(Edizioni Junior, “Biblioteca di lavoro degli insegnanti” a cura del MCE p. 107, €.9,80)

La scuola primaria insegna a leggere, ma troppo raramente educa bambine e bambini ad incontrare e amare i libri e la lettura. In queste pagine si affronta passo dopo passo il problema dell’educazione alla lettura nel suo senso più ampio, attraverso il racconto di esperienze realizzate. Leggere dà la possibilità di scoprire e amare il bello. L’esperienza di incontro con Shakespeare, Platone o con Omero, letto in classe integralmente, dimostra che i bambini sono capaci di ascoltare parole difficili attratti dai grandi temi e dalla profondità che stimola loro un incontro lungo e approfondito con la grande letteratura. Perché allora triturare in piccoli assaggi un po’ insipidi adatti a bambini il ricchissimo patrimonio che la letteratura ci offre? In questo libro si dimostra che i bambini possono diventare protagonisti dei propri percorsi di ricerca, usando i libri come specchi per capire qualcosa di più di se stessi. Questo manuale creativo di introduzione alla lettura offre innumerevoli spunti molto concreti: da come invogliare alla lettura di un libro a come allestire una biblioteca in classe. Fornisce inoltre un’articolata bibliografia di letteratura per l’infanzia a chi desidera offrire ai bambini libri capaci di appassionarli e metterli in movimento. Roberta Passoni è stata insegnante di sostegno, è madre di un ragazzo disabile e dedica tutte le sue energie, nella scuola e fuori, a un’idea di educazione fondata sull’inclusione. In questa sua battaglia, in un tempo in cui riemergono vecchie e nuove forme di discriminazione, Roberta trova alimento e forza nella letteratura, suo grande amore, che nel suo fare quotidiano diventa campo

di esperienza dove sperimentare con coraggio un’idea di educazione capace di non escludere mai nessuno.

 

 

INDICE DEL VOLUME

Prefazione di Andrea Canevaro

Introduzione Lettura e letteratura in classe come possibilità di aprire mondi

Ogni libro è un mondo

Macbeth a Penna in Teverina  Ritrovarsi in via Pal  Le inutili infinite battaglie del burro  Drilla: la grammatica è anche un gioco  In prima, sotto un ciliegio  Un anno con Ulisse  In viaggio con il bambino Oceano  

Libri da scrivere

Una principessa somala a Giove  Scrivere una storia con l’arte

Fare spazio ai libri

Una biblioteca in ogni classe  Un progetto per diffondere l’amore per la lettura  Raccontare il Simposio in prima elementare

Appendice  Libri tra i più letti ed amati dai bambini di Giove

 

edizioni Junior Spaggiari edizioni  Si può richiedere a Cenci o presso le sedi Mce

mce-roma@tin.it - mce-ve@virgilio.it junior@edizionijunior.it

 

 

 

Prefazione

di Andrea Canevaro

Roberta Passoni mette al centro del suo impegno di insegnante la scrittura e la lettura, dunque la relazione con i libri, per chi cresce. Potrebbe sembrare scontato. E difatti il rischio, che Roberta supera con molta eleganza, è la banalizzazione di lettura e scrittura, che invece, per chi cresce, possono avere il fascino delle novità. Ma dipende da chi, adulto, si propone come “iniziatore”.

Noi viviamo il pregiudizio di ritenere il nostro modo di pensare la vita come normale e permanente, o anche immutabile. Ogni cambiamento è misurato sul metro del miglioramento o meno del modo di pensare la vita che noi abbiamo.

Chi cresce ci impegna nell’oggi per un domani che non conosciamo. Non siamo sicuri, noi adulti, di poter accompagnare chi cresce nel suo futuro. Se le speranze fossero: vorrei che mio/a figlio/a diventasse una persona bella e intelligente, sarebbe giusto che tali speranze accompagnassero la crescita. Non sarebbero un ostacolo, perché la loro realizzazione è aperta al futuro, a quello che chi cresce potrà essere, realizzando così la sua bellezza e la sua intelligenza. Ma questo vuol dire avere un accompagnamento con un compito: quello di semplificare e non complicare la realtà che chi cresce incontra.

Il nostro compito, di adulti, è di “interfaccia semplificatore” con la realtà. Che non significa né alterarla né falsificarla, ma semplificarne la lettura. Quale che sia l’intelligenza che chi cresce sviluppa, le complicazioni potrebbero creare ostacoli continui.

Essere semplificatori è importante proprio per lasciare che chi cresce corrisponda alle speranze senza sentirsi ostacolato, ma stimolato.

