di Guido Viale

Tra i tanti lasciti intellettuali e morali di Alex, mi soffermo su uno solo che mi sembra vitale per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Si tratta dell’idea di una “conversione ecologica”. Come è noto Alex preferiva questo termine a quello di rivoluzione, riforma, svolta, cambiamento e simili.

Il perché di questa sua preferenza rimanda in parte alla sua storia personale di ebreo convertito al cattolicesimo, di cattolico eretico, di militante rivoluzionario convertito all’ambientalismo, ma mai indissolubilmente vincolato ad un credo o a una organizzazione, nemmeno a quelle organizzazioni alla cui creazione aveva dato un contributo decisivo; e poi di “statista senza Stato”, vale a dire di politico disarmato che non rinunciava a confrontarsi in termini operativi con problemi, come quello della guerra e della pace, su cui decisioni in merito sono appannaggio del potere statuale.

Conversione ecologica è un termine che ha un risvolto soggettivo e uno oggettivo, un risvolto etico e uno sociale, un risvolto personale e uno strutturale.

Il termine conversione rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente.

E’ ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui siamo gettati: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato anch’esso a perire, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare in un tempo dato – inquinare inquiniamo e inquineremo sempre tutti, chi più e chi meno – più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare. Questo vale tanto per il singolo che per una comunità, per una nazione, per l’umanità intera.

Ma se i nostri comportamenti, quelli individuali, ma soprattutto quelli collettivi, sono la radice ultima tanto dello stato di cose presente quanto della sua abolizione e della sua trasformazione, non c’è dubbio che questa trasformazione si potrà tradurre in un recupero di sostenibilità (che vuol dire capacità di durare nel tempo), cioè di compatibilità con i tempi di riproduzione e di rigenerazione dell’ambiente, solo se è l’oggetto di un progetto consapevole e condiviso.

Oggi tutto ciò richiede uno sguardo disincantato sulla natura della crisi in corso; cioè sul lato oggettivo di ogni progetto di conversione. Questa crisi è senza sbocchi: non se ne uscirà, né presto è tardi, riprendendo il cammino interrotto della crescita e della distruzione dell’ambiente: più ci si accanisce in questa direzione e più la crisi si avvita  su se stessa. Lo vediamo bene nel riproporsi in termini sempre più drammatici della dimensione finanziaria della crisi, dimensione che trascina con sé redditi, occupazione, sicurezze, aspirazioni. Lo vediamo ancora meglio – per quelli di noi che, sulle tracce di Alex, e grazie anche ai suoi insegnamenti, si adoperano per tenere unite le dimensioni ambientali e quelle sociali degli eventi – nell’incapacità delle classi dominanti di tutti i paesi del mondo di far fronte alla crisi ambientale che incombe sul pianeta.

Non si può cambiare il mondo solo con delle scelte individuali su come vivere e che cosa consumare. Ma i comportamenti collettivi in grado di incidere sulla realtà, di trasportarci dall’etica dell’intenzione all’etica della responsabilità, richiedono sempre una condivisione più o meno spinta di analisi, di intenti, di progetti, di strumenti. Una condivisione che non esclude certo la presenza e la permanenza di divergenze e di conflitti tra chi di essa partecipa. In questi comportamenti collettivi orientati rientrano tutti quelli che un tempo, e anche ora, chiamavamo e chiamiamo “lotte” – e, prima tra tutte, quello che resta della lotta di classe – ma certo le lotte non esauriscono l’arco delle opzioni coinvolte dalla conversione.

Molte trasformazioni avvengono infatti sottotraccia e non sulla ribalta della vita sociale e dello spazio pubblico, magari attraverso processi capillari e non di massa. Ma in generale, i processi che contribuiscono a cambiare il mondo in modo orientato, cioè secondo  un progetto, anche quando l’esito non corrisponde che in parte agli obiettivi perseguiti, sono sempre il frutto di una attività di aggregazione di una domanda esplicita o latente, enunciata o silente.

Aggregare domanda, per rispondere a desideri, aspettative, bisogni che non possono essere soddisfatti in forma individuale, rivolgendosi a quello che oggi offre, o non offre, il mercato, costituisce una vera e propria “impresa sociale”. L’esempio più chiaro, perché capillare, diffuso ormai ovunque e alla portata di tutti noi è costituito dai Gruppi di Acquisto Solidale, che ne corso dell’ultimo anno hanno registrato un aumento esponenziale.

