Elias Canetti, in quello splendido romanzo sulla percezione infantile del mondo che è La lingua salvata, racconta di essere grato a sua madre per il senso di vastità che gli ha saputo donare. Non so se il senso della vastità sia una competenza, visto che il discorso pedagogico sembra non poter più prescindere da questa parola, ma sono profondamente convinto che riguardi una qualità del vivere e del guardare il mondo che, come maestro elementare, mi piacerebbe avere la capacità di condividere e sperimentare con bambine e bambini.

Ora, poiché penso che la relazione tra scuola e nuove tecnologie sia una questione complessa, che pone più domande che risposte, vorrei provare ad avvicinarmici facendo un lungo giro.

Se diamo credito al piccolo Elias, che reputava la vastità come un elemento chiave della sua formazione, mi domando: a quali fonti devo abbeverarmi per accorgermi della vastità che si nasconde dietro a un volto amico o sconosciuto? Quali percorsi devo compiere per incontrare la vastità del cielo o i misteri che nascondono i neuroni del nostro cervello?

Incontrare l’altro è un’esperienza umana primaria, riguardo a cui non smettiamo mai di imparare. Quando decisi di fare il maestro elementare cominciai a frequentare a Roma, con assiduità, i laboratori del Movimento di Cooperazione Educativa. Ci incontravamo un pomeriggio a settimana per anni, ricercando attorno a un tema che poteva essere la fiaba, la storia vista con sguardo antropologico o la matematica da imparare con le mani. Torno a questi ricordi lontani perché quella è stata la mia scuola di vastità. E’ lì che ho imparato quanto complesso, unico e irriducibile sia ogni essere umano e quanto tempo sia necessario per provare ad avvicinarmi ad un altro. Al centro della nostra attenzione non c’era l’oggetto della conoscenza separato e a se stante, ma la rete di relazioni che con quell’oggetto venivamo stabilendo. Così, se passavamo intere stagioni a leggere “Alce Nero parla”, ciò che via via andavamo scoprendo non erano solo elementi della cultura dei nativi americani, ma cosa in ciascuno di noi le parole di quella testimonianza suscitavano, perché era evidente a tutti che un testo parla solo se chi lo incontra gli dà voce e, nel dargli voce, scopre qualcosa di sé.

 

Il tempo lungo di ogni manovra di avvicinamento

 

Se questa manovra di avvicinamento la si fa in gruppo ci vuole molto tempo, perché a ciascuno deve essere dato il modo di condividere con gli altri il suo singolarissimo percorso ed approccio. Ma perdere tutto quel tempo era di fondamentale importanza, perché nei modi, spesso inaspettati, con cui ciascuno intraprendeva la difficile strada del tentare di incontrare una cultura altra, noi ci rispecchiavamo e andavamo scoprendo, giorno dopo giorno al tempo stesso, tratti del carattere dei nostri compagni di ricerca e qualcosa di più di noi stessi.

Sono tornato a quell’esperienza lontana perché il mio modo di fare e pensare la scuola ha lì la sua sorgente. Ciò che tento di costruire con bambine e bambini da 36 anni sta tutto nel creare un contesto in cui ciascuno si senta di potere uscire allo scoperto e rivelare agli altri, con sincerità, anche le proprie fragilità, perché piano piano si abbia la possibilità, tutti insieme, di costruire un clima di fiducia capace di accogliere davvero le diversità di tutti.

