La Casa-laboratorio
di Cenci e la rivista Lo Straniero
organizzano ad Amelia sabato 22 e domenica 23 maggio 2010
due giornate di studio
Alexander Langer tra ieri e domani
Hanno finora dato la loro
adesione
Daniel Cohn Bendit, Gianfranco Bettin, Anna Bravo, Guido Crainz,
Carlo Donolo, Goffredo Fofi, Marijana Grandits, Peter Kammerer, Gad
Lerner, Fabio Levi, Franco Lorenzoni, Luigi Manconi, Giulio Marcon,
Edi Rabini, Wolfgang Sachs, Marino Sinibaldi, Gianni Saporetti,
Guido Viale.
L’attenzione verso gli equilibri ambientali del nostro pianeta e il
bisogno di stabilire relazioni pacifiche e solidali tra tutti i
popoli e le culture del mondo, a partire dagli stranieri immigrati
che vivono in Italia, sono valori essenziali in questo nostro tempo.
Ma questi principi hanno grandi difficoltà a costituire un
patrimonio comune oggi in Italia.
C’è
dunque un problema che è insieme politico e culturale.
Per
ragionare attorno a questi temi crediamo sia importante tornare a
leggere e ragionare intorno all’eredità politica e culturale che ci
ha lasciato Alexander Langer, che è stato un protagonista di
importanti lotte per la difesa dell’ambiente, la convivenza pacifica
tra i popoli, l’equilibrio tra nord e sud del mondo e il rispetto
delle minoranze etniche e linguistiche.
Desideriamo ripensare al suo itinerario e al suo impegno per fare
conoscere la sua esperienza a chi è più giovane e non lo ha
incontrato e per tornare a porci oggi problemi di grande attualità,
a cui Alexander Langer ha dedicato interamente la sua vita.
La sera del
sabato, in occasione dell’inaugurazione della piazza Alexander
Langer ad Amelia,
i gruppi Trio e Passion diretti da Francesca Ferri, in
collaborazione con O-Thiasos Teatro Natura,
presenteranno Cantata per Alexander
sabato 22 maggio Amelia Teatro Sociale_______________________________________________
ore 9.00 - 13.00
Radici e contesto di un percorso
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ore 15.30 - 19.30 Ecologia politica, minoranze etniche, immigrazione
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ore 20.00 - 20.45 Inaugurazione della piazza Alexander Langer
di fronte alla Scuola
domenica 23 maggio
Amelia Casa-laboratorio di Cenci______________________________________
ore 9.00 – 13.00
Non violenza, pacifismo, ruolo delle minoranze
__________________________________________________________________________
Il convegno è realizzato con il contributo del CRIDEA
ed ha il patrocinio del Comune di Amelia, della Provincia di Terni e
della Regione Umbria
Si
prega chiunque sia interessato a partecipare di comunicarlo prima
possibile per predisporre al meglio l’ospitalità e l’organizzazione
logistica delle giornate o scrivendo a
cencicasalab@tiscali.it
o chiamando al 339.5736449 (Franco) 338.4696119 (Roberta)
338.3295467 (Lucio)
www.cencicasalab.it/cenci
facebook: Casa-laboratorio di Cenci
Per chi si adatta ad una ospitalità economica c’è la possibilità di
prenotare per due notti e tre pasti, dalla notte di venerdì al pranzo di
domenica presso la Casa-laboratorio di Cenci, l’ostello di Amelia o il
Convento dell’Annunziata ad €.75 entro il 30 aprile. La prenotazione
risulta confermata all’arrivo del vaglia postale di anticipo di €.40 da
mandare a Franco Lorenzoni, strada di Luchiano 13 05022 AMELIA (Tr)
Per ospitalità in albergo informazioni presso l’Uff. Turismo di Amelia
0744.981463
Alexander Langer,
nato a Sterzing in Alto Adige nel 1946 e morto a Firenze nel 1995, è
stato uno dei primi e più attivi militanti del movimento ambientalista
italiano. Insegnante, giornalista, militante politico e poi parlamentare
europeo, ha dedicato tutta la sua vita, senza risparmiarsi, alla causa
della conversione ecologica del nostro modo di vivere, di
produrre, di consumare e di abitare. Su questi temi ha tra l’altro dato
vita in Umbria, a Città di Castello, alla “Fiera delle utopie concrete”
che, alla fine degli anni Ottanta, riunì militanti ambientalisti
dell’Europa dell’ovest e dell’est, prima della caduta del muro di
Berlino.
Allievo a Firenze
di Giorgio La Pira ed Ernesto Balducci, fu fortemente influenzato da don
Lorenzo Milani e dalla sua scuola di Barbiana, di cui tradusse in
tedesco la famosa “Lettera a una professoressa”.
Attivo nei
movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta fu tra i primi, in
Italia, a considerare cruciale il tema dell’ambiente e dell’equilibrio
tra Nord e Sud del mondo, dando vita a numerose campagne, tra cui quella
per l’abolizione del debito dei Paesi poveri e all’“Alleanza per il
clima”, che riunisce centinaia di Comuni di paesi sviluppati e di paesi
del sud del mondo, che si battono per una riduzione delle emissioni
nocive.
Eletto nel parlamento Europeo è stato
tra i coordinatori del gruppo Verde. Accanto ai suoi impegni
istituzionali ha sempre mantenuto vivo il suo contatto diretto con
diverse espressioni di movimento, intervenendo
a numerosi incontri e dibattiti e privilegiando i piccoli gruppi di
ricerca con forte impegno etico.
Alexander
Langer ha creduto poco nell'ecologia dei filtri e dei valori-limite
(senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri),
impegnandosi piuttosto a favore di una conversione ecologica
della società, con preferenza per l'auto-limitazione cosciente, la
valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità.
Ha
promosso con altri la campagna internazionale "Nord-Sud: biosfera
sopravvivenza dei popoli, debito” che ha avuto un importante ruolo al
vertice della terra di Rio 1992. Si è impegnato e ha sostenuto movimenti
ed iniziative di solidarietà tra cui numerose ONG, come il CRIC, Terra
Nuova, Crocevia, la "Campagna per la restituzione delle terre agli
indios Xavantes", "Kairos Europa", "Quart Monde", "Terre des hommes" e
la rete delle banche etiche, consumo critico, Botteghe del Mondo, che
cominciavano a nascere in quegli anni. Il Parlamento Europeo ha
approvato una sua relazione e risoluzione sul commercio equo e solidale.
Negli anni Novanta, dopo essere stato
incaricato dal Parlamento Europeo alla guida della delegazione di
osservatori in Albania, nel momento del difficile passaggio di questo
paese alla democrazia, ha interamente dedicato gli ultimi anni della sua
vita alla tragica guerra che si era scatenata nella ex-Yugoslavia,
stabilendo relazioni e costruendo reti di solidarietà e di sostegno tra
tutti coloro che si battevano in Bosnia contro la follia della guerra..
Tessitore
instancabile di relazioni, testimone attivo contro ogni forma di
violenza, di persecuzione e di guerra nelle regioni del nostro
continente, nuovamente attraversate dall’orrore della pulizia etnica”
Alexander Langer è unanimemente considerato uno straordinario
“costruttore di pace”.
Il premio a lui
dedicato dalla “Fondazione Alexander Langer” ogni anno assegna un
riconoscimento a coloro che si battono contro ogni forma di intolleranza
ed esclusione etnica dal Sudafrica alla Bosnia, dall’Algeria alla Cina,
dal Ruanda alla Somalia e al Medio Oriente.
Da giovane
studente, in una terra che vedeva la contrapposizione etnica tra
tedeschi e italiani, fondò la rivista “Die Brücke” (Il ponte). Da allora
Alexander Langer, per tutta la vita, non ha fatto altro che tentare di
costruire ponti.
