di Peter Kammerer 

1. Alexander Langer e la cultura tedesca.

Alexander Langer è cresciuto e viveva in tempi e luoghi in cui lo spostamento anche di pochi chilometri comportava, anzi richiedeva un cambiamento del punto di vista. Il mondo guardato da Sterzing/Vitipeno era un altro di quello percepito a Bolzano e il mondo osservato dal Brennero era molto diverso da quello visto da Firenze. Nell` accogliere la qualità di tempi e luoghi non uniformati Alex è diventato un maestro di spostamenti. Spostamenti di orizzonti.

Alla base di questa arte sta la capacità di muoversi agevolmente nelle differenze, di saper distinguere le cose da vicino. A cominciare dalla lingua. Nel suo scritto forse più bello, Minima personalia, si legge: “A casa si parla in lingua (tedesca) invece che in dialetto tirolese”. Alex da ragazzo affronta dunque due lingue tedesche, la Hochsprache (piuttosto rara nel Südtirol) e il dialetto tirolese. La Hochsprache ha poi una sua versione austriaca e una tedesca (Alex tendeva verso quella tedesca) e i dialetti variano da valle a valle, da paese a paese. Inoltre si sente l`italiano che Alex impara già nell`asilo. Da giovane redattore di un giornalino sarà “fiero di riuscire a condurre un'intervista in una lingua non mia”. Ma anche l`italiano, non meno ricca di varianti del tedesco, diventerà lingua sua. Navigare in mari linguistici aperti non è un`avventura semplice. L`insicurezza spinge verso scelte che escludono. Non farle è l`eredità migliore della cultura tedesca. Da giovane Alex intuisce una cosa che molti tedeschi non sanno. La grande letteratura tedesca del `900 viene per la maggior parte dalle periferie: Kafka, Celan, Rilke, Handke, da Canetti a Grass e fino a Herta Müller. La cultura tedesca raggiunge le sue espressioni più altesolo (sottolineo questo “solo”) quando una identità creduta o pretesa nazionale e pura si incrina (Hans Mayer, Außenseiter). Tante piccole differenze formano un disegno di screpolature anche in Alex e lo renderanno incompatibile a vita con i blocchi etnici, ideologici, nazionali e, in generale, con i blocchi di potere. E perfino quando questi blocchi  si ergono “a difesa”, Alex rimane diffidente, pronto al “tradimento”. Questa eredità, il rifiuto dei blocchi e la speranza nella trasversalità, mi pare sia quella più difficile a cogliere, nella marmellata e confusione di oggi nella quale i vecchi blocchi si sono sciolti mentre una stupidità trasversale sta al potere.

Ma negli anni `50 i blocchi erano ben delineati e Alex ha pagato per il suo rifiuto. Scrive: “Nella mia cittadina, che amo molto, sento una certa estraneità”. E poi, trasferitosi a Bolzano, quando cortei di italiani gridavano “Magnago a morte”, scrive: “Me ne sento minacciato anch'io e comincio a sentire il fascino della resistenza etnica.” Il desiderio di appartenenza lo prende fortemente quando nel 1985 protesta a Passau contro un raduno neonazista al quale partecipano anche dei sudtirolesi. “Tutti mi riconoscono immediatamente. Qualcuno esita, i più si fanno beffe di me. … E' la volta in cui avrei voluto parlare in costume tirolese.” Alex invece appartiene ad un`altra comunità. “E' bello sentirsi parte di una comunità universale in cui non si distingue "nè giudeo nè greco".” E alla quale Alex vorrebbe aggiungere anche il costume tirolese insieme a tutte le bandiere. Tutte o nessuna. Ma si rende conto: “Nessuna delle bandiere che spesso sventolano davanti a ostelli o campeggi è la mia.”

