di Anna Bravo

 Sono felice di essere qui, emozionata, anche, per Alex e per le amiche e amici cari che ho visto ieri - dovrò guardarmi dal rischio di dare troppe cose per scontate. Vorrei parlare subito del bello di Alex, di quello che per me è il suo dono migliore, ma per farlo risaltare devo affacciarmi sul clima di allora.

Il titolo di questo intervento riprende uno slogan apparso sui muri della Sorbona nel maggio 1968. Sembrerebbe un’ovvietà, pensare è un esercizio individuale per eccellenza. Ma se qualcuno aveva deciso di fare quella scritta, se qualcuno l’aveva fotografata, doveva esserci un gran bisogno di affermare l’importanza dell’individuo, il valore della sua autonomia di pensiero contro l’appiattimento della società di massa e contro le ideologie che si pretendono depositarie esclusive della verità.

All’epoca quello slogan non è affatto scontato. In Italia e Francia ci sono partiti comunisti forti e influenti, che considerano l’«individualismo» (allora non si parlava di individualità) l’assassino della lotta di classe, che insegnano a ragionare in termini sovrapersonali, a vedere nella storia l’effetto di grandi processi in cui il singolo trova posto solo riverberandosi nella classe, nel partito, nel sindacato - le conquiste vanno guadagnate con la mobilitazione collettiva, non grazie a un progetto personale. In Francia i gruppi maoisti esasperano questa posizione a tal punto da essere ricordati come la tomba dell’individualità (e delle cose belle della vita). In Italia domina la chiesa cattolica, che pur non negando il valore dell’individuo, lo subordina alla famiglia, alla comunità, all’universo ecclesiale, e ne teme il potenziale di irriverenza e disobbedienza. Nell’insieme c’è un primato nettissimo del collettivo, e una sottovalutazione dei diritti individuali di libertà- oggi è quasi il contrario.

Alex si è formato in questo orizzonte, ha vissuto il  suo rovesciamento nel 68, le nuove forme di politica, poi il ritorno verso modelli che venivano dalla prima metà del novecento, o dall’ottocento addirittura. Non c’è troppo da stupirsi, il rapporto individuale/collettivo è forse la più irrisolta fra le questioni del nostro tempo, la più mutevole, la più soggetta a cicli altalenanti.

Al suo debutto il ‘68 mette in scena la festa dell’individualità, il riscatto dell’esperienza personale. E’ una svolta. Come scrive Rossana Rossanda di un’assemblea alla Sorbona, «una delle rivoluzioni più grandi è che l’individuo, la persona, diventa molto importante nel collettivo, perché afferma un principio antigerarchico. Ognuno ha diritto di parlare come gli altri, come i capi. Si metteva in discussione chi aveva il diritto di sedersi dietro a un tavolo a parlare, con gli altri a ascoltare (…) Mi ricordo che a Parigi, durante il maggio, in una assemblea arrivò Sartre, ma nessuno lo fece passare davanti e lui dovette aspettare che tutti gli altri parlassero(…) erano donne, studenti, pensionati i quali volevano semplicemente raccontare la loro storia. Non sempre era una storia molto interessante, ma era la storia dell’unica vita che uno ha. Volevano che non rimanesse soltanto propria, avevano bisogno di dirla»[1].  Ricordo un’atmosfera simile nelle assemblee studenti - operai durante le lotte alla Fiat, dove si raccontavano storie di sfruttamento, di umiliazioni, di fatica, ma anche le vittorie sui capi e sulla disciplina di fabbrica, le tante emozioni vissute nei cortei interni.

Naturalmente non è la prima volta che il singolo, le persone scioccamente dette «comuni», prendono la parola. Ma è uno dei rari squarci storici in cui a quella parola si riconosce valore in sé, non come microcellula di una realtà più vasta; e in cui si adombra un’altra idea di cittadinanza, che parte dalla facoltà di presentare/raccontare se stessi in autonomia.