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Alleghiamo a questo invito alcuni testi, come materiali per chi voglia
partecipare alla preparazione delle giornate di studio dedicate ad
Alexander Langer. Ci piacerebbe infatti raccogliere domande e questioni
aperte, poste soprattutto da chi è più giovane e non ha conosciuto
direttamente Alex.
Abbiamo scelto solo qualche testo. Chi è desiderato a leggere altri
testi di Alex li trova, ordinati per argomenti, sul sito
www.Fondazione Alexander Langer stiftung
Le problematiche raccolte saranno inviate alle relatrici e ai relatori
dell’incontro di maggio.
Solidarietà: "i care", me ne importa
come c'era
scritto sulla parete della Scuola di Barbiana
di Alexander Langer
La solidarietà gridata fa il tifo per l'Intifada, gli studenti della
Tien-An-Men, i popoli indigeni minacciati. Si scalda per gli eroi ed i
martiri, ed ha un gran consumo di parole, di chilometri e di bandiere.
E' corta di memoria, e qualche volta si meraviglia che i beneficiari del
nostro tifo risultino poi così diversi da come li avevamo dipinti.
Oggi è possibile qualcosa di meglio e di più: non aggravare il nostro
debito che va a carico degli altri - dei poveri, dei popoli lontani,
della natura, dei posteri; cominciare a restituire il maltolto. Sporcare
e sprecare meno, scegliere comportamenti e consumi equi e compatibili
con la fratellanza umana e l'integrità della biosfera. Fare gli indigeni
da noi: i "custodi della (nostra) terra". E costruire patti concreti e
reciproci con alcuni di quelli con i quali solidarizziamo. Possibilmente
dal vero, senza gridarlo, senza semplificazioni: con il Sud e con l'Est,
con croati e con serbi, con abitanti di periferia e con immigrati, con i
licenziati della Farmoplant e con gli abitanti inquinati di Carrara.
Le scorciatoie sloganistiche aiutano a contarsi, non a cambiare persone
e circostanze. I patti reciproci aiutano a fare i conti gli uni con le
esigenze degli altri, visto che alla fine nessun altruismo regge davvero
alla prova del tempo e dell'usura.
Non gridare non vuol dire rinunciare a spiegare e diffondere scelte
solidali; serve per convincere invece che mettere solo a verbale.
15.10.1992,
PER ARMADILLA 1993
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Caro San
Cristoforo
di Alexander Langer
Non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti
vedeva dipinto all'esterno di tante piccole chiesette di montagna.
Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu - omone grande e
grosso, robusto, barbuto e vecchio - trasportavi il bambino sulle tue
spalle da una parte all'altra del fiume, e si capiva che quella era per
te suprema fatica e suprema gioia. Mi feci raccontare tante volte la
storia da mia madre, che non era poi chissà quale esperta di santi né
devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Così non ho mai
saputo il tuo vero nome né la tua collocazione ufficiale tra i santi
della chiesa (temo che tu sia stato vittima di una recente epurazione
che ti ha degradato a santo minore o di dubbia esistenza). Ma la tua
storia me la ricordo bene, almeno nel nocciolo. Tu eri uno che sentiva
dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo aver militato
- rispettato e onorato per la tua forza e per il successo delle tue armi
- sotto le insegne dei più illustri e importanti signori del tuo tempo,
ti sentivi sprecato. Avevi deciso di voler servire solo un padrone che
davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse
più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di
quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla
riva di un pericoloso fiume per traghettare - grazie alla tua forza
fisica eccezionale - i viandanti che da soli non ce la facessero, né
come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire
proprio quella "Grande Causa" della quale - capivo - eri assetato. Ma so
bene che era in quella tua funzione, vissuta con modestia, che ti capitò
di essere richiesto di un servizio a prima vista assai "al di sotto"
delle tue forze: prendere sulle spalle un bambino per portarlo
dall'altra parte, un compito per il quale non occorreva certo essere un
gigante come te e avere quelle gambone muscolose con cui ti hanno
dipinto. Solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti che avevi
accettato il compito più gravoso della tua vita e che dovevi mettercela
tutta, con un estremo sforzo, per riuscire ad arrivare di là. Dopo di
che comprendesti con chi avevi avuto a che fare e che avevi trovato il
Signore che valeva la pena servire, tanto che ti rimase per sempre quel
nome.
Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell'anno 2000? Perché penso che
oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la
traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da
come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da
dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di
quella che sta dinanzi a noi.
Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle
quali senz'altro importanti e illustri, siano state servite, anche con
dedizione, e abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti
inganni e auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute
(e non più reversibili) di scelte e invenzioni ritenute generose e
provvide.
I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per
"migliorare" la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali
sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce, e
ha dunque un suo prezzo: si può comperare, vendere, affittare. Persino
il sangue (dei vivi), gli organi (dei morti e dei vivi) e l'utero (per
una gravidanza in "leasing"). Tutto è diventato fattibile: dal viaggio
interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla neve
artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in
laboratorio.
Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema e
universale di una civiltà in espansione illimitata: citius, altius,
fortius, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre,
consumare, spostarsi, istruirsi... competere, insomma. La corsa al "più"
trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice
riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra
irreversibile e incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini,
spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il
tempo del progresso dominato da una legge dell'utilità definita
"economia" e da una legge della scienza definita "tecnologia" - poco
importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia
trattato.
Che cosa resterebbe da fare a un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo?
Qual è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze,
anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di
acquattarsi in una capanna alla riva di un fiume? Qual è il fiume
difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero,
ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?
Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il
passaggio da una civiltà del "di più" a una del "può bastare" o del
"forse è già troppo". Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e
la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle
speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di
"regredire", cioè di invertire o almeno fermare la corsa del citius,
altius, fortius. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai
molti intuiscono e devono ammettere (e sono lì a documentarlo
l'effetto-serra, l'inquinamento, la deforestazione, l'invasione di
composti chimici non più domabili... e un ulteriore lunghissimo elenco
di ferite della biosfera e dell'umanità).
Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di
crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di
produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la
biosfera, ogni forma di violenza). Un vero "regresso", rispetto al "più
veloce, più alto, più forte". Difficile da accettare, difficile da fare,
difficile persino a dirsi.
Tant'è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta
quadratura del cerchio parlando di "sviluppo sostenibile" o di "crescita
qualitativa, ma non quantitativa", salvo poi rifugiarsi nella vaghezza
quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell'inversione di
tendenza.
E invece sarà proprio ciò che ci è richiesto, sia per ragioni di salute
del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per
5-6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco e
industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non
possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere
a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri.
La traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti
a una civiltà dell'autolimitazione, dell'"enoughness", della "Genügsamkeit"
o "Selbstbescheidung", della frugalità sembra tanto semplice quanto
immane. Basti pensare all'estrema fatica con cui il fumatore o il
tossicomane o l'alcolista incallito affrontano la fuoruscita dalla loro
dipendenza, pur se magari teoricamente persuasi dei rischi che corrono
se continuano sulla loro strada e forse già colpiti da seri avvertimenti
(infarti, crisi...) sull'insostenibilità della loro condizione. Il
medico che tenta di convincerli invocando o fomentando in loro la paura
della morte o dell'autodistruzione, di solito non riesce a motivarli a
cambiare strada, piuttosto convivono con la mutilazione e cercano rimedi
per spostare un po' più in là la resa dei conti.
Ecco perché mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha
saputo rinunciare all'esercizio della sua forza fisica e che ha
accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio
di convinzione, di forza e di auto-disciplina al servizio di una Grande
Causa apparentemente assai umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un
po' abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere
stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti
ispirare chi dall'automobile passa alla bicicletta, al treno o all'uso
dei propri piedi! E il fiume da attraversare è quello che separa la
sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella
dell'autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a
traghettare dalle tante alle poche kilowattore, da una
super-alimentazione artificiale a una nutrizione più equa e più
compatibile con l'equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità
supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla
produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti a un ciclo più
armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento
dei limiti a un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione
sempre più spinta a una riscoperta di semplicità e di frugalità.
Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e
collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell'Adriatico,
dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci
a cambiare strada. Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che
ti fece cercare una vita e un senso diverso e più alto da quello della
tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla
forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offrono una
bella parabola della "conversione ecologica" oggi necessaria.
1.3.1990, Per "Lettere 2000" ed.Eulema
________________________________________
La
conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente
desiderabile
di Alexander Langer
E' tempo di pensare ad una costituente ecologica.
1 Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà
- Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per
sfuggire a false povertà. Di tale falsa ricchezza si può anche perire,
come di sovrappeso, sovramedicazione, surriscaldamento ecc. Falso
benessere come liberazione da supposta indigenza è la nostra malattia
del secolo, nella parte industrializzata e "sviluppata" del pianeta. Ci
si è liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie,
fatiche, debolezze - forse tra poco anche della morte naturale - in
cambio abbiamo radiazioni nucleari, montagne di rifiuti, consunzione
della fantasia e dei desideri. Tutto è diventato fattibile ed
acquistabile, ma è venuto a mancare ogni equilibrio.
Non solo l'apprendista stregone è il personaggio-simbolo del nostro
tempo. L'antico re Mida - che ottenne il compimento del suo desiderio
che ogni cosa che toccava si trasformasse in oro - ci appare come il
vero patrono dei culti del progresso e dello sviluppo, l'attualissimo
predecessore dei benefici della nostra civiltà.
2 Non si può più far finta si non sapere, l'allarme è ormai
suonato da almeno un quarto di secolo ed ha generato solo provvedimenti
frammentari e settoriali
Da qualche decennio e con sempre maggiori dettagli si conoscono
praticamente tutti gli aspetti di questo impoverimento da cosiddetto
benessere. Quasi non si sta più a sentire quando si recita, più o meno
completa, la litania delle catastrofi ambientali.
Un quarto di secolo è stato impiegato a scoprire, analizzare,
diagnosticare e prognosticare, a dare l'allarme, a lanciare appelli e
proclami, a varare leggi e convenzioni, a creare istituzioni incaricate
a rimediare. La tutela tecnica dell'ambiente è notevolmente migliorata
nel mondo industrializzato, si sono registrati singoli successi, alcune
acque si stanno rivitalizzando, certe specie in pericolo di estinzione
si sono salvate, cominciano a circolare detersivi, carburanti ed
imballaggi "ecologici"...
3 Perchè l'allarme non ha prodotto la svolta? E' già finito
l'intervallo di lucidità (Stoccolma 1972 - Rio 1992)?
Allarmi catastrofisti, lamenti, manifestazioni, boicottaggi,
raccolte di firme...: tutto ciò ha aiutato a riconoscere l'emergenza: le
malattie sono state diagnosticate, le possibilità di guarigione studiate
e discusse - terapie complessive non sono state ancora attuate. E
soprattutto: appare tutt'altro che assicurata la volontà di guarigione,
se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati. Visto
però che le cause dell'emergenza ecologica non risalgono ad una cricca
dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì
ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso
di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime
coincidono in larga misura.
C'è da meravigliarsi se oggi persino la diagnosi risulta controversa?
Silvio Berlusconi, a capo del governo della cosiddetta Seconda
Repubblica, sin dal suo discorso inaugurale alla Camera ha ritenuto di
dover ironizzare sull'allarme per l'effetto-serra: "forse il nostro
pianeta comincerà ad intiepidirsi in un lasso di tempo pari a quello che
ci divide addirittura dalla morte di Caio Giulio Cesare". C'è da pensare
che dunque ci resta ancora tanto tempo per cementificare, dissipare,
disboscare!
Vuol dire che l'intervallo di lucidità che si potrebbe situare tra le
due conferenze mondiali sull'ambiente (Stoccolma 1972 - Rio de Janeiro
1992) è già terminato? Si è fatto il pieno di lamenti ed allarmi e si
pensa ora che la riunificazione del mondo tra Est e Ovest vada celebrata
con nuovi fasti di crescita?
4 "Sviluppo sostenibile" - pietra filosofale o nuova formula
mistificatrice?
Da qualche anno (rapporto Brundtland, 1987) la formula magica dello
"sviluppo sostenibile" sembra essere la quadratura del cerchio così
lungamente cercata. Nella formula è racchiusa una certa consapevolezza
della necessità di un limite alla crescita, di una qualche
autolimitazione della parte altamente industrializzata ed armata
dell'umanità, come pure l'idea che alla lunga sia meglio puntare
sull'equilibrio piuttosto che sulla competizione selvaggia; ma il
termine "sviluppo" (o crescita, come in realtà si dovrebbe dire senza
tanti infingimenti) è rimasto parte del nuovo e virtuoso binomio.
Purtroppo basta guardare ai magri risultati della Conferenza di Rio per
comprendere quanto lontani si sia ancora da una reale correzione di
rotta. Sembra che il nuovo termine indichi piuttosto la propensione ad
un nuovo ordine mondiale nel quale il Sud del mondo viene obbligato ad
usare con più parsimonia e razionalità le sue risorse, sotto una sorta
di supervisione e tutela del Nord: non appare un obiettivo mobilitante
per suscitare l'impeto globalmente necessario per la conversione
ecologica.
5 A mali estremi, estremi rimedi? ("Muoia Sansone con tutti i
filistei"? Eco-dittatura?)
Di fronte ai vicoli ciechi nei quali ci troviamo, può succedere che
qualcuno tenti estreme vie d'uscita. Anche tra ecologisti, pur così
propensi ad una cultura della moderazione e dell'equilibrio, ci può
esserci chi - seppure oggi in posizione isolata - chi pensa a rimedi
estremi. Scegliamone i due più rilevanti: la prima potrebbe essere
caratterizzata con "muoia Sansone e tutti i filistei": la convinzione
che la catastrofe ambientale sia inevitabile e non più rimediabile, e
che pertanto tocchi mettere in conto disastri epocali come ne sono
avvenuti altri nel corso dell'evoluzione del pianeta. In mancanza di
aggiustamenti tempestivi ed efficaci, la svolta ecologica verso un nuovo
equilibrio sostenibile verrebbe imposta da tali disastri.
L'altro "rimedio estremo" che si potrebbe agitare, sarebbe lo "Stato
etico ecologico", l'eco-dirigismo o eco-autoritarismo possibilmente
illuminato e possibilmente mondiale. Visto che l'umanità ha abusato
della sua libertà, mettendo a repentaglio la propria sopravvivenza e
quella dell'ambiente, qualcuno potrebbe auspicare una sorta di tutela
esperta ed eticamente salda ed invocare la dittatura ecologica contro
l'anarchia dei comportamenti anti-ambientali.
Si deve dire chiaramente che simili ipotetici "estremi rimedi" si
situano al di fuori della politica - almeno di una politica democratica.
Ogni volta che si è sperimentato lo Stato etico in alternativa a
situazioni o stati anti-etici (e quindi senz'altro deplorevoli), il
bilancio etico della privazione di libertà si è rivelato disastroso. E
l'attesa della catastrofe catartica non richiede certo alcuno sforzo di
tipo politico: per politica si intende l'esatto contrario della semplice
accettazione di una selezione basata su disastri e prove di forza.
Quindi si dovrà cercare altrove la chiave per una politica ecologica, ed
inevitabilmente ci si dovrà sottoporre alla fatica dell'intreccio assai
complicato tra aspetti e misure sociali, culturali, economici,
legislativi, amministrativi, scientifici ed ambientali. Non esiste il
colpo grosso, l'atto liberatorio tutto d'un pezzo che possa aprire la
via verso la conversione ecologica, i passi dovranno essere molti, il
lavoro di persuasione da compiere enorme e paziente.