Siamo ben lontani dai toni del dibattito attuale sui 150 anni dell` Unità d`Italia che rischia cacciarsi in un vicolo cieco, quello della difesa della nazione perché attaccata dal secessionismo primitivo della Lega. Ecco due blocchi che bloccano il pensiero. Alex non aveva paura di riconoscere il bilancio piuttosto fallimentare del farsi stato nazionale sia della Germania sia dell`Italia. Sostiene che l`Unità dell`Italia e della Germania abbiano in comune di aver ridotto e degradato “zwei Kulturnationen zu Staatsnationen” (Prefazione scritta nel 1988 a Peter Kammerer-Ekkehart Krippendorff, “Reisebuch Italien. Der Norden”, 1998). Si è passato da una nazione unita dalla cultura a una unificata dallo stato. Per di più da uno stato autoritario, con aspirazioni imperialiste e poi responsabile di due guerre mondiali. Questo vale per la Germania e seppur in misura minore, “mangels Masse”, dice Alex, per l`Italia. Ma quando nel 1989 alcuni verdi tedeschi diffondono lo slogan “Nie wieder Deutschland” Alex si arrabbia seriamente. Lui si chiama un “Kulturdeutscher”, che si è appropriato l`eredità della cultura tedesca in circostanze allora difficili (“das Erbe deutscher Sprache und Überlieferung unter (damals) schwierigen Umständen”. in: “Ach diese Deutschen, ach diese Grünen”). La sua interpretazione delle storie nazionali fornisce ad Alex una solida base per il suo impegno europeo e penso che lui abbia visto anche le difficoltà odierne del farsi Europa ripensando il bilancio del farsi stato nazionale. Non ripetere certi errori. Il dibattito su questo bilancio storico sviluppatosi nel dopoguerra in Germania più che in Italia e soprattutto tra i verdi (fino al 1989) ha avuto per Alex sicuramente un suo peso.

   Alex scrive di essersi appropriato della cultura tedesca in circostanze difficili. Queste riguardano non solo la storia recente del Sudtirolo e il suo rapporto di opposizione al fascismo e di adesione al nazismo. Ci sono contraddizioni più antiche che opponevano la cultura tirolese alla cultura “tedesca alta”, all`illuminismo, al liberalismo, al socialismo ecc.. Basta studiare la figura controversa di Andreas Hofer (il breve saggio di Alex su Hofer è di estremo interesse) e quanto aveva scritto Heinrich Heine, esponente della Germania progressista sui tirolesi insorti contro Napoleone considerato portatore –con le armi- di diritto e progresso: “I tirolesi sono belli, allegri, onesti, bravi e di una limitatezza di spirito senza fondo. … Della politica non sanno nulla, sanno solo che hanno un imperatore che porta un vestito bianco con le braghe rosse. Lo sanno dal vecchio zio che è stato a Innsbruck e lo ha sentito dire dal Giusep` che è stato a Vienna. Quando i patrioti diffondevano l`allarme con la notizia, che ora arriverebbe un imperatore con il vestito blu e le braghe bianche, abbracciavano moglie e bambini, prendevano il fucile e scendevano dalle montagne per farsi ammazzare per il vestito bianco e le care, belle braghe rosse”. Insomma, la cultura tedesca illuminata e di sinistra guardava allora al Tirolo come l`Occidente guarda oggi all`Afganistan.

Ne sono rimasti residui di arroganza dalla parte tedesca e complessi di inferiorità dall`altra parte. Solo uno come Alex che ha fatto i conti con la Germania fino in fondo può affermare: “Non mi viene mai alcun senso di inferiorità rispetto ai tedeschi delle madrepatrie: a volte mi sembra, anzi, che da sudtirolese certe cose della cultura tedesca si apprezzino di più.”

Insieme al suo rapporto con la Germania e la cultura tedesca Alex ha chiarito anche il suo rapporto con l`Italia districandosi tra schemi, pregiudizi, risentimenti sia tedeschi, sia austriaci, sia tirolesi e naturalmente anche italiani. I due processi di appropriazione culturale seguivano metodi diversi: “La mia formazione (dalle fiabe ai libri di avventura, dai classici ai contemporanei) è avvenuta praticamente tutta in lingua tedesca. I miei studi, i miei incontri, le mie frequentazioni invece hanno un segno più italiano”. Così Alex fungeva da ponte tra Nord e Sud, un rapporto diventato un grande tema suo, carico di significato locale e globale. Vedeva il suo compito nel “far circolare idee e persone”. In ambedue le direzioni. Spiegava l`Italia ai tedeschi lavorando con Lotta Continua in Germania insieme ai lavoratori immigrati e vari gruppi della sinistra tedesca per i quali “la rivoluzione in Italia” era diventato un sogno che pareva realizzarsi. Poi, alla fine degli anni `70, la direzione del suo lavoro cambia. Comincia a spiegare in Italia quanto accade in Germania. In Italia la grande ondata dell`68 ha avuto un`ultima sua impennata nel `77. Nell `80 gli operai della FIAT vengono sconfitti. Il declino della sinistra prende il suo corso senza che la sinistra se ne accorge. In Germania invece nasce il movimento verde capace di portare la sinistra fuori dal vicolo cieco della “Germania in autunno” e di incidere in modo nuovo sul quadro politico tedesco e non solo quello.

