regionale inizialmente costituito da un gruppo di comuni convinti a installare il fotovoltaico sui tetti degli edifici di loro proprietà. Una scelta accessibile a tutti, perché oggi, con gli incentivi del conto energia in vigore, può essere effettuata a costo zero e con la prospettiva di un guadagno netto: il valore dell’investimento viene anticipato da una banca che rientrerà dell’esborso incamerando per dieci dodici anni gli incentivi (che in Italia, e fino al 31 dicembre di quest’anno, sono i più alti del mondo), mentre i Comuni risparmieranno sulla bolletta elettrica producendo autonomamente gran parte dell’energia elettrica che consumano. Una scelta che oltre a tutto fa da “volano” al mercato, perché sull’esempio del Comune, molti altri, famiglie e imprese, saranno indotti ad adottare lo stesso sistema. A questo punto – e solo a questo punto, quando erano a disposizione progetto, disponibilità dei lavoratori a seguire i corsi necessari a “riconvertirsi”, impianti in gran parte riutilizzabili e soprattutto mercato per l’avviamento del business – si sono fatti avanti degli imprenditori disposti ad assumersi il “rischio” – per la verità, assai limitato – dell’impresa[8].

Ma ci sono anche clamorosi esempi di rinuncia a percorrere una strada come questa, infilandosi invece con testardaggine in un vicolo cieco. L’esempio più evidente è          rappresentato  dalla vicenda dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, sede di una produzione che non ha alcuna possibilità di proseguire. Impossibile pretendere infatti che l’azienda tenga in piedi una produzione che per motivi logistici comporta un sovra costo di 1000 euro a vettura, in un mercato destinato a un netto ridimensionamento, dato che ha un immane eccesso di capacità produttiva.

Ebbene, molto più in grande, anche lì era possibile, e probabilmente necessario, proporre una riconversione dello stabilimento e dell’indotto analoga a quella di Scandicci: magari per produrre turbine eoliche o impianti di micro cogenerazione del tipo di quelli che la Volksvagen ha messo in cantiere riprendendo un’idea anni fa realizzata e poi abbandonata dalla stessa Fiat, oppure altre produzioni analoghe per cui l’impiantistica dello stabilimento era già in larga misura adeguata.

Ma oltre alle idee, a Termini Imerese sono mancati il coraggio, da parte dei sindacati, e un interessamento adeguato e non finalizzato solo alla tenuta del consenso da parte delle amministrazioni locali e della Regione, che  pure aveva ed ha ingenti risorse da mettere in campo.

E’ chiaro che quella della conversione ambientale degli impianti produttivi e delle aziende di servizio è una strada altamente conflittuale nei confronti dell’ordine esistente e di molti degli interessi che lo governano; ma questo conflitto, come molti altri che attraversano il nostro tempo – pensiamo solo alla battaglia per l’acqua pubblica – non può essere ridotto ai termini  della lotta di classe, né tantomeno a quelli di un conflitto sindacale interno al perimetro di un’azienda.

Per realizzare la riconversione ecologica, tanto di uno stabilimento che di un territorio o dell’intera società occorre sì una grande mobilitazione dal basso, ma bisogna coinvolgere intere comunità, le loro espressioni associative – dove già ci sono, altrimenti bisogna costruirle – i loro saperi diffusi e poi le amministrazioni locali o almeno una parte di esse.

Poi bisogna aggregare domanda per costruire i mercati delle nuove produzioni; mobilitare i saperi diffusi necessari per il nuovo progetto; mettere al lavoro le capacità imprenditoriali di quelle aziende che non vedono più futuro nelle vecchie produzioni; reperire i capitali, pubblici e privati, dimostrando che anche, o magari anche solo su questa strada c’è la possibilità di metterli a frutto. Soprattutto, non rimandare niente a un ipotetico “dopo”.