6 La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una
civiltà ecologicamente sostenibile? "Lentius, profundius, suavius", al
posto di "citius, altius, fortius"
La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare
o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano
possibile la svolta verso una correzione di rotta. La paura della
catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in
maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e
controlli; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità
persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di
un'alternativa globale - sociale, ecologica, culturale - non è stato
sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti.
Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone
disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così
sensibilmente diversa come sarebbe necessario.
Nè singoli provvedimenti, nè un migliore "ministero dell'ambiente" nè
una valutazione di impatto ambientale più accurata nè norme più severe
sugli imballaggi o sui limiti di velocità - per quanto necessarie e
sacrosante siano - potranno davvero causare la correzione di rotta, ma
solo una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una
società o in una comunità si consideri desiderabile.
Sinora si è agiti all'insegna del motto olimpico "citius, altius,
fortius" (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra
sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà,
dove l'agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di
occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non
si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare,
al contrario, in "lentius, profundius, suavius" (più lento, più
profondo, più dolce"), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo
benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al
riparo dall'essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente
disatteso.
Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove
(forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate - come è ovvio
- in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi
religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino
etniche (radicate, cioè, nella storia e nell'identità dei popoli). Dalla
politica ci si potrà aspettare che attui efficaci spunti per una
correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse incentivi la
volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che presupponga
un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella
competizione democratica.
7 Possibili priorità nella ricerca di un benessere durevole
I passi che qui si propongono - intrecciati ed interdipendenti tra loro
- fanno parte di una visione favorevole al cambiamento e potrebbero a
loro volta incoraggiare nuovi cambiamenti. Purchè ogni passo limitato e
parziale si muova in una direzione chiara e comprensibile, ed i vantaggi
non siano tutti rimandati ad un futuro impalpabile.
a) bilancio ecologico
Gli attuali bilanci pubblici e privati sono tutti basati su dati
finanziari. Sintanto che non si avranno in tutti gli ambiti (Comune,
Provincia, Regione, Stato, CE, ...) accurati bilanci della reale
economia ambientale che facciano capire i reali "profitti" e le reali
perdite, non sarà possibile sostituire gli attuali concetti di
desiderabilità sociale, e tanto meno un cambiamento dell'ordine
economico.
b) ridurre invece che aumentare i bilanci
Ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando
la crescita economica resterà l'obiettivo economico di fondo e sino a
quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in
anno. La parte industrializzata del pianeta dovrà finalmente decidersi
alla crescita-zero e poi a qualche riduzione - naturalmente con la
necessaria cautela e moderazione per non causare dei crolli sociali o
economici.
c) favorire economie regionali invece che l'integrazione nel mercato
mondiale
Sino a quando la concorrenza sul mercato mondiale resterà il parametro
dell'economia, nessuna correzione di rotta in senso ecologico potrà
attuarsi. La rigenerazione delle economie locali, invece, renderà
possibile - tra l'altro - una gestione più moderata e controllabile dei
bilanci, compreso quello ambientale.
d) sistemi tariffari e fiscali ecologici, verità dei costi
Di fronte ad un mercato che addirittura postula e premia comportamenti
anti-ecologici, visto che non ne fa pagare i costi, si rende
indispensabile un sistema fiscale e tariffario orientato in senso
ambientale, che imponga almeno in parte una maggiore trasparenza e
verità dei costi: imprenditori e consumatori devono accorgersi dei costi
reali del massicio trasporto merci, degli imballaggi, del dispendio
energetico, dell'inquinamento, del consumo di materie prime, ecc.
e) allargare e generalizzare la valutazione di impatto ambientale
Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, ecc.), produce
impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione
di impatto ambientale - nel senso più comprensivo di una reale
valutazione delle conseguenze ecologiche, ma anche sociali e culturali a
breve e lungo termine di ogni progetto - dovrà diventare il nocciolo di
una nuova sapienza sociale, e va quindi adeguatamente ancorata negli
ordinamenti. Così come altre società, passate o presenti, proteggevano
con norme fondamentali e tabú (sulla guerra, l'ospitalità, l'incesto...)
le loro scelte di fondo, oggi abbiamo bisogno di norme fondamentali a
difesa della valutazione di impatto ambientale - non importa se si
tratti di autostrade, missili, biotecnologie, forme di produzione di
energia o introduzione di nuove sostanze chimiche di sintesi. Tale
valutazione non potrà avvenire senza l'intervento dei più diretti
interessati e postulerà una Corte ambientale a suo presidio.
f) redistribuzione del lavoro, garanzie sociali
Solo una vasta redistribuzione sociale del lavoro (e quindi dei "posti
di lavoro" socialmente riconosciuti) permetterà la necessaria correzione
di rotta. L'ammortamento sociale degli effetti prodotti da scelte di
conversione ecologica (che si chiuda una fabbrica d'armi o un impianto
chimico..) è un investimento importante ed utile quanto e più di tanti
altri, e se si indennizzano i proprietari di terreni che devono cedere
ad un'autostrada, non si vede perché altrettanto non debba avvenire nei
confronti di operai o impiegati che devono cedere alla ristrutturazione
ecologica.
g) riduzione dell'economia finanziaria, sviluppo della "fruizione in
natura"
Sino a quando ogni forma di economia sarà canalizzata essenzialmente
attraverso il denaro, sarà assai difficile far valere dei criteri
ecologici, e ci saranno pesanti ingiustizie socio-ecologiche: chi può
pagare, potrà anche inquinare. Un processo di "rinaturalizzazione" - che
allontani dalla mercificazione generalizzata (dove tutto si può vendere
e comperare) e valorizzi invece l'apporto personale e non fungibile -
potrebbe aiutare a scoprire un diverso e maggior godimento della natura,
del lavoro, dello scambio sociale. Le "res communes omnium" (dalla
fontana pubblica alla spiaggia, dalla montagna alla città d'arte) non si
difendono col ticket in denaro, bensì con l'esigere una prestazione
personale, con un legame col volontariato, ecc.
h) sviluppare una pratica di partnership
La necessaria autolimitazione ecologica riesce più convincente se si fa
esperienza diretta di interdipendenza e partnership: nella nostra
attuale condizione, forse potrebbero essere alleanze o patti
"triangolari" (Nord/Sud/Est) quelle che meglio riflettono il nesso tra i
cambiamenti necessari in parti diverse, ma interconnesse del mondo.
L'"alleanza per il clima" ne può fornire una interessante, per quanto
ancora parzialissima, esemplificazione.
8 Una Costituente ecologica?
Società anteriori alla nostra avevano il loro modo di sanzionare,
solennizzare e tramandare le loro scelte ed i loro vincoli di fondo:
basti pensare alla "magna charta libertatum", al leggendario giuramento
dei confederati elvetici sul Rütli, alla dichiarazione francese sui
diritti dell'uomo, al patto di fondazione delle Nazioni unite...
Oggi difettiamo di una analoga norma fondamentale di vincolo ecologico
che - viste le caratteristiche del nostro tempo - avrebbe peso e valore
solo se frutto di un processo democratico. Certamente esiste in questa o
quella carta costituzionale un comma o articolo sull'ambiente, ma siamo
ben lontani dal concepire la difesa o il ripristino dell'equilibrio
ecologico come una sorta di valore di fondo e pregiudiziale delle nostre
società, e di trarne le conseguenze.
Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la desiderabilità sociale di
modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l'ambiente,
bisognerà forse cominciare ad immaginare un processo costituente, che
non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto
piuttosto culturale e sociale, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come
una "Costituente ecologica". In fondo le Costituzioni moderne hanno il
significato di vincolare il singolo ed ogni soggetto pubblico o privato
ad alcune scelte di fondo che trascendono la generazione presente o, a
maggior ragione, la congiuntura politica del momento. Se non si arriverà
a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione
ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi
all'apparente convenienza che l'economia della crescita e dei consumi di
massa sembra offrire.
