di Giulio Marcon

L'espressione “pacifismo concreto”  venne usata da Alex Langer in un convegno del 1993 in contrapposizione ad altre due forme di pacifismo, quello tifoso (che ha sempre bisogno di un nemico per mobilitarsi) e quello dogmatico (ancorato ai suoi sacri principi), che nel contesto delle guerre jugoslave gli apparivano entrambi inutili e sbagliati.

Il pacifismo tifoso era sostanzialmente quello anti-americano ed anti-imperialista, quello dogmatico un certo tipo di nonviolenza accademica e cattedratica. Era il periodo -l'inizio- delle guerre jugoslave ed in questo modo Langer voleva mettere in rilevo l'importanza di una impostazione -che andava dal Verona Forum all'Associazione per la pace di cuie ro portavoce a quel tempo, dalle Donne in nero all'Ics- che privilegiava iniziative concrete come l'invio degli aiuti, l'accoglienza dei rifugiati, la gestione dei campi di accoglienza, la protezione degli obiettori di coscienza, il sostegno alle forze anti-nazionaliste, ecc.

La categoria della “concretezza” (dell'esperienza, delle pratiche, dell'ancoraggioalla realtà)era trasversale all'opera di Langer: ad esempio il suo approccio al tema del confronto e della possibile convivenza tra le minoranze etniche in Sud Tirolo era sostanzialmente improntato al pragmatismo e anche il suo ambientalismo (d'altronde diede vita alla fiera delle “utopie concrete”) lo era profondamente e anche la sua idea della politica. Quando parlava di come riformare la politica parlava di cose concrete -come usare i soldi, la sex balance, il limite dei mandati- e non di grandi escatologie o di teorie complicate.

La sua rivendicazione della concretezza  era  il portato di una certa impostazione anti-ideologica che era antitetica alla peggiore eredità del '68 e delle sue propaggini politico-partitiste, astratte, e nello stesso tempo recuperava la vena migliore di quel periodo che ebbe prosecuzione nei movimenti per i diritti civili, nelle comunità cristiane di base, nel volontariato sociale.

Che cos'era il pacifismo concreto per Langer? Era nello stesso tempo una lettura, un approccio della realtà e una pratica sul campo. La lettura della realtà usava delle lenti trasparenti, non sporcate dai pregiudizi o dalle visioni -in buona fede- di un apparato di principi, che fossero pacifisti o meno. L'approccio era quello dello sperimentatore, dell'induttivo che tiene conto di ciò che ha sotto gli occhi. Le pratiche erano magari piccole, limitate, ma efficaci: non le mega manifestazioni ma l'incontro tra gli oppositori ai nazionalismi delle varie componenti etniche, non i cortei roboanti, ma il sostegno ai centri-antiguerra, non i documenti chilometrici, ma la  diplomazia dal basso. Langer aveva ben chiaro i liniti di queste iniziative, del loro valore, del loro possibile impatto. Non era animato dal delirio di onnipotenza, ma dalla realistica visione delle possibilità di un lavoro dal basso, portato avanti con attenzione e meticolosità, con la pignoleria dell'artigiano della politica. 

E quel suo approccio trovò terreno fertile in un fortunato processo di mobilitazione di migliaia di persone che durante le guerre jugoslave si dedicarono appunto alla solidarietà, al volontariato pacifista, a sostenere l'altra Serbia, l'altra Bosnia e l'altra Croazia, come anche lui amava ripetere. Con quel moto spontaneo di società civile italiana, Langer si incontrò spesso ed in quel convegno del 1993 -prima citato- e ricordò l'importanza e l'impatto della loro e della sua azione. Con questo approccio Langer sfuggiva non solo alle tenaglie del pacifismo tifoso -che magari criticava i pacifisti concreti di essere delle crocerossine e di non scendere in piazza contro chi, non si sa, visto che in quel momento non c'erano gli americani di torno- ma anche a quello dell'interventismo tifoso (assolutamente speculare al primo): non era passato dagli “eserciti proletari” a quelli della NATO. Era animato -come molti di noi- dal tormento del “che fare” di fronte ai cecchini di Sarajevo  e alla macelleria etnica della Bosnia: rivendicava nello stesso tempo il valore delle iniziative di pace e si interrogava sull'uso della forza per fermare la violenza. Non intendeva farsi strumentalizzare dall'interventismo tifoso, ma nello stesso tempo rifiutava chi -come i nonviolenti integralisti- aveva posizioni aprioristiche contro qualsiasi uso della forza di fronte all'assedio di Sarajevo.