Per questo oggi è importante creare un spazio pubblico dove di queste cose si cominci a discutere città per città, quartiere per quartiere, paese per paese, permettendo a tutti di esprimere e far capire il proprio punto di vista. Lavorando in questo modo si prepara il territorio a dotarsi di una prospettiva praticabile, di cui sono stati valutati le potenzialità, gli attori, gli ostacoli, le specificità.

Domani, mano a mano che le conseguenze della crisi si faranno più pesanti – e si faranno sempre più pesanti - si tratterà di raccogliere le forze per rendere operativi quei programmi. La crisi metterà tutti o quasi alle strette e la disponibilità a imboccare una strada nuova, se apparirà ben delineata e praticabile, potrebbe coinvolgere attori e forze oggi impensabili. Senza questo lavoro preliminare, però, non ci potrà essere alcuna riconversione. La “conversione ecologica” non è un programma che possa essere governato dall’alto o dal centro.

La tensione verso le utopie concrete è uno dei grandi lasciti di Alex: utopie globali nello loro prospettiva; locali, cioè concrete, nella loro costruzione.

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I RELATORI

Daniel Cohn-Bendit è stato leader del maggio ’68 a Parigi. Per molti anni è stato tra i principali animatori dei grünen in Germania e lo scorso anno ha contribuito alla formazione ed al successo della lista Europe ecologie in Francia. Eurodeputato del gruppo dei verdi, recentemente è stato tradotto in Italia il suo ultimo libro: Che fare? Trattatello di immaginazione politica a uso degli europei (Nutrimenti, 2009)

Gianfranco Bettin  è saggista e narratore. Ha insegnato e lavorato nel campo della ricerca sociale e politica. Con Alexander Langer è stato tra i fondatori dei Verdi italiani, di cui è un esponente a Venezia e nel Veneto.

Anna Bravo è stata professore associato di Storia all’Università di Torino ed ha in seguito abbandonato l’insegnamento. Il suo ultimo libro è A colpi di cuore. Storie del sessantotto (Laterza, 2008). Lavora attualmente a un libro su violenza/nonviolenza

Guido Crainz  insegna Storia Contemporanea all'Università di Teramo. Agli anni sessanta e settanta ha dedicato Il Paese mancato (Donzelli, 2003)

Giovanni Damiani è biologo, lavora presso l’Agenzia per la Tutela Ambientale  in Abruzzo e insegna Chimica ambientale, bioindicatori, certificazione e monitoraggio all’Università della Tuscia a Viterbo. Presidente dell’Ecoistituto-Abruzzo, è impegnato nella ricerca e in attività scientifico-militante con movimenti, associazioni, comitati  per la difesa dell’ambiente. E’ stato direttore generale dell’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente dal 1996 al 2001 e successivamente componente della Commissione Nazionale per le Valutazioni dell’Impatto Ambientale.

Goffredo Fofi si occupa di critica cinematografica e letteraria. Ha fondato e diretto riviste di interesse culturale e politico tra cui Quaderni Piacentini, Ombre rosse, Linea d’ombra e Lo Straniero. Ha partecipato a molte esperienze di intervento sociale ed educativo dalla metà degli anni ’50 ad oggi a Palermo, Roma, Torino, Milano e Napoli. Ha recentemente pubblicato “La vocazione minoritaria” (Laterza, 2009)

Marijana Grandits  è militante ambientalista austriaca. Negli anni ‘90 ha fondato con Alexander Langer il “Verona Forum pera la pace e la riconciliazione nell’exJugoslavia”

Gad Lerner è giornalista. Ha di recente pubblicato Scintille (Feltrinelli, 2009)

Fabio Levi insegna storia contemporanea a Torino, fa parte del comitato scientifico della Fondazione Alexander Langer e si occupa del Centro studi Primo Levi di Torino. Ha pubblicato In viaggio con Alex (Feltrinelli, 2007)