Ne nasce un’accezione di libertà diversa da quella classica, secondo cui la mia finisce nel punto in cui comincia la tua, quasi dovessero inevitabilmente competere e tollerarsi a vicenda. Allora le libertà sembravano camminare insieme, non libertà «di», «da», «fin dove», ma libertà «con», vissute in una sintonia in parte immaginaria, in parte reale. Ricordo il modo in cui Guido Viale racconta di studenti che fino al giorno prima balbettavano e tremavano davanti a un professore, e da un momento all’altro si trovavano a guardarlo negli occhi tranquillamente, ed era una vittoria di tutti, qualcosa di simile a quello che Hannah Arendt definisce felicità pubblica: un momento magico in cui sembra che la liberazione individuale sia intrecciata a quella collettiva, che la politica non sia più un mestiere per specialisti, ma coincida con lo stare insieme e comprenda il gioco, il riso, l’affettività. Non c’è rappresentazione migliore di come la soggettività si formi e si ridefinisca nel rapporto con gli altri, in particolare la soggettività emersa nel 68 e pensata dal 68, con il suo innamoramento per l’individualità che guarda al collettivo e per il collettivo che ha cura dell’individualità.

Era un sogno, certo, ma con qualche buon addentellato nella realtà. Pensare singolarmente – era questa l’impressione -  non voleva più dire farlo in solitudine, era piuttosto un pensare accanto, vicino, in compagnia. E la dimensione collettiva abbracciava, a fianco di idee vissute con impegno profondissimo, anche certe scherzosità impolitiche, puerili, e tanto divertenti.

Non che quello degli studenti sia stato il movimento perfetto. Le parole non pesavano tutte allo stesso modo, specie quelle maschili e femminili. C’era una gerarchia di eccellenza che vedeva in cima i leader teorico/affettivi, in fondo i misconosciuti simpatizzanti beat, hippie, capelloni. Esistevano anche allora cerchie di amici che, volendolo o no, si erano trasformate in dirigenze informali, e rendevano opachi i meccanismi di decisione - ne scriveva già nel ’70 la sociologa femminista Jo Freeman[2]. Ma quello che si viveva nelle università occupate non era un fatto di costume (anche), era politica.

Peccato che sia una stagione breve, e circoscritta a alcune città. Delle molte riflessioni sul riaffermarsi graduale della «vecchia politica», qui posso al più elencare alcuni argomenti: il quadro internazionale apparentemente favorevole alla radicalizzazione delle lotte, le interpretazioni che imputavano il fallimento del maggio francese alla mancanza di un partito «veramente rivoluzionario», i limiti della spontaneità, la repressione. Piazza Fontana. E la nostra lontananza siderale dall’idea che si potesse anche non crescere, nonstabilizzarsi, non darsi il compito di produrre in prima persona la sintesi. Si potrebbe aggiungere il grande ciclo dell’autunno caldo, che però non implicava necessariamente un’organizzazione in forma di partito.

Eppure i gruppi nati fra il 1969 e il 1970 tendono proprio a quella. «Straordinarie energie giovanili furono disperse”, ha detto Vittorio Foa, (…) nel ricostruire, spesso come caricatura, quello che si era pensato di mandare al macero. In questo senso il ’68, dopo aver fatto la critica più acuta al vecchio mondo, vi è restato dentro»[3]. Guido Crainz ha scritto Un paese mancato, e oggi ci parlerà di una generazione mancata, di quel che una generazione poteva essere e non è riuscita a diventare, perché era nata «libertaria ma al tempo stesso carente di una reale cultura democratica e per questo esposta all’insidia delle ideologie. Anche di quelle liberticide»[4].

Si torna così al primato del collettivo  (o alla sua simulazione: quanti documenti scritti da singoli/e e firmati da più persone o con una sigla). Dalla gioia di fare le cose che piacciono con le persone che piacciono si passa gradatamente al conformismo di gruppo, con i suoi obblighi e divieti, il suo gergo, i riti, la fissità dei ruoli. Non è un paradosso che nei gruppi aspiranti rivoluzionari si produca questa mutazione. Più il potere appare ripugnante, più si pensa di doverlo combattere «come un sol uomo», con il risultato che tanto si è eversivi rispetto alle norme sociali, altrettanto si è ligi alle norme interne. Esito tre volte doloroso: impoverisce i movimenti, affligge chi si adegua, getta nell’ansia chi rifiuta. Fare sberleffi è facilissimo, il problema è farli a chi si ama.