2. Alex e i verdi (tedeschi).

Alex è uno dei primi a cogliere l`importanza di questo movimento. Con la sua modestia si dichiara osservatore, uno che vuole imparare. E impara: che la questione centrale intorno alla quale si può costruire un nuovo approccio politico è quella della sopravvivenza del genere umano, della specie. Affrontare la questione ecologica non richiede necessariamente un`idea centrale quale è stata per il movimento operaio la lotta di classe. Una nuova coscienza può nascere da tante azioni per saper affrontare infine la questione generale del rapporto tra gli uomini e la terra, una questione antropologica, scientifica e anche economico-filosofica che richiede un riesame critico della vita degli uomini come specie. Per questa impostazione l`opera e il pensiero di Rudolf Bahro è stato decisivo.

Impara che ci vuole un altro modo di fare politica, con meno ideologia e più rivendicazioni concrete, magari piccole, raggiungibili senza voler subito rovesciare il sistema. Questo approccio permette di coinvolgere non solo i “convinti”, ma tutti gli uomini di buona volontà.  Alex parla della necessità di restituire alle persone le nobili cause, una nuova ragione di fare politica che non tende alla presa di potere e non reclama nessuna vittoria di una idea particolare. Così sarà possibile per tutti fare esperienze nuove e praticare nuovi metodi di costruire il consenso. Nella pratica del “palaver” in uso nelle tribù primitive copiata dai verdi tedeschi la discussione va avanti finchè non si trova un consenso. Ovviamente questa procedura richiede del tempo che in politica non c`è. Il “lentius” di Alex si riferisce anche a questa conquista di tempo necessario ad una nuova convivenza. 

Impara che questo metodo permetterebbe anche l`ingresso nella politica di persone nuove. Alex dice testualmente (nel lontano 1983): “una delle cose oggi più gravi e più sterili che affliggono la politica in Italia è che la maggior parte delle persone che sono in politica lo sono da molti anni, da troppi anni, sono stanchi, sono logorati e spesso ripetitivi senza energie nuove da investire, mentre persone nuove non trovano l`accesso”. Qui vorrei ricordare per inciso la fantasia politica di Alex, ad esempio il suo “progetto Santa Elena” che vuole agevolare l`uscita indolore dei dittatori dalla scena politica offrendo a loro un esilio dorato. Perché non estendere il progetto a uomini politici aggrappati ai loro posti in mancanza di meglio? Trovare una bella attività fuori dalla politica a gente come D`Alema?

   Impara che si debba cambiare quel costume che porta l`opposizione quando sta al governo a fare le stesse cose che da opposizione critica; che bisogna guardare più al contenuto che allo schieramento, essere disposti a rompere con la logica degli schieramenti su determinate questioni disobbediendo al richiamo delle bandiere. Che si debba stare attenti a non mettere una cappa partitica e lottizzatrice sulle iniziative e sui movimenti. Attenti a non perdersi nel lavoro pur necessario delle liste. Attenti agli apparati. Rivedere continuamente la propria esperienza sudtirolese. Crescere non col concime chimico, ma in modo biologico. E Alex conclude: “Non mi interessa se un partito verde nasca subito in Italia, mi interessa raccogliere persone e nuove energie spendibili in compiti precisi”.