Franco Lorenzoni è maestro elementare e coordina le attività della Casa-laboratorio di Cenci, che è un centro di ricerca e sperimentazione educativa ed artistica, che si occupa in particolar modo di temi ecologici e intrerculturali. Ha pubblicato Con il cielo negli occhi (Meridiana, 2009) e L’ospite bambino (Theoria 1994, NuovaEra 2002)

Giulio Marcon è portavoce della campagna Sbilanciamoci!  E’ stato negli anni '90 presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà e portavoce dell'Associazione per la pace. Autore di Le ambiguità degli aiuti umanitari  (Feltrinelli) e Come fare politica senza entrare in un partito  (Feltrinelli)

Peter Kammerer ha insegnato Sociologia a Urbino, ha curato insieme a Heiner Müller Drucksache 11.  Pasolini  (Berlin 1995) insieme a Graziella Galvani di H. Müller L`invenzione del silenzio (Milano 1996) gli scritti di Alexander Langer Die Mehrheit der Minderheiten (Wagenbach 1996), l`autobiografia di Willi Hoss Komm ins offene Freund (Münster 2004), insieme a E. Donaggio Karl Marx: Antologia, (Feltrinelli 2007) e insieme a E. Krippendorff e W.D. Narr Franz von Assisi. Zeitgenosse für eine andere Politik (Düsseldorf 2008).

Gianluca Paciucci è insegnante e operatore culturale. E’ stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo e collabora con “La Rosa necessaria” (Benevento), “La Battana” e “Panorama” (Istria) e il periodico “Guerre&Pace”. Collabora con la casa editrice Infinito, per la quale ha tradotto Sarajevo, mon amour (2007), intervista al generale Jovan Divjak, e curato la raccolta di versi La polvere sui guanti del chirurgo (2007) di Senadin Musabegović.

Edi Rabini  promuove e partecipa dal 1965 ad associazioni, convegni, riviste, movimenti politici, volti a favorire la cooperazione tra i gruppi linguistici in Sudtirolo. E’ stato collaboratore da Bolzano di Alexander Langer al Parlamento Europeo. Ha promosso la Fondazione Alexander Langer Stiftung dal 1999 con interesse particolare per la cura dell'archivio Langer e della rete Adopt Srebrenica. Ha curato con Adriano Sofri il libro Alexander Langer, Il viaggiatore leggero (Sellerio, 1996).

Wolfgang Sachs ha studiato teologia, sociologia e storia a Monaco,Tübingen e Berkeley. Dal 1993 direttore di ricerca al Wuppertal Institut per clima, energia, ambiente. Professore onorario all’Università di Kassel, membro del Club of Rome, autore di libri nel campo dell’ambiente, della globalizzazione, e dei rapporti Nord-Sud. Libri recenti: Ambiente e giustizia sociale. I limiti della globalizzazione. (Ed. Riuniti, 2002), co-autore di Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale. (Feltrinelli, 2007), ed/co-autore di Commercio e Agricoltura. Dall’efficienza economica alla sostenibilità sociale e ambientale. (EMI, 2007)

Karl Ludwig Schibel è sociologo e ha insegnato per  vent’anni all’Università di Francoforte Ecologia sociale. Coordina dal 1988 la Fiera delle Utopie Concrete che presenta ogni anno esperienze e soluzioni di conversione ecologica dell’economia e della società (www.utopieconcrete.it). Dal 1992 fa parte della presidenza dell’Alleanza per il Clima delle città europee, la più grande rete di Comuni impegnati nella salvaguardia del clima e ne coordina le iniziativa in Italia (www.climatealliance.it).

Guido Viale lavora da trent'anni nel campo dello sviluppo locale e dell'economia ambientale occupandosi in particolare di rifiuti, mobilità urbana e fonti energetiche rinnovabili. Attualmente svolge consulenze in questi settori. Sul tema trattato ha pubblicato “Prove di un mondo diverso” (NdA editore, 2009)

 

 

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