1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco, Il
Viaggiatore leggero 1996
___________________________________________
Tentativo
di decalogo per la convivenza inter-etnica
1. La compresenza pluri-etnica sarà la
norma più che l'eccezione; l'alternativa è tra esclusivismo etnico e
convivenza
Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura,
religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti,
soprattutto nelle città. Questa, d'altronde, non è una novità. Anche
nelle città antiche e medievali si trovavano quartieri africani, greci,
armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli...
La convivenza pluri-etnica (1), pluri-culturale, pluri-religiosa,
pluri-lingue, pluri-nazionale... appartiene dunque, e sempre più
apparterrà, alla normalità, non all'eccezione. Ciò non vuol dire, però,
che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l'ignoto, l'estraneo
complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e
di odio, può suscitare competizione sino all'estremo del "mors tua, vita
mea". La stessa esperienza di chi da una valle sposa in un'altra valle
della stessa regione, e deve quindi adattarsi e richiede a sua volta
rispetto e adattamento, lo dimostra. Le migrazioni sempre più massicce e
la mobilità che la vita moderna comporta rendono inevitabilmente più
alto il tasso di intreccio inter-etnico ed inter-culturale, in tutte le
parti del mondo. Per la prima volta nella storia si può - forse -
scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico
spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla
loro origine sta di solito la violenza (miseria, sfruttamento, degrado
ambientale, guerra, persecuzioni...). Ma non bastano retorica e
volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza
tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa
arte della convivenza. D'altra parte diventa sempre più chiaro che gli
approcci basati sull'affermazione dei diritti etnici o affini - p.es.
nazionali, confessionali, tribali, "razziali" - attraverso obiettivi
come lo stato etnico, la secessione etnica, l'epurazione etnica,
l'omogeneizzazione nazionale, ecc. portano a conflitti e guerre di
imprevedibile portata. L'alternativa tra esclusivismo etnico (comunque
motivato, anche per auto-difesa) e convivenza pluri-etnica costituisce
la vera questione-chiave nella problematica etnica oggi. Che si tratti
di etnie oppresse o minoritarie, di recente o più antica immigrazione,
di minoranze religiose, di risvegli etnici o di conflittualità
inter-etnica, inter-confessionale, inter-culturale.
La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come
arricchimento ed opportunità in più piuttosto che come condanna: non
servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma
esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza.
2. Identità e convivenza: mai l'una senza l'altra; nè inclusione nè
esclusione forzata
"Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo": c'è oggi una forte
tendenza ad affrontare i problemi della compresenza pluri-etnica
attraverso più nette separazioni. Non suscitano largo consenso i
"melting pots", i crogiuoli dichiaratamente perseguiti come obiettivo
(ad esempio negli USA), e non si contano le sollevazioni contro
assimilazioni più o meno forzate. Al tempo stesso si incontrano
movimenti per l'uguaglianza, contro l'emarginazione e la discriminazione
etnica, per la pari dignità.
Non hanno dato buona prova di sè nè le politiche di inclusione forzata
(assimilazione, divieti di lingue e religioni, ecc.), nè di esclusione
forzata (emarginazione, ghettizzazione, espulsione, sterminio...).
Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e
collettive, accettando ed offrendo momenti di "intimità" etnica come di
incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento
dell'identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione
dall'altro, devono integrarsi a vicenda. Ciò richiede, naturalmente, che
non solo le regole pubbliche e gli ordinamenti, ma soprattutto le
comunità interessate so orientino verso questa opzione di convivenza.
3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che
fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo"
La convivenza offre e richiede molte possibilità di conoscenza
reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza
emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di
conoscenza reciproca. "Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri,
meglio ci comprenderemo", potrebbe essere la controproposta allo slogan
separatista sopra ricordato. Imparare a conoscere la lingua, la storia,
la cultura, le abitudini, i pregiudizi e stereotipi, le paure delle
diverse comunità conviventi è un passo essenziale nel rapporto
inter-etnico. Una grande funzione la possono svolgere fonti di
informazioni comuni (giornali, trasmissioni, radio, ecc.
inter-culturali, pluri-lingui, ecc.), occasioni di apprendimento o di
divertimento comune, frequentazioni reciproche almeno occasionali,
possibilità di condividere - magari eccezionalmente - eventi "interni"
ad una comunità diversa dalla propria (feste, riti, ecc.), anche dei
semplici inviti a pranzo o cena. Libri comuni di storia, celebrazioni
comuni di eventi pubblici, forse anche momenti di preghiera o di
meditazione comune possono aiutare molto ad evitare il rischio che
visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate.
4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio,
genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori
comuni
Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni,
l'organizzazione etnica della comunità, delle differenti comunità:
purchè sia scelta liberamente, e non diventi a sua volta integralista e
totalitaria. Quindi dovremo accettare partiti etnici, associazioni
etniche, club etnici, spesso anche scuole e chiede etniche. Ma è
evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l'(auto-)
isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni
della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a
carattere etnico. Prima di tutto il comune territorio e la sua cura, ma
anche obiettivi ed interessi professionali, sociali, di età... ed in
particolare di genere; le donne possono scoprire e vivere meglio
obiettivi e sensibilità comuni. Bisogna evitare che la persona trascorra
tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all'interno di
strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che
di norma saranno a base inter-etnica. E' essenziale che le persone si
possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la
"rappresentanza diplomatica" della propria etnia, ma direttamente:
quindi è assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti
diritti umani individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di
cui alcuni avranno anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela
delle tradizioni, ecc.); non tutti i diritti collettivi devono essere
fruiti e canalizzati per linee etniche (p.es. diritti sociali - casa,
occupazione, assistenza, salute... - o ambientali).
5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile
l'appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime
Normalmente l'appartenenza etnica non esige una particolare definizione
o delimitazione: è frutto di storia, tradizione, educazione, abitudini,
prima che di opzione, volontà, scelta precisa. Più rigida ed artificiosa
diventa la definizione dell'appartenenza e la delimitazione contro
altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto.
L'enfasi della disciplina o addirittura dell'imposizione etnica nell'uso
della lingua, nella pratica religiosa, nel vestirsi (sino all'uniforme
imposta), nei comportamenti quotidiani, e la definizione addirittura
legale dell'appartenenza (registrazioni, annotazioni su documenti, ecc.)
portano in sè una insana spinta a contarsi, alla prova di forza, al tiro
alla fune, all'erezione di barricate e frontiere fisiche, alla richiesta
di un territorio tutto e solo proprio.
Consentire e favorire, invece, una nozione pratica più flessibile e meno
esclusiva dell'appartenenza e permettere quindi una certa osmosi tra
comunità diverse e riferimento plurimo da parte di soggetti "di confine"
favorisce l'esistenza di "zone grigie", a bassa definizione e disciplina
etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di
inter-azione.
Evitare ogni forma legale per "targare" le persone da un punto di vista
etnico (o confessionale, ecc.) fa parte delle necessarie misure
preventive del conflitto, della xenofobia, del razzismo.
L'autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire
dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso,
bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed
obiettivi, e non deve arrivare all'esclusivismo ed alla separatezza.
Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva,
nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli
di "famiglie miste", le persone di formazione più pluralista e
cosmopolita.
6. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i
diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di
casa
La compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse
sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e
resa visibile. Gli appartenenti alle diverse comunità conviventi devono
sentire che sono "di casa", che hanno cittadinanza, che sono accettati e
radicati (o che possono mettere radici). Il bi- (o pluri-)linguismo,
l'agibilità per istituzioni religiose, culturali, linguistiche
differenti, l'esistenza di strutture ed occasioni specifiche di richiamo
e di valorizzazione di ogni etnia presente sono elementi importanti per
una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di
lingue, culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che
fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o
quella etnia: bisogna che ogni forma di esclusivismo o integralismo
etnico venga diluita nella naturale compresenza di segni, suoni e
istituzioni multiformi. (Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, cità
pluri-etnica a maggioranza serba in Croazia, oggi assai disputata tra
serbi e croati, lo dice in modo semplice: "un prato con molti fiori
diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori".)