Langer era un grande organizzatore -e non solo teorizzatore o testimone- di questo “pacifismo concreto”, come ad esempio ne sono prove la costituzione del Verona Forum per il sostegno alle forze anti-nazionaliste della ex Jugoslavia, il sostegno agli obiettori di coscienza e alle donne in nero, la promozione delle iniziative (convegni, incontri, eccetera) a sostegno delle organizzazioni civiche e dell'amministrazione multietnica di Tuzla. E tante altre cose ancora. Molti soldi del suo stipendio da parlamentare li spendeva in questo modo. Ci re-incontrammo -dopo tanti anni, aveva insegnato nel 1976-8 nella mia scuola- quindi nella collaborazione per la realizzazione di queste iniziative (io allora ero il portavoce dell'Associazione per la pace) e trovai in lui un alleato nel portare progressivamente l'Associazione per la pace da un approccio vecchio (un po' pacifismo tifoso, un po' pacifismo iperpoliticista, un po' pacifismo disarmista) a quello che lui aveva definito “pacifismo concreto”.

Io credo che la questione del “pacifismo concreto” di Langer sia una sorta di momento particolare, ma paradigmatico della sua visione delle cose, e della politica. Langer è stato un grande uomo politico, ma è stato anche un grande anti-politico, cioè uomo contrario ai codici, ai riti, agli schemi della politica tradizionale. Un grande innovatore della politica, ma anche un deviante -forse un disadattato- della politica, un irriducibile alla sua sostanza (direi alienata) più profonda. E io credo che proprio la concretezza sia uno dei punti su cui riflettere: lo rendeva lontano da come si pensa la politica normalmente e da molti suoi amici di partito o di ex del '68 e anche da una certa tradizione di sinistra della politica che si dedica alle cosiddettegrandi narrazioni e non al “qui e ora”, alle grandi costruzioni interpretative e non alla realtà sotto gli occhi, al grande disegno e non alle persone in carne ed ossa. Si dedica – sull'onda di una perfetta filosofia della storia- al grande e non al piccolo. E Langer -ovviamente innestandolo in una profonda visione etica e politica: dunque in una capacità di vedere il generale e i processi più ampi- si dedicava al piccolo, al “qui e ora”, alla concretezza di un'azione possibile, di un risultato raggiungibile, di un cambiamento da realizzare. Cioè, della politica, lui cercava di capire subito, che cosa si poteva fare praticamente e concretamente per tradurre una visione in una immediata -anche piccola- trasformazione della realtà. E anche la sua etica – pure durante il drammatico momento delle guerre jugoslave- era un'etica tormentata, ma concreta: poco roboante, poco narcisistica, poco individualistica, molto legata, anche questa, alla realtà da trasformare.

Va ancora ricordato: Langer aveva non solo una profonda visione politica, ma anche la capacità di tradurre in proposta politica, in innovazione politica le esperienze che si facevano sul campo. Un esempio di ciò è sicuramente l'istituzione dei “corpi civili di pace” a livello europeo che riprendeva l'idea nonviolenta della istituzionalizzazione di forze di volontari ed operatori di pace come alternative o distinte da quelle militari.

Io credo che questi siano degli insegnamenti molto validi, anche per oggi: siano una importante guida per l'azione di questi anni

Sono insegnamenti importanti per un pacifismo in crisi e strutturalmente ancora stretto tra la vacuità ecumenica e rituale di certe esperienze -siamo in Umbria e la settimana scorsa c'è stata qui la Perugia Assisi- e l'elitarismo iper-dogmatico ed accademico di certa nonviolenza più attenta ai libri e ai sacri principi che alla realtà. E anche una parte di quello che sembrava essere la parte più viva degli anni '90 -la solidarietà, l'aiuto umanitario- è scivolata nel corso del tempo in un umanitarismo senza qualità e spesso dipendente dall'intervento militare. Un pacifismo che è ancora molto legato -per la sua esistenza- allo scoppio di una guerra e che non vive di vita propria -di nonviolenza attiva, di pace positiva- e che ha quasi completamente dimenticato quel principio di noncollaborazione, che era al fondo dell'insegnamento di Capitini. Ecco, io credo, che il pacifismo concreto di Langer possa esserci di aiuto oggi nell'indicarci una strada che unisca visione politica e pratica dal basso, impronta etica e azione sul campo, fuori da ogni ritualismo e astratte petizioni di principio.

In secondo luogo credo che nel pacifismo concreto, o meglio nell'approccio concreto dell'azione sociale e politica, etica – nella sua esperienze, nelle sue pratiche- di Langer ci sia un'altra profonda ed importantissima indicazione, per la politica, oggi. Qui, la sfida è molto più difficile. Dalla sua morte le cose incommensurabilmente peggiorate: dappertutto, a destra come a sinistra, come naturalmen5te tra i Verdi. Però, quella è la strada da seguire. E ancora oggi -anche nella politica e nelle istituzioni- troviamo tante persone, tante piccole minoranze (soprattutto a livello locale) che inconsapevolmente o meno, seguono quell'approccio. Rimettere al centro la concretezza dei comportamenti, la coerenza personale, il ben fare, le buone pratiche, il mettersi in gioco fino all'estremo  cercando di difendersi dal gioco affabulatorio e astratto o peggio cinico ed opportunistico di una certa politica, mi sembra uno degli aspetti -quanto si vuole particolari, ma fondamentali- dell'insegnamento di Langer che valga la pena di essere ripreso.