Tanti anni fa, Edi Rabini mi aveva scritto questa riflessione di Simone Weil: «un gruppo, quando vuol avere delle opinioni, tende inevitabilmente a imporle ai suoi membri. Presto o tardi gli individui si trovano ad essere, più o meno gravemente, impediti nella espressione di idee opposte a quelle del gruppo (…) a meno che non ne escano. Ma la rottura con un gruppo comporta sempre delle sofferenze, o almeno una sofferenza sentimentale. E, quanto il rischio e la possibilità di sofferenza sono elementi sani e necessari all’azione, altrettanto sono cose malsane nell’esercizio dell’intelligenza. (…) L’intelligenza è vinta quando l’espressione dei pensieri è preceduta, implicitamente o esplicitamente, dalla paroletta “noi”»[5]. Negli anni settanta, lo slogan avrebbe potuto essere: «se non pensi, altri lo faranno al posto tuo». Ma ammetterlo avrebbe urtato contro la sindrome per cui il conformismo è sempre quello degli altri, il proprio lo si chiama coesione.

Alex non ha pensato per gli altri, né ha consentito che altri pensassero per lui. Di qui l’immagine di libertà che irradiava. Era libertà ascoltare quelli che nessuno ascoltava, dedicare tempo alle relazioni «improduttive», mediare quando altri lo ritenevano inutile, continuare nell’insegnamento quando i più vivevano di lavoretti, criticare certe forme di intolleranza rituali, ripetitive, buone solo a certificare l’ortodossia.

Non ho molti ricordi diretti di Alex, se non per il tempo in cui faceva servizio miltare e io lavoravo con Proletari in divisa, l’organizzazione di Lotta continua per l’intervento fra i soldati. Ma ho sempre in mente alcuni momenti, e almeno due voglio citarli.

Il primo è una scheggia di memoria, un dialogo un po’ teso in cui Alex aveva detto di provare compassione per le donne che abortivano, e io gli ero praticamente saltata agli occhi: «è rispetto che vogliamo!» – come se le due posizioni non potessero coesistere, e la compassione fosse un sentimento dubbio, troppo poco militante, troppo «cattolico».

Quel riferimento alla compassione può sembrare poca cosa solo se non si tiene conto del clima. Doveva essere il 1975, nel pieno della lotta per la depenalizzazione dell’aborto. Le donne che partecipavano alle campagne di opinione, al lavoro nei quartieri, ai consultori, tenevano al centro l’orrore degli aborti clandestini, i pericoli, le sofferenze, lo sfruttamento da parte dei ginecologi cucchiai d’oro, lo scandalo di una legge fascista mantenuta in vigore nell’Italia democratica. Si organizzavano grandi cortei, raccolte di autodenunce per aver abortito, si partiva da un processo particolarmente scandaloso e se ne faceva un «caso» capace di scuotere l’opinione pubblica. Nei consultori si praticavano (anche) aborti, si organizzavano i viaggi verso le cliniche in Inghilterra e Olanda per le donne con gravidanze più avanzate. Che la questione dell’aborto avesse un nucleo etico ineliminabile non era al centro dei nostri discorsi; e ancora meno il fatto che le vittime sono due, la donna e insieme a lei il feto. Sono gli anni di slogan come «l’utero è mio e lo gestisco io», di cui sarebbe difficile capire il senso fuori dello scenario di allora.

Erano anche gli anni di uno scontro aspro fra donne e uomini dei gruppi extraparlamentari, specialmente di Lotta continua. Dai militanti maschi non volevamo niente, né approvazione né comunanza – uno slogan già un po’ invecchiato diceva: «una donna ha bisogno di un uomo come un pesce ha bisogno di una bicicletta». Eravamo, con ragione, piuttosto intolleranti, e i militanti maschi più avvertiti avevano adottato la tattica della prudenza, che consisteva nell’appellarsi alla causa e nel guardarsi bene dall’interferire nelle «cose di donne».