Faticosamente l'Europa ha imparato ad accettare la presenza di più
confessioni che possono coesistere sullo stesso territorio e non puntare
a dominare su tutti e tutto o ad espellersi a vicenda: ora bisogna che
lo stesso processo avvenga esplicitamente a proposito di realtà
pluri-etnica; convivere tra etnie diverse sullo stesso spazio, con
diritti individuali e collettivi appropriati per assicurare pari dignità
e libertà a tutti, deve diventare la regola, non l'eccezione.
7 . Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme
etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici
Non si creda che identità etnica e convivenza inter-etnica possano
essere assicurate innanzitutto da leggi, istituzioni, strutture e
tribunali, se non sono radicate tra la gente e non trovano fondamento in
un diffuso consenso sociale; ma non si sottovaluti neanche l'importanza
di una cornice normativa chiara e rassicurante, che garantisca a tutti
il diritto alla propria identità (attraverso diritti linguistici,
culturali, scolastici, mezzi d'informazione, ecc.), alla pari dignità
(attraverso garanzie di piena partecipazione, contro ogni
discriminazione), al necessario autogoverno, senza tentazioni
annessionistiche in favore di qualcuna delle comunità etniche
conviventi. In particolare appare assai importante che situazioni di
convivenza inter-etnica godano di un quadro di autonomia che spinga la
comunità locale (tutta, senza discriminazione etnica) a prendere il suo
destino nelle proprie mani ed obblighi alla cooperazione inter-etnica,
tanto da sviluppare una coscienza territoriale (e di "Heimat") comune:
ciò potrà contribuire a scoraggiare tentativi di risolvere tensioni e
conflitti con forzature sullo "status" territoriale (annessioni,
cambiamenti di frontiera, ecc.).
E non si dimentichi che leggi e strutture fortemente etnocentriche
(fondate cioè sulla continua enfasi dell'appartenenza etnica, sulla
netta separazione etnica, ecc.) finiscono inevitabilmente ad inasprire
conflitti e tensioni ed a generare o rafforzare atteggiamenti
etnocentrici, mentre - al contrario - leggi e strutture favorevoli alla
cooperazione inter-etnica possono incoraggiare ed irrobustire scelte di
buona convivenza.
8. Dell'importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di
muri, esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza
etnica", ma non "transfughi"
In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio,
una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità.
Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni
che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi
e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione.
La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune
non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di
sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va
sviluppata con cura e credibilità. Accanto all'identità ed ai confini
più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale
rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all'esplorazione
ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di
tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per
ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire
l'inter-azione.
Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso,
ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si
conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed
implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la
cultura, l'economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini,
oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità
di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che
in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di
autocritica, verso la propria comunità: veri e propri "traditori della
compattezza etnica", che però non si devono mai trasformare in
transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio
in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte
che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni
(potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi
di comune legame al territorio.
9.Una condizione vitale: bandire ogni violenza.
Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni,
competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica,
religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di
coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi
di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e
riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano.
Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni
forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si
affacci il germe della violenza etnica, che - se tollerato - rischia di
innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in
questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa
sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla
violenza.
10.Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti
inter-etnici
Un valore inestimabile possono avere in situazioni di tensione,
conflittualità o anche semplice coesistenza inter-etnica gruppi misti
(per piccoli che possano essere). Essi possono sperimentare sulla
propria pelle e come in un coraggioso laboratorio pionieristico i
problemi, le difficoltà e le opportunità della convivenza inter-etnica.
Gruppi inter-etnici possono avere il loro prezioso valore e svolgere la
loro opera nei campi più diversi: dalla religione alla politica, dallo
sport alla socialità del tempo libero, dal sindacalismo all'impegno
culturale. Saranno in ogni caso il terreno più avanzato di
sperimentazione della convivenza, e meritano pertanto ogni appoggio da
parte di chi ha a cuore l'arte e la cultura della convivenza come unica
alternativa realistica al riemergere di una generalizzata barbarie
etnocentrica.
___________________________________________
1) Il termine "etnico", "etnia" viene usato qui come il più comprensivo
delle caratteristiche nazionali, linguistiche, religiose, culturali che
definiscono un'identità collettiva e possono esasperarla sino
all'etnocentrismo: l'ego-mania collettiva più diffusa oggi.
(testo riveduto nel novembre 1994) 1.11.1994, Arcobaleno TN
Quattro
consigli per un futuro amico
Parlando di un possibile futuro amico vorrei sottoporvi soprattutto due
aspetti che penso siano importanti per renderci più amichevole, meno
ostile, più vivibile il futuro e forse anche il presente.
Dei grandi impegni, delle grandi cause credo che quella per la
riconciliazione con la natura, sicuramente abbia oggi un posto
importantissimo. Anni fa il verde andava di moda; non c'era pubblicità
che non avesse bisogno di sottolineare la qualità ecologica dei prodotti
che cercava di propinarci: la macchina ecologica, il cibo ecologico, i
materiali ecologici e così via. Dieci anni fa, per avere il consenso
della gente bisognava dire: quello che noi vi proponiamo, quello che noi
vi vendiamo fa bene non solo a voi ma fa bene anche alla natura". Questa
moda per l'aspetto che era moda è rapidamente conclusa; purtroppo questa
moda è passata anche a livello della grande politica. Vi ricorderete,
due anni fa, il grande vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove Nord e
Sud del mondo dovevano trovarsi insieme per stabilire come usare
insieme, in modo giudizioso e riguardoso, le risorse di tutta l'umanità,
di tutto il pianeta? Ebbene il Nord, che avrebbe dovuto tirare un po' la
cinghia, ha semplicemente detto che questo non interessava e il vertice
salvo con alcune promesse generiche (sporcare meno, tagliare meno
alberi, sterminare meno specie viventi) in realtà si è concluso senza
grandi impegni.
Allora mi sembra che oggi ci sia bisogno che tra coloro che non cercano
un impegno semplicemente effimero, che gridano libertà quando tutti
gridano libertà, che gridano giustizia nel momento in cui tutti gridano
giustizia, che gridano magari anche pace nel momento in cui tutti
gridano pace o democrazia o solidarietà, che una attenzione particolare
e anche contro corrente, anche al di fuori della moda, vada
all'integrità del creato, se volete, alla reintegrazione della biosfera.
Una vita semplice
Molti possono chiedersi: ma reintegrazione, riconciliazione con la
natura, cosa vuol dire? quali precetti devo seguire? chi mi dà le
indicazioni affidabili, su che cosa fare, per quali animali in pericolo
di estinzione bisogna battersi? quali alberi preservare?
Io credo che il messaggio di fondo della riconciliazione con la natura
che noi oggi dobbiamo proporci e possiamo proporre, senza tema di essere
smentiti, è sostanzialmente uno, cioè quello della vita più semplice.
Quando quasi duecento anni fa Kant si preoccupava che tipo si messaggio
morale trovare per tutti, credenti o non credenti, cioè che tipo di
regola dare o formulare perché fosse valida per tutti, fosse
indiscutibile, ha trovato alla fine questa regola: cerca di comportarti
in modo tale che i criteri che ispirano la tua azione possano essere gli
stessi criteri che ispirano chiunque altro. Questa è stata alla fine la
formulazione più laica e più universale che ha trovato.
Se noi guardiamo oggi la situazione del mondo, un mondo popolato da più
di 5 miliardi di persone, dovremmo per lo meno dire che i criteri che
ispirano il nostro agire, siano moltiplicabili per 5 miliardi; cioè
cercate di sporcare quanto 5 miliardi di persone potrebbero permettersi
di sporcare; cercate di consumare energia quanto 5 miliardi di persone
possono consumare; cercate di deforestare quanto 5 miliardi di persone
possono permettersi di deforestare.