Il che significa essere dei buoni indicatori di futuro. Nella riflessione, una piccola storia, emersa del tutto casualmente, in un caffè, mangiando il panino preparato dallo stesso protagonista della storia. La sua storia. Una storia da bar? Chiamiamola pure una storia da bar. Il narratore non si offende certo. Raccontata con l’aggancio, nella conversazione, alle nostre attività di formazione e ricerca, immediatamente percepite dall’interlocutore. La sponda è stata dunque l’educazione. Con quella sponda, è emersa la storia di un bambino diventato adulto, e capace di mandare avanti un esercizio commerciale, e anche di ripensare la propria vita, e di raccontarla, appunto.

Quel bambino ha vissuto i suoi primi anni in prigione. Sua madre doveva scontare una pena, e la prigione era la sua dimora, insieme al figlio. Anche il padre era in galera. Dopo quegli anni, l’istituto  – dice il narratore –  non viene più utilizzato, essendo sostituito da gruppi-appartamento, o gruppi-famiglia, o comunità alloggio.

Esce dall’istituto che non sa chi è. E si dice che lui stesso dovrà cercare di capirsi: chi sono? Non lo sa. Forse sa quello che non è. Vengono in mente i versi di Eugenio Montale che dichiara di potersi definire solo in negativo (“ciò che non siamo/ ciò che non vogliamo”). Si riferivano a un tempo, il ventennio fascista, di chiusura. Come per chi ha vissuto fra prigione (da innocente bambino) e istituto. Non sa chi e come essere. Così quel ragazzo pensa che deve cercare di capire chi è. Lo fa ritirandosi in solitudine in montagna.

Come vive in montagna e in solitudine? Cercando di procurarsi di che sopravvivere. E la solitudine gli pesa? Molto. Ma crede che sia necessaria. E la sente un passaggio importante per capire chi è. Legge, nella solitudine? Si. Legge libri che lo aiutano. E quale libro lo ha aiutato di più? La Repubblica, di Platone. Lo ha letto più volte.

Non ha incontrato forse un adulto significativo al punto da potergli permettere di costruirsi una propria identità. Ma forse ha incontrato qualcuno – un semplificatore – che gli ha poi permesso di incontrare Platone. Essere dei buoni indicatori di futuro  può voler dire avere la capacità, saperla cercare nelle proprie risorse – ciascuno di noi ne ha, originali e quindi più autentiche di quelle “da mansionario” - , di presentare i libri come mediatori che permettono il dialogo fra passato e futuro. E non è poco.

Possono essere affascinanti? Roberta Passoni dimostra che si può, e trasmette a chi legge un sano ottimismo circa questa possibilità.

 

Il mio primo libro fa nascere una domanda: e l’ultimo nostro libro, ultimo in ordine di tempo e speriamo del tutto provvisoriamente ultimo? Quanto l’ultimo dipende da quel primo? Che collegamenti, e quali e quanti altri libri, mettono in relazione il primo e l’ultimo?

Il primo libro semina parole. Chi presenta a chi cresce il primo libro, semina. E’ un’operazione fondamentale per far crescere qualcosa. C’è chi ha in mente un qualcosa che definisce in comportamenti, immagini sociali, ruoli e azioni… E c’è chi semina perché il raccolto sia costituito da altri semi, altri libri. Altri mediatori, in un progetto aperto al futuro.

Una volta di più vale la pena citare: “Il cammino inaugurato da Abramo ha avuto significativi epigoni fra i quali il filosofo Emil Cioran a cui dobbiamo questo gioiello aforistico: «Un uomo che si rispetti non ha una patria. Una patria è una colla». Ma già nell’undicesimo secolo Ugo da San Vittore aveva scritto con penetrante grazia: «L’uomo che trova dolce la sua terra non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un Paese straniero»” (Moni Ovadia (2002), Vai a te stesso, Torino, Einaudi, p. 35).

Seminare parole con un primo libro. Vuol dire educare a una passione. Che può stare insieme a educare con passione, se sappiamo controllare la nostra passione e non farla diventare un’esuberanza emotiva, una colla patriottica, che toglie spazio all’altro. Senza uno spazio per accogliere, tutti noi fatichiamo ad apprendere. Il rischio dell’educare con passione può consistere nel ritenere che la passione sia tutto, che sia capace di sostituire ogni aspetto organizzativo della trasmissione della passione. Crediamo e ci illudiamo che la sola esposizione alla nostra passione infiammi l’altro della stessa passione.

Leggendo le pagine di Roberta Passoni possiamo rilevare la grande attenzione all’organizzazione per educare alla passione. Sembra quasi un gioco di parole sviluppato dal cognome dell’autrice. Ma giocare con le parole può essere un passaggio organizzativo per vivere le parole della scrittura e della lettura con la disinvolta padronanza di chi gioca piacevolmente con una palla di gomma. Forse fa un gioco imitativo di giocatori famosi. Il gioco imitativo nella scrittura e nella lettura può far schiudere i semi, le parole, e permettere che fra il primo libro e l’ultimo, per il momento, ci sia una consistente sequenza di letture e scritture, passioni feconde.