Ogni impresa sociale richiede comprensione del contesto, capacità di ascolto, relazioni dirette, competenze tecniche e, soprattutto, capacità imprenditoriali. Non tutte queste doti possono essere riunite nella stessa persona o nello stesso gruppo di persone; ma dove non c’è nessuno che “tiri”, assumendo delle responsabilità che travalicano la propria persona, i processi di trasformazione non raggiungono la meta, le lotte non partono o si arenano, la disgregazione prevale.

Per tornare con i piedi per terra, oggi il problema centrale della conversione ecologica mi pare questo: convincere e coinvolgere i lavoratori che vedono il loro posto di lavoro minacciato, o già perso, che la strada da imboccare non è il ritorno alla situazione quo-ante; che lungo questa traiettoria non c’è sbocco possibile. Mentre l’obiettivo della sostenibilità – quelli che alcuni si ostinano a chiamare “decrescita”, con un termine che suscita più equivoci che chiarezza – offre infinite e concrete possibilità di ricostituire lavoro, reddito e benessere; anche se un benessere diverso da quello, peraltro sempre più misero, prospettato dalla moda e dalla pubblicità.

Efficienza energetica e fonti rinnovabili, agricoltura e alimentazione sostenibili, mobilità di massa e flessibile con mezzi condivisi alla portata di tutti, manutenzione e riparazione dei beni, degli edifici, del territorio, riciclaggio dei materiali, educazione libera e permanente – cioè tutti i principali temi intorno a cui si è andata sviluppando, radicando e precisando la cultura ambientalista nel corso degli ultimi decenni – offrono oggi concrete possibilità di una loro realizzazione anche in contesti circoscritti, creando lavoro, reddito, benessere e riducendo la pressione sull’ambiente. E’ questa la strada di quelle “Utopie concrete” alla cui individuazione e promozione Alex aveva cominciato a lavorare – e a far lavorare alcuni di noi – più di venti anni fa.

Enunciare in termini generali questo programma oggi è abbastanza facile. Tradurlo in proposte concrete, senza le quali questo programma non raggiungerà mai quell’articolazione settoriale e territoriale che ne costituisce gran parte del vantaggio nei confronti delle misure tradizionali, generali e centralizzate, adottate per affrontare la crisi, è una cosa molto più complessa. Perché esige di misurarsi con le caratteristiche specifiche di ogni territorio, tanto per quanto riguarda le risorse disponibili, che per quanto riguarda  i fabbisogni da colmare, che per quanto riguarda la composizione sociale, cioè gli attori, delle comunità che vi abitano.

Basta pensare alle fonti rinnovabili, all’efficienza energetica o all’agricoltura sostenibile – ma lo stesso discorso vale per tutti gli altri settori indicati, per cogliere questo punto. Ogni territorio ha risorse e potenzialità differenti, ma anche carichi energetici e fabbisogni diversi, come diverse sono le forze sociali che vi operano. Un progetto unico, valido per tutti e replicabile ovunque non esiste. Ogni progetto va costruito casa per casa, campo per campo, strada per strada, tetto per tetto.

Ma la vera sfida del momento è andare a proporre una prospettiva del genere a chi in questo momento sta lottando, per lo più in forme drammatiche ed a volte estreme, per difendere il proprio posto di lavoro, andargli a spiegare che in quella forma quel posto di lavoro non tornerà mai più; che limitarsi a difenderlo è una strada senza uscita e che la sola possibilità di salvaguardarlo risiede in un impegno collettivo per produrre altro, in un altro modo, per un altro mercato, ancora in gran parte da costruire, riconvertendo la fabbrica, l’impianto,l’ufficio, il laboratorio verso produzioni e attività ambientalmente sostenibili.

In questa direzione ci sono comunque già esempi di successo, anche se sono ancora pochi. Uno è quello dell’Elettrolux di Scandicci: un impianto di una multinazionale che produceva elettrodomestici e che la direzione aveva deciso di chiudere, mettendo sulla strada tutti i lavoratori. Dopo mesi di occupazione, con l’appoggio dei sindacati, dell’amministrazione locale e della Regione, si è riusciti a costruire un progetto di riconversione dell’impianto, per produrre pannelli solari fotovoltaici per un mercato regionale inizialmente costituito da un gruppo di comuni convinti a installare il fotovoltaico sui tetti degli edifici di loro proprietà. Una scelta accessibile a tutti, perché oggi, con gli incentivi del conto energia in vigore, può essere effettuata a costo zero e con la prospettiva di un guadagno netto: il valore dell’investimento viene anticipato da una banca che rientrerà dell’esborso incamerando per dieci dodici anni gli incentivi (che in Italia, e fino al 31 dicembre di quest’anno, sono i più alti del mondo), mentre i Comuni risparmieranno sulla bolletta elettrica producendo autonomamente gran parte dell’energia elettrica che consumano. Una scelta che oltre a tutto fa da “volano” al mercato, perché sull’esempio del Comune, molti altri, famiglie e imprese, saranno indotti ad adottare lo stesso sistema. A questo punto – e solo a questo punto, quando erano a disposizione progetto, disponibilità dei lavoratori a seguire i corsi necessari a “riconvertirsi”, impianti in gran parte riutilizzabili e soprattutto mercato per l’avviamento del business – si sono fatti avanti degli imprenditori disposti ad assumersi il “rischio” – per la verità, assai limitato – dell’impresa[8].