Alex ammira i Verdi tedeschi e contribuisce al loro nuovo modo di fare così poco tedesco. Sottolinea che si tratta della prima esperienza significativa del dopoguerra in cui la sinistra sia riuscita ad uscire dal ghetto. Questa apertura abolisce gli steccati tradizionali del campo della sinistra. Sciogliere la sinistra serà un fatto positivo se si verifica nel processo la Aufhebung hegeliana nel suo significato di conservare e di superare. Sciogliersi per rinascere. La politica si scioglie nel sociale e non viceversa, cioè non è il sociale che deve fungere da humus alla politica.

Qui si apre il capitolo del rapporto di Alex con la sinistra italiana, in particolare col partito socialista e quello comunista, dei suoi tentativi forse un po troppo pedagogici di farsi sentire. E l`altro capitolo, quello della storia dei Verdi italiani. Quel che possiamo dire oggi è: La sinistra italiana ha pagato con la sua sconfitta definitiva la sua incapacità di imparare. E la stessa cosa si può dire dei verdi italiani.

Ma non possiamo fermarci qui nel riproporre le idee di Alex e di tanti altri senza chiederci perché fanno tanta fatica ad essere ascoltate. Gli stessi verdi tedeschi hanno preso un`altra strada sconfessando le speranze e i metodi di Alex. Hanno sacrificato alla loro Realpolitik tutte, non solo alcune, utopie concrete. E hanno avuto come compenso il diventare un partito stabile e in crescita. Cosa non da poco. Si potrebbe dedurrne che certi comportamenti e metodi che noi per comodità colleghiamo col nome di Alex valgono solo in ambiti ristretti e in periodi storici particolari?

La speranza di Alex in un 1989 che apra a più democrazia, a meno armi, all`istituzione di corpi civili di pace, a sforzi straordinari dei governi e dell`unione europea in appoggio alla convivenza, ad un mercato al servizio della società e non viceversa, a un Europa di forte innovazione istituzionale e culturale è disattesa. Si tratta di obiettivi completamente mancati con la buona pace di tutti i partiti, verdi inclusi. La guerra è generalmente (cioè dai media e partiti politici) ormai accettata. I suoi fautori o consenzienti costituiscono un blocco conformista potente. La ricerca di alternative agli interventi militari priva di mezzi da sempre è ora anche senza fantasia. In piena crisi finanziaria che prospetta solo sangue e sacrifici è perfino impossibile parlare di tagli alle spese militari. Stiamo di fronte ad un blocco unico e il contributo veramente originale di Alex, quello di cercare e di aprire spazio politico tra i blocchi come suo e nostro spazio politico par excellence, spazio creato dall`accettazione delle differenze a scapito dei blocchi, costituisce oggi una possibilità ridotta al minimo. Non si respira più.  

Se tutto questo è vero, allora Alex è una persona che chiude un`epoca. Un ultimo. Ci vorrà del tempo prima che possa diventare di nuovo un primo.

Ma non si può concludere così. Con Alex finisce un epoca che credeva possibile dopo tante illusioni rivoluzionarie tradurre nuovi saperi e impegni in politica, far accogliere le loro istanze da istituzioni democratiche. Alex si è dato con generosità al lavoro nelle istituzioni. Lui è stato un parlamentare con sincera passione. Ed è stato anche un grande esperto dei meccanismi che chiamava “Fremdkörperabwehr”, cioè di quei meccanismi con i quali gruppi e etnie chiuse si difendono contro corpi estranei che li mettono in discussione. Sapeva che anche le istituzioni mobilitano questa difesa fino a rendere compatibili entro le loro strutture specifiche eventuali contestatori. E` la storia dei verdi tedeschi. E` la storia delle tante proposte concrete di Alex insabbiate al parlamento europeo. Nel 1997, a due anni dalla morte di Alex, Rudolf Bahro constata la completa chiusura degli spazi politici: “Oggi non vedo più nessuna possibilità immanente nelle strutture per cambiare il corso della politica. Non possiamo fare altro che aspettare senza consumare coscienza e speranza” (Intervista Taz, 13.12.1997). Si è chiuso un ciclo e inizia il duro lavoro dell`attesa che consiste nel trovare uno sbocco politico nuovo alla ricca fioritura di iniziative di base, di associazioni e di gruppi locali che si espande ancora grazie anche ad Alex. Alex questo sbocco, questo passaggio non ha trovato. Quindi ha continuato il suo viaggio “infin che `l mar fu sopra noi richiuso”.