Chiedo perdono per questa lunga digressione, ma proprio perché mi trovo di fronte a scenari in tumultuoso mutamento, sento la necessità di dichiarare con franchezza la parzialità del mio punto di vista. Sono nato nel 1953, l’anno in cui Ray Bradbury scriveva Fahrenheit 451, che in modo mirabilmente lungimirante narra di case dotate di pareti-schermi sempre accesi, da cui gli abitanti sono invitati a partecipare di continuo a giochi interattivi le cui parti sono già scritte. Non ho alcuna difficoltà dunque ad ammettere che nutro una diffidenza congenita verso ogni apparato di distrazione di massa. E’ da questa postazione, dunque, che osservo con apprensione il bambino che, fin da piccolissimo, passa ore e ore completamente immerso in videogiochi che lo separano dal mondo fisico e naturale e dal giocare con gli altri. So bene che quel suo velocissimo toccare schermi e pulsanti sviluppa competenze che probabilmente gli saranno di grande utilità, perché impara ad apprendere da solo, muovendosi con scioltezza e destrezza tra tentativi ed errori, con modalità che gli adulti sono più avari della macchina a concedergli. Ma resta in me la domanda se sia bene limitare così drasticamente l’orizzonte del suo sguardo e se il corpo possa essere ridotto ai soli polpastrelli. Gli schermi di ogni dimensione, di cui sono circondati i bambini fin dalla più tenera età, paiono a me come una droga pesante, il cui abuso è concesso da genitori e adulti pigri, che trovano assai comodo mettere a tacere i piccoli, perché tutti sappiamo che basta uno smartphone per domare anche il più irrequieto dei figli.

Ora, poiché l’ingresso nel mondo e le prime esperienze di contatto con oggetti, spazi e altri umani sono elementi delicati e preziosi, i cui segni resteranno impressi in noi tutta la vita, penso che noi adulti si debba ragionare con molta serietà, profondità e cautela intorno agli scenari e ai territori che offriamo ai primi passi dei bambini.

La mia convinzione è che ci sia bisogno di equilibrio. Se la società, il mercato, le abitudini di adulti e ragazzi vanno tutte nella direzione del digitale e del virtuale, vorrei che la scuola, nei primi anni, facesse da contrappeso, operando per contrasto, in modo critico e concreto. Se tutti corrono, ci vuole un luogo dove poter andare lenti e tornare e ritornare sulle cose. Un luogo dove il corpo lo si possa usare tutto intero, avendo tutto il tempo perché emerga l’emozione, che è la madre del pensiero. Se pianto un seme, anche in un vaso, sperimento alcuni elementi essenziali come l’aleatorietà della vita e la bellezza del sostare a lungo nell’attesa di qualcosa che non si sa se nascerà, imparando a prendermi cura di un elemento vitale, i cui tempi di crescita non dipendono da me.  

 

Scava più il lombrico reale o quello virtuale?

 

Una mattina dello scorso anno ad ottobre, in prima elementare, una bambina ha portato a scuola un lombrico. Eccitatissima lo ha tirato fuori da una scatoletta e tutti lo hanno cominciato ad osservare. Mentre cominciavano ad accavallarsi domande ed ipotesi l’insegnante di sostegno, che stava trafficando con un tablet per via del registro elettronico, ha trovato immagini di lombrichi diversi di tutto il mondo e stava cominciando a rispondere alle loro domande. Le ho chiesto di fermarsi e di spegnere il tablet, perché sapevo che quelle immagini e una raffica di risposte affrettate già pronte, avrebbero avvilito una ricerca che stava nascendo. I lombrichi sono rimasti tra noi tutto l’anno. Ne hanno continuato a portare molti in classe, li abbiamo imitati con il corpo, disegnati, dipinti. Siamo andati alla loro ricerca, abbiamo ascoltato cosa ne dicevano i nonni che fanno l’orto, abbiamo moltiplicato le nostre domande e cominciato a ragionare su come si può verificare un’ipotesi. Abbiamo costruito un lombricario e letto pagine dell’ultimo libro di Darwin dedicato ai lombrichi. Un giorno una bambina ha immaginato il viaggio di un lombrico sulla luna, che è diventata storia collettiva, poi filastrocca e infine spettacolo teatrale, che raccontava che la luna ci appare così, tutta bucata, perché un giorno un lombrico, stanco di vivere solo sotto terra, è montato su una foglia e l’ha raggiunta volando.

Forse mi sbaglio, ma se non fossimo stati così attaccati alla concretezza fisica dei lombrichi con cui abbiamo cominciato a convivere in classe, e che i bambini avevano il desiderio di osservare e toccare quasi ogni giorno per mesi, non credo che questa ricerca avrebbe avuto un così largo respiro, sia nei contenuti scientifici che nell’arricchire il loro linguaggio ed immaginario fantastico.