Ma ci sono anche clamorosi esempi di rinuncia a percorrere una strada come questa, infilandosi invece con testardaggine in un vicolo cieco. L’esempio più evidente è          rappresentato  dalla vicenda dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, sede di una produzione che non ha alcuna possibilità di proseguire. Impossibile pretendere infatti che l’azienda tenga in piedi una produzione che per motivi logistici comporta un sovra costo di 1000 euro a vettura, in un mercato destinato a un netto ridimensionamento, dato che ha un immane eccesso di capacità produttiva.

Ebbene, molto più in grande, anche lì era possibile, e probabilmente necessario, proporre una riconversione dello stabilimento e dell’indotto analoga a quella di Scandicci: magari per produrre turbine eoliche o impianti di micro cogenerazione del tipo di quelli che la Volksvagen ha messo in cantiere riprendendo un’idea anni fa realizzata e poi abbandonata dalla stessa Fiat, oppure altre produzioni analoghe per cui l’impiantistica dello stabilimento era già in larga misura adeguata.

Ma oltre alle idee, a Termini Imerese sono mancati il coraggio, da parte dei sindacati, e un interessamento adeguato e non finalizzato solo alla tenuta del consenso da parte delle amministrazioni locali e della Regione, che  pure aveva ed ha ingenti risorse da mettere in campo.

E’ chiaro che quella della conversione ambientale degli impianti produttivi e delle aziende di servizio è una strada altamente conflittuale nei confronti dell’ordine esistente e di molti degli interessi che lo governano; ma questo conflitto, come molti altri che attraversano il nostro tempo – pensiamo solo alla battaglia per l’acqua pubblica – non può essere ridotto ai termini  della lotta di classe, né tantomeno a quelli di un conflitto sindacale interno al perimetro di un’azienda.

Per realizzare la riconversione ecologica, tanto di uno stabilimento che di un territorio o dell’intera società occorre sì una grande mobilitazione dal basso, ma bisogna coinvolgere intere comunità, le loro espressioni associative – dove già ci sono, altrimenti bisogna costruirle – i loro saperi diffusi e poi le amministrazioni locali o almeno una parte di esse.

Poi bisogna aggregare domanda per costruire i mercati delle nuove produzioni; mobilitare i saperi diffusi necessari per il nuovo progetto; mettere al lavoro le capacità imprenditoriali di quelle aziende che non vedono più futuro nelle vecchie produzioni; reperire i capitali, pubblici e privati, dimostrando che anche, o magari anche solo su questa strada c’è la possibilità di metterli a frutto. Soprattutto, non rimandare niente a un ipotetico “dopo”.

Per questo oggi è importante creare un spazio pubblico dove di queste cose si cominci a discutere città per città, quartiere per quartiere, paese per paese, permettendo a tutti di esprimere e far capire il proprio punto di vista. Lavorando in questo modo si prepara il territorio a dotarsi di una prospettiva praticabile, di cui sono stati valutati le potenzialità, gli attori, gli ostacoli, le specificità.

Domani, mano a mano che le conseguenze della crisi si faranno più pesanti – e si faranno sempre più pesanti - si tratterà di raccogliere le forze per rendere operativi quei programmi. La crisi metterà tutti o quasi alle strette e la disponibilità a imboccare una strada nuova, se apparirà ben delineata e praticabile, potrebbe coinvolgere attori e forze oggi impensabili. Senza questo lavoro preliminare, però, non ci potrà essere alcuna riconversione. La “conversione ecologica” non è un programma che possa essere governato dall’alto o dal centro.

La tensione verso le utopie concrete è uno dei grandi lasciti di Alex: utopie globali nello loro prospettiva; locali, cioè concrete, nella loro costruzione.