di Guido Crainz

Il tema è davvero molto difficile ma non potevo sceglierne uno diverso perché Alex –assieme ad altri- mi costringe a pensare proprio a questo: mi ci costringe perché lo sento come una delle eccezioni all’interno di una generazione largamente mancata. Largamente mancata, voglio dire, rispetto alle enormi opportunità che ha avuto, cresciuta com’è negli anni della “grande trasformazione”: in un paese che cambiava radicalmente pelle, e nella fase aurorale di una circolazione culturale internazionale senza precedenti per il nostro paese. Per fare solo un esempio, che rimanda a tabù di lungo periodo dell’Italia cattolica e  conservatrice: solo nel 1963, quasi 30 anni dopo, esce da noi La rivoluzione sessuale di Wilhelm Reich, ma l’anno successivo sono pubblicati in tempo reale Il gruppo di Mary McCarthy, La mistica della femminilità di Betty Friedan, Eros e civiltà di Herbert Marcuse. In quel clima siamo cresciuti, e all’interno di trasformazioni sociali altrettanto colossali. Ho qualche flash di memoria sui piedi scalzi dei figli dei contadini con cui ho giocato qualche volta nel Friuli degli anni cinquanta: pochi anni dopo i miei compagni di liceo più fortunati  avevano già il motorino o suonavano in un complesso rock. Ricordo bene, anche, la scoperta collettiva dell’ingiustizia sociale, il diffondersi di un’ansia di capire e  trasformare il mondo, e il modo in cui quest’ansia  trasformò persino i giornalini scolastici o i fogli giovanili.  Alex Langer su “Offenes Wort” parlava di “cristianesimo rivoluzionario” mentre  un giovane milanese nato nel mio stesso anno, Walter Tobagi,  scriveva: “L’unica alternativa alla società di massa è un autentico socialismo cristiano”. Lo scriveva su “La zanzara”, il giornale del Liceo Parini di Milano. Tobagi  polemizzava anche con il “diffondersi dei miti del capitalismo” ed esprimeva insofferenza per l’insensibilità di quella parte dei suoi coetanei che ”brancola nel buio, priva di ideali, estranea ai grandi problemi sociali e politici”. E’ quello che molti altri giovani iniziano allora a scrivere e a dire in mille città.  Sono i fermenti che porteranno al ’68, ma poi i percorsi iniziano a dividersi: credo ci dobbiamo chiedere perchè siano stati così pochi, alla fine, gli intellettuali rigorosamente e coraggiosamente  riformisti come Tobagi. Tobagi sarà assassinato il 28 maggio del 1980 –esattamente trent’anni fa- da terroristi rossi imberbi e disumani: era un nostro fratello, sarà assassinato in qualche modo da nostri figli. Figli indiretti e spurii, se volete, ripudiati -tardivamente- e di cui –altrettanto tardivamente-  avemmo orrore, ma in qualche modo figli. Non corpi estranei.

    Il nodo è rovente proprio perché abbiamo presente il felicissimo punto di partenza, nello scorrere dei luminosi anni sessanta. Ci rappresentava bene Giorgio Bocca, alla vigilia del ’68,descrivendo una di noi: “mi sforzo di capire i caratteri distintivi della sua generazione (...):per cominciare, un rinnovato, prepotente bisogno di ideologia. Il nostro agnosticismo  diretto all’utile e al comodo,il nostro tirare a campare non li soddisfa. A Roberta piace il Fidel che dice “voglio dare alla gioventù il disgusto per il denaro”, e le piace Guevara che combatte in Bolivia; si interessa ai negri in rivolta,ai vietnamiti in guerra. E’ questo l’altro carattere che distingue lei e quelli della sua età: l’interesse ai problemi del mondo e ai poveri del mondo”