Educare a una passione organizzandosi significa moltiplicare i mediatori. E quindi facilitare l’accesso alla passione. Se invece educhiamo con passione, ci eleggiamo a unici mediatori per l’accesso alla stessa passione. Con il rischio della personalizzazione che permette a qualcuno di essere in sintonia, forse con il nostro carattere, i nostri modi, e forse anche con la passione. Altri non si sentiranno in sintonia. Per il nostro carattere? I nostri modi? Perché sviluppano altre passioni?

Educare a una passione. I bambini sono attivi fra loro nello scoprire e consigliare un certo libro, che a sua volta diventa un mediatore che fa scattare uno scambio: chi riceve, ricambia. I mediatori “di scambio” indicano la fecondità dell’educazione a una passione.

Qualcuno ha detto che l’indignazione è una passione triste. E se l’indignazione, che è una passione oggi abbastanza diffusa, non fa nascere un progetto, è davvero triste come una pianta che appassisce. I mediatori ci possono far scoprire una possibile evoluzione della passione che oggi ci abita. Che può aprirsi al tempo, al futuro e al passato.

I mediatori rivelano qualcosa a proposito della memoria. Uno dei rischi di una certa maniera di fare scuola è considerare la memoria quasi unicamente in maniera sequenziale, lineare e finalistica. Ma noi funzioniamo in una maniera diversa. Abbiamo bisogno di depositare nella nostra memoria, ad esempio, molte letture, e non solo quelle finalizzate ad un certo scopo, che oggi ci sembra chiaro o almeno imposto dalle vicende che stiamo vivendo. Difficilmente sappiamo quali finalità e quali scopi incontreremo in futuro. Un deposito finalizzato in termini specifici, molto probabilmente si rivelerà inadeguato ed obsoleto incontrando altre necessità. Ma se il deposito della nostra memoria è stato alimentato continuamente e non solo in una logica finalistica, è molto probabile che dal nostro deposito scaturiranno le risorse per necessità che ora come ora non possiamo immaginare. Il sapere scolastico sembra fortemente compromesso nei confronti di una memoria sequenziale, lineare e finalistica. In questo modo, la scuola perde credibilità e interesse. Ma questo libro ci fa capire che può esserci una scuola diversa, capace di creare depositi di memoria ricchi e disponibili agli imprevisti di oggi, che forse diventeranno gli impegni di domani.

Nessuno di noi riuscirebbe a scrivere in ordine cronologico i libri che ha letto. Ma molti di noi, se devono scrivere una lettera ed hanno un buon deposito di memorie di letture, potranno richiamare una di quelle letture per appoggiarsi a un modello. E potrebbero utilizzare analogamente il deposito per affrontare un problema di lavoro, di relazioni famigliari, di difficoltà che la vita fa incontrare. Potranno ricordare con gratitudine una scuola che con il primo libro ha loro indicato una strada da percorrere. Educandoli a una passione non inutile.

 

 

 

Roberta Passoni

A partire da un libro

di Anna Maria Matricardi

(recensione pubblicata su Cooperazione Educativa)

 

Una maestra racconta la lettura a scuola, donando al termine leggere quanto più spessore e ampiezza possibili.

L’esperienza del leggere è al centro, con le valenze che gli sono proprie: conoscenza, crescita, formazione, gusto, piacere, desiderio, amore.

I libri sono presentati come oggetti preziosi che si prestano a usi diversi. Purché vi siano una lingua che si faccia leggere, storie e conoscenze da desiderare.

E di lingua, e di letteratura, e di conoscenza tratta questo libro.

Tutto si svolge in una scuola primaria. In Umbria. Paesi piccoli. Dove i plessi per costituire un Istituto Comprensivo possono essere nove, anche dieci, anche più. Dove ci sono agglomerati di qualche migliaio, e spesso di poche centinaia di abitanti.

Eppure.

I libri da leggere, le parole da ascoltare e pronunciare, le storie da condividere diventano una materia così concreta che si lega ai luoghi dove viene letta e detta - oltre che nell’aula, le storie vivono in prati, frutteti o radure (talvolta si tratta di posti segreti) - si lega alle persone che con essa possono entrare in relazione - persone di qualsiasi età, compresi i nonni ottuagenari - si lega alle emozioni e agli affetti che tramite la lettura coltivata a scuola rivelano a una comunità di essere tale, svelano i rapporti possibili e li mettono in moto.

Leggere e amare i libri costituiscono una passione talmente traboccante che non può non essere trasmessa dall’autrice a tutti coloro che incontra nel suo percorso di lavoro. Per contaminazione.