Alex entra in questo gioco della parti con una mossa imprevista, spostando il discorso nel bel mezzo della contraddizione uomo/donna. Perché la sua condivisione empatica è indirizzata non a una singola amica o compagna, ma a tutte le donne che per aver detto di sì devono affrontare il peso della scelta - come ha scritto Carla Lonzi: «per il piacere di chi sono rimasta incinta, per il piacere di chi sto abortendo?»[6]. Non so se anche di questa verità Alex avesse consapevolezza. So soltanto che ripensando a quel dialogo, ho capito che lui si era esposto all’insofferenza nostra e aveva rifiutato il quieto vivere maschile; e io mi ero conformata all’ortodossia femminil-femminista.

Il secondo esempio mi riporta alla ex Jugoslavia degli anni novanta, soprattutto alla Bosnia. Situazione aggrovigliatissima, in cui tutte le parti in campo esercitavano violenza, ma in cui non era certo impossibile capire che l’aggressione «originaria», la strategia dei massacri, venivano da Belgrado. Dei due corni del dilemma ereditato dalla seconda guerra mondiale - «mai più guerre» e «mai più Auschwitz»- il pacifismo e l’ambientalismo italiani avevano scelto il primo e lasciato cadere il secondo, senza per altro riconoscerlo apertamente. Nel frattempo i serbi continuavano a uccidere, a praticare gli stupri etnici come arma di guerra, a riempire i loro campi di concentramento di prigionieri sempre più somiglianti ai deportati nei lager nazisti.

Dopo aver visto fallire uno dopo l’altro i tentativi di pacificazione, Alex arriva alla conclusione che «un intervento armato dell'Onu, o della Nato a nome dell'Onu, purché il più possibile contenuto, sia preferibile alla lunga agonia della Bosnia», e che sia necessaria «una forte autorità internazionale capace di minacciare ed anche impiegare- accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia (…) della integrazione economica, della informazione veritiera- la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli stati».

Sono parole che gli costano care. Perché è costretto a scommettere sulla capacità regolatrice di organismi internazionali che hanno già dato cattiva prova di sé. E perché nel movimento pacifista il conformismo non è meno insidioso che nei vecchi gruppi extraparlamentari, e sa come farla pagare ai «traditori». Alex aveva scritto che bisogna accettare di essere ritenuti tali dai propri compagni e amici, aveva aggiunto – lo ha ricordato Travaglini- che il traditore non è necessariamente una figura negativa, anzi «per fare le paci servono "traditori" delle rispettive appartenenze che si parlino». Ma ora si vedeva scagliare addosso quella parola nel suo significato comune, di reprobo da mettere al bando. Come insegnava la lunga tradizione di scomuniche contro chi osa cambiare idea di fronte al cambiamento della realtà.

Non voglio suggerire nessun legame fra questo dolore e il suicidio di Alex, mi riconosco nei tanti che rifuggono dal praticare una autopsia psicologica al suo ultimo atto. Solo non vorrei che, come è accaduto con Primo Levi, qualcuno proiettasse quella morte sul passato, togliendoli valore, spogliandolo di ogni felicità, di ogni capacità di insegnamento e di aiuto. Quando scrivo, tengo sempre a portata di mano alcuni libri, di Vittorio Foa, di Todorov, di Carla Lonzi- e la già classica biografia di Alex scritta da Fabio Levi[7] e Il viaggiatore leggero[8].

[1] R. Rossanda, Le donne: il ’68 e dopo, p. 52 in A.V. Cinque lezioni sul sessantotto, Torino, Dossier n. 1 di Rossoscuola 1987.

[2] Jo Freeman, The Tyranny of Structurelessness, in «Notes from the Second Year», 1970, ripreso in molti opuscoli e antologie.

[3] V. Foa, Questo Novecento, Einaudi 1996, p. 308

[4]  Vedi la sua relazione a questo convegno.

[5] S. Weil, La prima radice, edizioni SE, 1990, pp. 33-34

[6] C. Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile 1974, p. 69, appena ristampato presso et al. /edizioni.  

[7] Fabio Levi, In viaggio con Alex, Feltrinelli 2007.

[8] Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, molte volte ristampato.