Tutto vero, ma queste stesse parole ci ripropongono il nodo di quel che una generazione poteva essere e non è stata. Che cos’è, insomma, che non ha funzionato? Perché a muoversi con continuità su questa cifra sono state, alla fine, soprattutto le eccezioni? Una prima spia ci è offerta proprio da questo brano di Bocca: o meglio, da quel che manca in esso. Lo ha scritto benissimo Anna Bravo: negli “anni ‘68” è forte la sensibilità nei confronti del dolore degli oppressi ma “non tutti gli oppressi hanno diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici)”. Dopo l’invasione di Praga la realtà dell’est europeo non può essere ignorata eppure “quell’enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei mali del secolo”. Questo è il punto che non riesco a rimuovere, e trovo francamente intollerabili le minimizzazioni o le autoassoluzioni che talora ho sentito. Non ci commuovemmo moltissimo per Praga, dopo aver visto nel nuovo corso di Dubceck un nefasto esempio di revisionismo e di ritorno del capitalismo. Un giovane movimento intellettuale che rivendicava a gran voce “l’impossibile” ebbe sguardi solo fuggevoli e occasionali per altri giovani, per i quali l’ “impossibile” era  libertà di parola e di stampa, di associazione e di voto. Non vedemmo quasi quel che avveniva  in Polonia –la Polonia che aveva conosciuto Auschwitz- dove gli studenti e i professori del ’68 (Michnick e molti altri) furono espulsi e perseguitati dal regime comunista all’interno di una campagna antisemita. Non ce ne accorgemmo, quasi fosse irrilevante. E giudicammo irrilevante che il glorioso partito comunista del Vietnam e la libertaria Cuba approvassero l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Salvo  scoprire dieci anni dopo la tragedia del boat people  vietnamita, una folla di persone in fuga disperata dall’inferno, non dal paradiso comunista. O i massacri compiuti in Corno d’Africa dai guerriglieri cubani agli ordini del generale Petrov (su questi aspetti Lisa Foa scrisse su “Ombre rosse” pagine asciutte e illuminanti, come sempre le accadeva).

Non ci salviamo l’anima evocando un volantino (o una manifestazione, come facemmo a Pavia) per Jan Palach, lo studente di Praga che si diede drammaticamente fuoco nel gennaio del 1969, in estrema protesta contro l’occupazione sovietica. Il giorno dopo riprendemmo a ispirarci alle strategie di lotta armata e all’idea di comunismo del Vietnam e di Cuba, e ai paesi dell’est guardammo di nuovo solo se si muovevano  i mitizzati operai (operai cui attribuivamo naturalmente le nostre, non le loro idee). Ho riletto di recente il documento –un documento pisano- che ci sembrò il più avanzato e aperto -e certamente allora lo era-, scritto dopo il tragico gesto di Palach. Alla solidarietà umana per Palach fa subito seguito la demolizione più feroce di quel “nuovo corso” in cui Palach aveva creduto,e quindi la mistificazione totale delle speranze reali, dei valori reali che avevano mosso Palach e i suoi coetanei: al loro posto insediavamo i nostri mostri ideologici.  Vi è qui una questione alla quale è impossibile sfuggire: il paradosso – o meglio il dramma- di un movimento che nasce sinceramente libertario ma è al tempo stesso carente di una reale cultura democratica e per questo esposto all’insidia delle ideologie. Anche di quelle liberticide. Da stimolo e luce al cambiamento, come nel brano di Bocca, l’ideologia divenne strumento di incomprensione della realtà, talora di disumanizzazione.

    Libertari certo eravamo, ma consideravamo con molta sufficienza le libertà formali. Libertari, ma disposti a sottomettere (in qualche caso persino con entusiasmo) l’individuale al collettivo. Ci convinceva, o comunque tacitava i nostri dubbi,  l’idea di Lenin secondo cui per fare la frittata bisogna rompere le uova. Anche se le uova erano migliaia o milioni di donne e di uomini, come ci ricordavano –inascoltati- Hannah Arendt e Isaiah Berlin.  Non ci sembravano troppo stridenti quegli orrendi versi dell’amatissimo Brecht secondo cui è meglio sbagliare con il partito che avere ragione fuori dal partito (“non fare senza di noi la via giusta:/senza di noi è la più sbagliata”).

   Non solo questo, certo, ma anche questo siamo stati, e se rimuoviamo questo aspetto non comprendiamo neppure perché siano state abbandonate le intuizioni migliori del ’68: ad es. quella “lunga marcia attraverso le istituzioni” -ipotizzata da Rudi Dutschke e ripresa anche da noi - che doveva avere la sua premessa essenziale nella costruzione di un’Università critica.  L’intuizione cioè che la critica ai disvalori della scuola di allora e la costruzione di saperi critici doveva consolidarsi nell’Università e proseguire nella critica ai ruoli sociali e professionali cui la scuola preparava. Doveva delineare un modo diverso di intendere le professioni, mettendo in discussione in modo diffuso e continuo le  gerarchie dominanti, i falsi saperi, gli autoritarismi istituzionali e individuali. Mauro Rostagno tentò allora a Trento di proseguire  quell’intuizione ma  fu quasi processato, come ha ricordato lui stesso: “mi attaccarono da sinistra dicendo che l’Università critica era aristocratica, antioperaia, un ghetto d’oro in una società di merda. Mi fecero vergognare al punto che poco dopo me ne andai. Abbandonai la città con il terrore di essere considerato un nemico della classe operaia”: e la “riabilitazione” consistette nel distribuire volantini davanti alle grandi fabbriche di Milano.