Parlo con mio figlio ventenne e mi racconta con fastidio che non può discutere con i suoi compagni di università di alcun argomento senza che qualcuno, immediatamente, non tiri fuori il suo smartphone per trovare immediatamente una definizione o una risposta rassicurante alle domande emerse.

Parlo con un professore di Università che insegna tra Parigi e gli Stati Uniti e mi racconta che non è più possibile tenere un seminario di studio di alto livello senza che alcuni partecipanti, mentre si discute, maneggino i loro tablet per fare altro e segnalare in rete di essere vivi.

Il bisogno compulsivo di risposte immediate e il desiderio di essere continuamente distratti perché collegati ad altri luoghi sono due facce della stessa moneta, che svende la qualità della nostra presenza attenta a poco prezzo.

 

Ragni, mosche e tragedie

 

La tragedia greca chiedeva unità di tempo, di spazio e di azione perché i tragici, probabilmente, ritenevano che il senso della vita si potesse interrogare indagando quegli snodi della vita di eccezionale densità in cui convergono, precipitano e si annodano i fili del tempo, segnando il destino di noi umani. Oggi la sensazione è che tutto diverga, perché in molti ci sentiamo vivi solo se collegati a una rete di continue connessioni, in cui non si sa bene se giochiamo la parte del ragno che si nutre o della mosca che resta intrappolata.

Marino Sinibaldi sostiene che il romanzo non avrebbe potuto prendere vita senza l’invenzione della stampa e che probabilmente internet ci porterà forme e opere d’arte oggi neppure inimmaginabili.

L’argomento mi sembra convincente e intrigante. La rivoluzione portata da Internet ha una tale portata che credo possa essere paragonata all’invenzione della scrittura più che all’invenzione della stampa. Anzi, alla diffusione della scrittura, resa possibile dall’invenzione di quella manciata di segni corrispondenti a suoni che i Fenici donarono ai popoli del Mediterraneo e, poi, ai popoli di gran parte del mondo.

Ho impiegato quasi quarant’anni a collezionare libri intorno alla mitologia greca, che amo particolarmente. Mi piace leggere versioni e interpretazioni differenti, per cogliere i diversi passaggi dall’orale allo scritto sperimentati in diverse epoche. Gli operatori che lavorano con me nella casa-laboratorio di Cenci per tanti anni mi hanno chiesto la versione più adatta di un mito da narrare ai nostri giovani ospiti, curiosi di stelle e di storie. Da tempo nessuno mi domanda più nulla, perché su internet c’è tutto. Parto da questa limitatissima esperienza personale non certo per unirmi al coro di chi lamenta la fine di ogni mediazione, perché in quel lamento intravvedo, nascoste dietro a disquisizioni altisonanti, questioni di potere. Anche gli scribi egizi penso abbiano sofferto non poco quando commercianti stranieri, a loro avviso incolti, cominciarono far di conto e a scrivere con semplici segni che suonavano come si parla.

Non c’è dubbio, infatti, che Internet rappresenti una rivoluzione democratica di portata epocale, perché un ragazzo oggi, come gli abitanti di ogni città del nord e del sud del mondo, ha a disposizione tutta la musica possibile, tutta la pittura, il cinema, le informazioni scientifiche e la letteratura sedimentata in secoli di civiltà.

Il fatto di avere questa enorme riserva di informazioni in tasca muta radicalmente la relazione con il sapere ed anche la motivazione a memorizzare conoscenze. Un mio amico antropologo sostiene che la memorizzazione dei numeri telefonici era l’ultimo residuo della millenaria cultura orale, che intrecciava ogni conoscenza alla sonorità di un ritmo, necessario per mandare a mente contenuti da non dimenticare. Oggi si imparano sempre meno cose a memoria e questo ci rende dipendenti da banche dati che non è detto si sia noi a gestire, perché c’è una grande differenza tra le nostre libere associazioni, che sono il respiro del pensiero, e le associazioni che propone qualsiasi motore di ricerca. Per tuffarsi in questo mare sconfinato credo dunque vadano costruiti trampolini adatti ed è evidente che tutto il nostro fare scuola va ripensato radicalmente. Più vasto è il mare, infatti, e più si rende necessaria la costruzione di mappe mentali articolate e ricche, che orientino il nostro vagare e il nostro cercare in una foresta di simboli, potenzialmente infinita. Altrimenti siamo costretti ad acquistare rilevatori satellitari a volte scadenti, che ci portano dove vogliono loro, cioè in quell’immenso centro commerciale universale, che ben conosce il consumatore che è in noi e sottilmente orienta i nostri gusti, invadendo lo schermo ogni volta lo si accenda.