Diversi noi
Quindi credo che il primo e fondamentale messaggio ecologico che oggi si
possa dare è semplicemente quello di una vita semplice, di una vita che
consumi poco, di una vita che abbia grande rispetto di tutto quello con
cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante,
comprese le pietre, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che ci è
stato dato in prestito e che dobbiamo dare agli altri.
Un secondo aspetto che mi permetto di offrirvi come possibile contributo
a un futuro amico ha a che fare anch'esso con la conciliazione o con la
convivenza. Ed è non la convivenza con la natura ma la convivenza tra
culture, la convivenza tra diversi noi, cioè tra gruppi di persone che
non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio.
Oggi in Europa e in particolare nelle grandi città la compresenza di
persone, di lingua, di cultura e di religione, spesso di colore della
pelle diversa, sarà sempre meno l'eccezione e sarà sempre più la regola.
Io credo che abbiamo, semplificato, due scelte: una è quella che
ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè
ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere
esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio e quindi dire che chi li
non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità o
chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche
permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo
sterminio.
L'altra possibilità è quella che ci attrezzammo alla convivenza, che
sviluppiamo una cultura, una politica, un'attitudine alla convivenza,
cioè alla pluralità, al parlarsi, all'ascoltarsi. Ora credo che finché
non costava, finché era una moda, il plurietnico, il pluriculturale era
anche vello, faceva chic; per esempio l'Italia era un paese in cui tutti
i grandi giornali erano pieni di sdegno sulla xenofobia altrui: gli
svizzeri hanno fatto un altro referendum xenofobo, in Germania ci sono
stati episodi di intolleranza xenofoba, in Francia ecc. Oggi ci
accorgiamo che questo diventa tragicamente realtà anche da noi; forse
per la semplice ragione che prima gli altri non li avevamo tra noi e
quindi era facile sopportarli finché stavano lontani; una volta che ci
sono, diventa meno facile. Allora io credo che, promuovere una cultura,
una legislazione, un'organizzazione sociale, per la convivenza
pluriculturale, plurietnica, diventa, oggi, uno dei segni distintivi
della qualità della vita, una delle condizioni per poter avere un futuro
vivibile.
Visto che abbiamo parlato di comunicazione interculturale io credo che
essa non debba avvenire in modo volontaristico e quasi a denti stretti
come un obbligo, ma diventare anche un piacere. Penso che nella
convivenza tra diversi noi sia molto importante che ognuno di questi noi
non si senta in pericolo, cioè non si senta minacciato. Quando si sente
minacciato è vicina la tentazione della violenza e non c'è conflitto più
coinvolgente di quello etnico o razziale o religioso, che subito forma
fronti, schieramenti difficilissimi poi da riconciliare. Quindi io credo
che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro
amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo,
pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione
interlculturale o interetnica. Se non c'è comunicazione interculturale,
credo che andiamo incontro a una Jugoslavia generalizzata, per dirla con
un telegramma forse un po' pessimista ma temo non lontano dalla realtà.
Criteri per un futuro amico
Questi sono due aspetti che io volevo sottoporvi per un futuro amico.
Vorrei adesso diversi brevemente quattro piccole modalità che possono
aiutare in questo.
La prima riguarda la credibilità delle parole. Io credo che oggi ci sia
pochissima fede, giustamente, nelle parole, perché è difficile
distinguere la notizia dalla pubblicità, la realtà dalla fandonia, che
se ripetuta autorevolmente e televisivamente diventa realtà essa stessa.
È credibile chi può dire "Vieni e vedi"; è credibili chi ha
un'esperienza da offrire alla quale ognuno può partecipare, che ognuno
può condividere. Dove non c'è un "vieni e vedi" io sarei molto
diffidente. In questo senso la televisione, è un vedi sì, ma è un vedi
mediato, tanto che non ha nessuna verifica possibile.
Un secondo criterio, lo chiamerei il criterio dei cinque giusti e si
rifà alla trattativa sulla distruzione di Sodoma e Gomorra. Vi
ricorderete che Abramo tentava di non far distruggere Sodoma e Gomorra
sostenendo che tanti giusti sarebbero morti nella catastrofe insieme ai
malvagi. Allora comincia una lunga trattativa perché gli angeli dicono:
forniscici un elenco credibile dei giusti almeno cinque tirali fuori,
fuori i nomi perché altrimenti non ci crediamo.
Penso che se noi non vogliamo diventare prigionieri delle nostre
illusioni, almeno una minima verifica sui cinque giusti dovremmo farla;
una verifica se anche altri ritengono importanti le cose che a ognuno di
noi sembrano importanti e mettersi insieme con altri che le condividano,
prima di andare a urlare in televisione.
Un'altra modalità per costruire un futuro amico e paritario è quello di
concludere anche magari molto formalmente dei patti. Io credo che oggi
ci siano molte forme di patto, molte forme di alleanza che possono
essere concluse e che restituiscono anche dignità e giustizia a chi
apparentemente è il ricevente. Pensate alla grandiosa esperienza di
Emmaus, dove dei cosiddetti scarti umani delle comunità di Emmaus,
considerati tali da molti hanno imparato a restituire prima dignità agli
scarti, ai rifiuti raccogliendoli, separandoli, riutilizzandoli,
mettendoli in circolo, e quindi riguadagnando dignità anche loro. Credo
che oggi il modello dell'alleanza del patto di una reciprocità, sia non
solo una condizione molto importante ma possa essere perseguita molto
concretamente perché siamo a un livello della comunicazione facilitata.
L'ultimo aspetto che oggi vedo molto sottovalutato riguarda la relazione
tra nord del mondo rispettivamente col sud e con l'est. Oggi chi è di
sinistra è molto tifoso del Terzo Mondo; chi viceversa viene da una
tradizione più di destra, è invece più attento all'est perché è stato a
lungo educato alla solidarietà con chi era oppresso dal comunismo.
Quindi oggi rischiamo di riprodurre, anche dopo la caduta del comunismo,
queste solidarietà su binari differenziati o col sud o con l'est.
Parlando di alleanze, di patti, credo che sarebbe una buona strada da
seguire che noi, nelle cose che facciamo, cercassimo di avere partner
all'est e al sud e che li facessimo anche conoscere tra di loro, anche
perché spesso sono in competizione, perché entrambi ci corteggiano.
Sono arrivato alla chiusura e vorrei tentare il riassunto, con una
variazione su un motto molto conosciuto. Voi sapete il motto che il
barone De Coubertain ha riattivato per le moderne Olimpiadi, prendendolo
dall'antichità: il motto del citius, più veloce, altius, più alto,
fortius, più forte, più possente. Citius altius e fortius era un motto
giocoso di per sè, era un motto appunto per le Olimpiadi che erano certo
competitive, ma erano in qualche modo un gioco. Oggi queste tre parole
potrebbero essere assunte bene come quinta essenza della nostra civiltà
e della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più
veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è un po'
il messaggio cardine che oggi ci viene dato. Io vi propongo il
contrario, io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di
capovolgere ognuno di questi termini, più lenti invece che più veloci,
più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più
soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli,
insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia
frontale, però forse si ha il fiato più lungo.
31.12.1994, Convegno giovanile di Assisi, Natale 1994 (non
rivisto dall'autore)
Breve biografia di
Alexander Langer
Nato a
Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22.2.1946. Il padre Artur
(1900-1974), medico, nato e cresciuto a Vienna prima di trasferirsi a
Bolzano nel 1914. La madre, Elisabeth Kofler (1909-1983), tirolese di
Sterzing, farmacista. Due fratelli minori: Martin e Peter. Frequenta
scuole elementari in lingua tedesca a Vipiteno e, dal 1956/57, alla
media e al ginnasio privato dei padri Francescani di Bolzano.
Dopo
la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti
movimenti del dissenso cattolico. Lí incontra Valeria Malcontenti che
sposa nel 1985. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un
periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico. Si laurea
con Paolo Barile il 18.7.68, 110 L/110, in Giurisprudenza all’Università
di Firenze, con una tesi sull’”Autonomia provinciale di Bolzano nel
quadro dell’autonomia regionale del Trentino Alto Adige e sue
prospettive di riforma”. E il 5.7.72, 110/110, in Sociologia a Trento
con una tesi scritta assieme a Bruno Lovera “Analisi delle classi e
delle contraddizioni sociali nel Sudtirolo”.
