Caro Franco,

ho letto la tua proposta su Repubblica.it. naturalmente la condivido e mi ha suscitato due riflessioni che ti invio.

Nella classe di Mario Lodi, che seguii nella sua ultima esperienza alla fine degli anni ’70 si utilizzava ancora la lavagna nera. La lavagna si divideva in due con una riga verticale. Il testo scelto, fra quelli portati dai bambini da casa, si scriveva nella metà di sinistra e poi si cominciava a discutere, frase per frase, parola per parola, per vedere se quel testo poteva diventare più bello, più efficace con il contributo di tutti. Le nuove frasi, si scrivevano nella metà di destra. Questa operazione poteva durare anche molto tempo. Si discuteva parola per parola, si consultava il vocabolario, se necessario, si arrivava ad un accordo. Alla fine il testo non era più di qualcuno ma di tutti, era un testo collettivo, e veniva pubblicato sul giornalino che veniva  ogni giorno stampato con il vecchio limografo. Maestri come Mario erano pronti per utilizzare le nuove tecnologie, la Lavagna Interattiva Multimediale, sistemi di scrittura del computer, le stampanti. Ma questi strumenti sono arrivati tardi per loro. Quello che dobbiamo domandarci è: che utilità può avere una LIM, un computer, una stampante o un tablet nella classe di un insegnante che usa il libro di testo per sviluppare il suo programma e il quaderno per far lavorare i bambini. La prima riflessione è questa: aiutiamo tutti i futuri maestri ad essere come Mario Lodi o come Franco Lorenzoni (perché non si pensi che è una razza in estinzione) e poi torniamo a ragionare sugli strumenti elettronici. In un momento di crisi economica utilizziamo tutte le risorse disponibili per la formazione iniziale degli insegnati e il loro aggiornamento in servizio, perché un buon insegnante riesce a fare una buona scuola anche con una lavagna nera e con un limografo. Non è stato mai vero che buoni strumenti (dalla lavagna luminosa, alla televisione, al computer) possano migliorare la scuola prescindendo dagli insegnanti.

La seconda riflessione e condivisione è rispetto al pericolo di sostituire precocemente l’esperienza sensoriale, reale e diretta con una esperienza virtuale. La ricchezza di internet, la enorme potenzialità delle reti sociali, non autorizzano a pensare che questo sia lo strumento migliore in tutte le fasi della vita. Un bambino impara a parlare perché, e solo perché, intorno a lui le persone che gli vogliono bene parlano con lui e lo fanno mentre lo toccano, gli offrono il seno, giocano con lui. Impara a camminare perché i suoi genitori si muovono e gli offrono un mondo ricco di stimoli che vale la pena raggiungere, il prima possibile, da soli. Questi ed altri apprendimenti, quelli sui quali si mettono le basi su cui si costruirà tutta la conoscenza successiva, non possono essere costruiti in altre maniere, percorrendo scorciatoie. C’è un tempo nel quale è necessario toccare e toccarsi, incontrare gli altri e gli oggetti, litigare fisicamente per imparare poi a fare la pace. Nel nostro progetto “La città dei bambini” proponiamo l’esperienza “A scuola ci andiamo da soli” che invita le bambine e i bambini, dai sei anni in su, ad andare a scuola senza adulti, con gli amici. Lo proponiamo per restituire ai bambini una autonomia di movimento per loro necessaria e che oggi hanno quasi completamente perduto. Spesso ci si risponde che oggi non è necessario che i bambini escano di casa perché possono incontrarsi virtualmente, vedersi e parlarsi grazie al telefonino o ad una web cam. Ma non è lo stesso, anche in questo caso, come a scuola, è importante trovarsi fuori, senza controlli, ad amministrare un tempo, uno spazio e una relazione sociale. Altrimenti è difficile diventare grandi.

In queste considerazione non c’è nessuna volontà romantica di tornare indietro, né una qualche ostilità rispetto alle nuove tecnologie delle quali noi stessi, pur vecchi, siamo estimatori e consumatori. C’è solo la necessità del rispetto delle diverse esigenze nelle diverse età della vita.