E’ chiaro dunque che, se vogliamo lavorare per accrescere spirito critico e competenze di libertà dobbiamo lavorare anche dentro le nuove tecnologie e, su questo terreno, noi insegnanti abbiamo molto da imparare dai ragazzi. Le nuove tecnologie, oltre a fornire strumenti efficaci per l’integrazione e l’inclusione, potrebbero favorire l’apprendimento cooperativo e valorizzare l’autonomia e il protagonismo dei più giovani, a patto di temperarle di continuo con la conversazione e il corpo a corpo reale, con la capacità di condividere spazi, idee ed esperienze concrete, che a mio avviso devono stare al centro dell’azione educativa, accrescendo la capacità di noi adulti a metterci in gioco insieme ai ragazzi. E’ nell’ineludibile fatica dell’incontro con l’altro, infatti, che si può costruire un contesto in cui ravvivare di continuo l’intreccio tra piacere, conoscenza e ascolto reciproco.

 

Per una infanzia libera (almeno parzialmente) da schermi

 

Ciò che non mi convince affatto riguarda il volere affrettare le cose offrendo ai più piccoli ambienti di apprendimento segnati dal digitale e dal virtuale. Steve Jobs amava la calligrafia e questa sua passione ha certo influenzato il moltiplicarsi dei caratteri che ho a disposizione mentre scrivo questo articolo. Ma è giocando con pennelli e pennini che l’ha alimentata. Ciò che mi preoccupa riguarda il fatto che da tempo i bambini non sappiano più allacciarsi le scarpe da piccoli. La manualità fine dell’annodare, simile a quella richiesta dallo scrivere in corsivo, richiede un’attenzione del corpo e una relazione occhio-mano raffinata, che a mio avviso sarebbe un vero peccato perdere.

Gestire bambini che dipingono, pasticciano, sperimentano scritture giganti o in miniatura con pennelli ed inchiostri, costruiscono con il fil di ferro e incollano e sagomano la carta pesta, comporta un enorme lavoro di reperimento di materiali, preparazione degli spazi, organizzazione e anche pulizia, dopo. Per praticare i cento linguaggi con il corpo tutto intero ci vuole apertura mentale e una predisposizione alla fatica dello sperimentare non sempre presente nelle scuole. L’alleanza tra un mercato sempre più invadente e la pigrizia degli adulti ha già ridotto il campo delle esperienze dei bambini a casa. Il pericolo che contagi la scuola è assai concreto perché con i computer non ci si sporca e – apparentemente – si può fare di tutto.

Quando sostengo il diritto dei bambini a vivere una scuola il più possibile libera da schermi dai 3 agli 8 anni non è per astratti furori antitecnologici. E’ perché sono profondamente convinto che in quell’età il contatto fisico, corporeo, globale, con oggetti, spazi e relazioni con piante, animali, umani e terra e acqua e sole abbia un’importanza vitale insostituibile. Se chiedo questa sorta di cautela antropologica, è perché vi giuro che letteralmente soffro, quando vedo un bambino che piuttosto che inoltrarsi in un’avventura nel bosco, preferisce rintanarsi in un bozzolo chiuso con il suo piccolo schermo, perché percepisce quello come l’unico luogo in cui si sente a casa.

La vastità dei mille giochi e conoscenze e contatti offerti da internet caratterizza e caratterizzerà sempre più il nostro orizzonte, proprio per questo credo vada intrecciata alla vastità dell’introspezione e della presenza più piena e alla vastità del cosmo, che direttamente possiamo percepire e di cui possiamo godere.