Fonda
nel 1967, con altri giovani intellettuali sudtirolesi il mensile "Die
Brucke", che verrà pubblicato fino alla primavera del 1969. Insegna a
Bolzano e Merano dal febbraio 68 al giugno 72.
Dal
giugno 72 al settembre 73 fa il servizio militare come artigliere di
montagna. Quindi borsista in Germania federale dove lavora tra gli
immigrati e studia i nascenti movimenti di pace e di solidarietà
internazionale. Collabora al quotidiano Lotta Continua e ne diventa per
un breve periodo direttore responsabile. Dal 1975/76 al 77/78 insegna
storia e filosofia al XXIII Liceo scientifico di Roma.
Ritorna in Sudtirolo e viene eletto, il 18 novembre 1978, consigliere
regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra, in una lista appoggiata dal
Partito Radicale. Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento
1981 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto
d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della
Corte di Cassazione. Si dimette per rotazione il 17.12.1981, riprende
l'attività di traduttore, viene comandato all'Università di Trento, con
collaborazioni anche ad Urbino e Klagenfurt. Nel novembre del 1983 viene
rieletto consigliere regionale nella Lista alternativa per l'altro
Sudtirolo/Das andere Südtirol, sostenuta dallo scalatore Reinhold
Messner, e poi, nell'1988, nella Grüne alternative Liste/Lista Verde
Alternativa.
Negli
anni '80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e
in Europa, come forza innovativa e trasversale. Partecipa ad un intenso
dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell'area radicale,
dell'impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree
non conformiste ed originali che emergono anche tra conservatori e a
destra, o da movimenti non compresi nell'arco canonico della politica.
Nel dicembre 1984 viene incaricato
di tenere la relazione introduttiva alla prima assemblea nazionale delle
liste verdi a Firenze. Assolve al ruolo di garante per le elezioni del
1987 dove i Verdi ottengono un discreto successo ed entrano per la prima
volta in Parlamento. Risulta però minoritaria la sua proposta di
"sciogliere le liste verdi" dopo il voto, per evitare che un
promettente movimento trasversale si trasformasse rapidamente in un
piccolo partito autoreferenziale.
Riprende allora a tessere nuovi fili di rapporto con l'arcipelago delle
iniziative civiche e associazioni: nei movimenti transfrontalieri come "SOS-Transit",
"Pro vita alpina", "Arge-Alp", "Alpe Adria"; con associazioni e
movimenti per la conversione ecologica della società e dell'economia
come la "Fiera delle utopie concrete di Città di Castello", il "GAB -
Gruppo di attenzione alle biotecnologie", i "Colloqui di Dobbiaco" e
l'"Eco-istituto del Sudtirolo",, la rete "Alleanza per il clima", "S.O.S
Dolomites", "Greenpeace", "WWF", "Legambiente", "Italia Nostra", il
"Comitato promotore di un Tribunale internazionale per l'ambiente", la
nuova rete internazionale di "sindacalisti ecosensibili".
Eletto
deputato al Parlamento europeo nel 1989, nella circoscrizione Nord-Est,
diventa primo co-presidente del neo-costituito Gruppo Verde europeo.
Cerca di far fruttare creativamente i forti privilegi economici legati
al mandato e, nel pieno di "tangentopoli", decide di rendere
periodicamente pubblici i rendiconti delle sue entrate e uscite.
Scrive
su numerosi quotidiani e riviste sempre su questioni specifiche o di
attualità. Tiene ininterrottamente per undici anni, dal 1984 al 1995, un
osservatorio mensile, "Brief aus Italien - Lettera dall'Italia" per la
rivista di Francoforte "Kommune". Interviene a numerosi incontri e
dibattiti, privilegiando i piccoli gruppi di ricerca con forte impegno
etico.
Langer
crede poco nell'ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza
trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si
considera impegnato in favore di una conversione ecologica della
società, con preferenza per l'auto-limitazione cosciente, la
valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità.
Promuove con altri la campagna internazionale "Nord-Sud: biosfera
sopravvivenza dei popoli, debito” che avrà un importante ruolo al
vertice della terra di Rio 1992. Si impegna e sostiene movimenti ed
iniziative di solidarietà tra cui numerose ONG, come il CRIC, Terra
Nuova, Crocevia, la "Campagna per la restituzione delle terre agli
indios Xavantes", "Kairos Europa", "Quart Monde", "Terre des hommes", la
rete nascente delle banche etiche, consumo critico, Botteghe del Mondo.
Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e risoluzione sul
commercio equo e solidale.
Nel
1992 rifiuta un seggio "sicuro" a Firenze per il cartello progressista,
ma si candida al senato, in un collegio di Bolzano. Non viene eletto e,
dopo molti dubbi, accetta di concorrere nuovamente alle europee del
giugno 94. Viene eletto con 42000 preferenze nella circoscrizione
Nord-Est, di cui 18.800 nel solo Sudtirolo, con una percentuale vicina
al 9%.
Dal
gennaio 91 è presidente della delegazione del Parlamento europeo per i
rapporti con l'Albania, la Bulgaria e la Romania. Autore di diversi
rapporti e risoluzioni approvate dal Parlamento: apertura all'Albania,
riconversione civile della base missilistica di Comiso, accordo di
transito con l'Austria e di cooperazione con la Slovenia, relazioni tra
Unione europea e l'Albania. Promuove il "Comitato di solidarietà con
l'Albania" nel periodo di più grave crisi del paese. Compie diverse
missioni ufficiali per il P.E., p.es. a Sarajevo, Conferenza Helsinki II,
Conferenza per la stabilità in Europa, poi in Israele, Georgia, Egitto,
Russia, Brasile, Argentina, Libano, Cipro, Malta.
Dopo la
caduta del muro di Berlino aumenta
via via il suo impegno per la convivenza, sostenendo attivamente le
forze di conciliazione interetnica nei territori dell’ex-Jugoslavia. Il
Parlamento Europeo approva una sua relazione e proposta per l'
istituzione di un “Tribunale internazionale per i crimini contro
l'umanità” ed una sulle "relazioni Est-Ovest e politica di sicurezza".
E' membro dell'"European Action Council for Peace in the Balkans" e
co-fondatore, con la parlamentare austriaca Marijana Grandits, del
"Verona Forum,per la pace e la riconciliazione nell'ex-Jugoslavia" che
offrirà un tavolo di dialogo a centinaia di militanti della convivenza
che avranno modo di incontrarsi a Verona, Vienna, Parigi, Tuzla,
Budapest. Collabora con questa priorità a gruppi impegnati per la pace,
i diritti umani e le etnie minoritarie, come la "CONFEMILI", la "Gesellschaft
für Bedrohte Volker - Associazione popoli minacciati", la "Helsinki
Citizens' Assembly", "Amnesty international", i "Beati costruttori di
pace", il movimento delle "Donne in nero", l' "Associazione per la
pace", il "Movimento nonviolento", "Pax Christi", la "F.E.R.L -
federazione europea delle radio libere".
Il 26
giugno si reca a Cannes con altri parlamentari per portare ai capi di
stato e di governo un drammatico appello: "L'Europa muore o rinasce a
Sarajevo".
Al censimento del 1981 e 1991 Alexander Langer, che si era sempre
dichiarato di madre lingua tedesca, rifiuta di aderire alla schedatura
nominativa che rafforza la politica di divisione etnica. Con questo
pretesto nel maggio '95 viene escluso, senza troppo scandalo, dalla
candidatura a Sindaco di Bolzano, la sua città.
Decide di interrompere la vita il 3 luglio 1995, all'età di 49 anni.
Riposa
nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto
ai suoi genitori. (er)