Ma con tecniche precise, calibrate, valutate di volta in volta.

Ogni proposta di lettura assume infatti un suo ritmo e una sua specificità.

Se l’obiettivo è trasmettere e condividere l’amore per la lettura, la premessa - ben descritta e delineata in differenti situazioni – è la manovra di avvicinamento. Un “dispositivo”, si direbbe con termine tecnico (secondo alcune teorie), per creare le motivazioni funzionali all’apprendimento. Detto in parole semplici: si tratta di far sì che i bambini si innamorino dei libri, delle storie, delle parole.

Si sa, al cuore non si comanda.

E come si fa, allora, a indurre amore per i libri?

Sembrerebbe un paradosso, o un pericoloso gioco manipolatorio.

Invece Roberta Passoni ci svela uno strumentario raffinato, costruito anno dopo anno, nella densità del lavoro quotidiano e nella sospensione della pausa estiva, che consente di creare le condizioni per cui i bambini siano davvero in attesa e manifestino desiderio di conoscere storie: prima del libro che verrà letto arrivano sempre dei messaggeri che solleticano e sollecitano una domanda, una curiosità, un desiderio di sapere. A volte sono lettere improbabili eppure così credibili che annunciano personaggi o problemi da risolvere. Altre volte sono materiali concreti o evocativi, che creano in classe una situazione di sospensione, di attesa, di ascolto.

Se i bambini si rendono conto che non tutto è sotto controllo, sembra - paradossalmente -  che si possano fidare di più. Entrano in gioco.  Si mettono in gioco. Stanno al gioco.

Sanno che la maestra è una vera guida, e che li sta conducendo in territori ignoti, con un po’ di avventura, di fatica, di responsabilità financo; ma sempre di viaggio si tratta. E ai bambini piace un mondo viaggiare, soprattutto con la mente.

E il primo viaggio proposto è dentro le parole: parole reali o immaginarie, conosciute o sconosciute; parole che assumono il senso dell’esperienza, del ricordo, dei desideri, dei sogni, della fantasia. Parole che vengono messe in comune e favoriscono storie, racconti. Parole che avvicinano ad altre parole. Da ascoltare e pronunciare, dapprima; da interpretare e codificare, ben presto. Ossia da leggere e da scrivere, sempre più.

Ecco, la lettura diventa un’esperienza così dinamica che crea un continuo movimento nel gruppo. Movimento reso possibile da spazi fissi, stabili, codificati: l’angolo della biblioteca di classe. Una tecnica classica nella pedagogia Freinet. Un contenitore. Un luogo e un tempo in cui ogni bambino conosce bene struttura e azioni rituali, sa di cosa si parla, di cosa si chiede, di cosa si desidera parlare e chiedere e ascoltare. Di cosa si organizza e come. Di un catalogo ricco e vario che spazia in molteplici generi letterari, ma anche nei diversi campi disciplinari.

La biblioteca di classe. Uno dei più formidabili “dispositivi” per rendere democratico l’accesso al sapere.

Ma di tanto altro racconta il libro. Ad esempio di come dei bimbi di otto anni abbiano consigliato per lettera a Ulisse di resistere, anche perché Penelope lo stava aspettando e il figlio lo stava cercando, o di come a dieci anni siano state realizzate antologie vere e proprie, rielaborando e presentando sapientemente brani di racconti e di romanzi letti, in modo tale da essere compresi fuori dal contesto.

L’autrice ci mostra come la stretta relazione fra una sua passione e la pratica educativa a scuola fungano da guida per creare percorsi educativo-didattici che, oltre al valore specifico di apprendimento e di formazione di strumenti per i propri allievi, riescono a creare progressivi cerchi concentrici di attività caratterizzate da metodologie vive e vitali, che spaziano dal teatro alla scienza alla cucina. Attività che si possono estendere, come nel caso dell’istituto dove molte delle esperienze si svolgono, perché caratterizzano un progetto di lettura che da dodici anni coinvolge e mette in ricerca insegnanti di scuola primaria e secondaria e qualifica esperienze concrete di bambini dai cinque ai dodici anni.

La lettura che i bambini apprendono è un percorso connotato da valenze individuali e collettive. C’è infatti la strada soggettiva - fatta di scelte personali e di consapevolezza nell’analizzare i singoli libri - rinforzando la comprensione dei testi e raffinando il gusto - e c’è il cammino condiviso, fatto di domande e confronti che animano una ricerca e fanno sì che i bambini insieme diventino esperti: condividono i frutti della ricerca fra loro, ma anche con compagni più piccoli o più grandi, con familiari e altri adulti che possono incontrare, ad esempio, nelle biblioteche comunali da loro frequentate.

In altre parole, un amore che si trasmette, fedele a se stesso.