  Un grande vecchio che se ne intendeva, Vittorio Foa, lo ha scritto bene: “il movimento studentesco non si espanse nelle fabbriche, esso vi si chiuse,vi andò per prendere in prestito l’ideologia rivoluzionaria (…). La visione originaria di un potere diffuso che imponeva mille spazi di confronto e di conflitto si riduceva di nuovo al tradizionale conflitto contro lo stato e contro il capitale. Straordinarie energie giovanili furono disperse nello riscoprire e nel ripetere la Dottrina”.

 Per questo il percorso di Alex - che portò la “lunga marcia” sin all’interno della politica- mi pare una delle non molte eccezioni, e anche per questo, a mio avviso, fu così doloroso e sofferto, affrontando di petto quei nodi che avevamo rimosso e che le tragedie del Novecento –a partire anche dalle guerre e dagli orrori della ex Jugoslavia- riproponevano a lui e a noi.  Per questo vi vedo una forte relazione con altri percorsi, segnati dalla critica al tradizionale modo di intendere non solo e non tanto la politica quanto le professioni, i ruoli sociali, i “mestieri”. Percorsi cioè che hanno tentato di proseguire nelle scelte individuali e quotidiane quella intuizione collettiva che avevamo colpevolmente abbandonato. 

Lo ha scritto bene su “Linea d’ombra” Marino Sinibaldi, in un articolo del 1993 che aveva come titolo Salvare gli individui e che ricordava Marco Lombardo Radice, psicoterapeuta dei bambini molto precocemente scomparso. Prendendo spunto dal film di Francesca Archibugi che si ispirava alla sua esperienza (Il grande cocomero) Marino scriveva: “Il medico che dà fiducia ai bambini perché “sembra un idraulico”, che vìola tutti i regolamenti  per tenere un cane nella corsia della clinica,  che rinuncia a orari personali, futilità sociali, gratificazioni pubbliche, il medico che accetta di misurarsi con “i casi impossibili”, non è solo il simbolo di una scelta estrema, di una dedizione agli altri illimitata e probabilmente disperata. Con lo sguardo di questo inverno 1993 in quella scelta, in quella pratica concreta vi leggiamo altro: il frammento (…) di un modo possibile di coniugare integrità personale e trasformazione reale, nel rapporto con gli altri e con la società, a partire dai più piccoli, deboli, “malati””. Sinibaldi concludeva: “Vi è qui una diversità radicale dalle scelte “canoniche” di una generazione che quasi compatta ha in questi anni invaso il centro e la periferia della politica e del lavoro intellettuale. La degradazione progressiva, inarrestabile di questi luoghi della vita pubblica ha reso lampanti anche le responsabilità di quella generazione, equamente divisa tra pratica della viltà e assuefazione all’impotenza (…). Il grande cocomero, l’esperienza che vi traspare e che vi leggiamo, ci invita a rimettere in gioco  gli adulti che siamo diventati in questa Italia avvilita e invecchiata”.

Nel numero successivo di quella stessa rivista -o meglio, in una sua costola che sarebbe diventata autonoma, La terra vista dalla luna-  Franco Lorenzoni ricordava la rottura rappresentata per lui dall’incontro, sul finire degli “anni dei movimenti”, con  il Movimento di Cooperazione Educativa: “mi ha regalato -scriveva- una nuova immagine della storia: l’idea che la storia esiste solo in quanto è incarnata nella vita di qualcuno, nelle emozioni di corpi e persone concrete (…) una sorta di pulizia da tanta ideologia che circondava molte delle cose in cui avevamo creduto”. Di qui, concludeva, la scelta di fare il maestro e l’esperienza della Casa-laboratorio di Cenci.  Un mutamento drastico, certo, ma anche - a me sembra- un filo di continuità con la parte migliore del percorso precedente: e l’intreccio fra i due momenti caratterizza anche altre esperienze, quelle che a me sembrano le eccezioni positive nel difficile e amaro bilancio di una generazione.

Quel bilancio, a mio avviso,  deve considerare appunto la tensione fra aspetti diversi e talora opposti, e  la riflessione su questo nodo era stata già avviata sul finire degli anni sessanta da un dialogo poetico fra Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Elsa Morante aveva fatto il più limpido elogio del ’68 in un testo dello stesso anno, Il mondo salvato dai ragazzini, e Pasolini - molto più critico - le rispondeva: “Quante sopraffazioni da parte di questi giovanotti/ che credono che la storia si svolga nell’anno 1967-68, o 1968-69/- modesti italiani morigerati, cui danno inebriante vitalità/ una nuova Fede e una nuova Speranza/- con una smorfia di disprezzo per la Carità” . Una nuova Fede e una nuova Speranza/- con una smorfia di disprezzo per la Carità: ecco perché Alex, capace anche di una profondissima Carità, mi sembra una straordinaria anche se non isolata eccezione.