di Roberto Casati

Institut Jean Nicod CNRS, Ecole Normale Supérieure, Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Parigi

 

La scuola deve aprirsi alle nuove tecnologie1, e se sì, in che modo? La domanda è in parte normativa e in parte fattuale. Come rispondere? Il rapporto tra educazione, nuovi media, lettura e apprendimento viene studiato di solito in modo settoriale. Per esempio, si può cercare di misurare l'impatto sui risultati scolastici dell'introduzione di una nuova tecnologia in classe, o l'erosione del tempo di lettura a casa, o la correlazione tra lettura su carta e risultati scolastici, e via dicendo. Le metodologie variano, possono richiedere strumenti sociologici, di scienza dell'educazione, misure psicologiche o psicofisiche.

Qui vorrei suggerire un approccio diverso che invece di focalizzarsi su un singolo aspetto dilata il campo di visione al problema generale della delega digitale. La delega digitale avviene quando spostiamo o progettiamo di spostare verso le tecnologie digitali alcune attività, quelle che si prestano alla delega in quanto basate sul trattamento dell'informazione – la lettura, il fare foto, l'educazione, il voto, l'interazione sociale, la comunicazione. Ovviamente non tutto è delegabile, per esempio non possiamo mangiare digitalmente un pomodoro; al massimo possiamo cercare di ingerire una rappresentazione di un pomodoro. Ma non è detto che tutto quello che è in linea di principio delegabile debba essere delegato. Il tema di questo contributo si basa su questo assioma normativo. Non c'è nessuna normatività automatica che ci imponga di digitalizzare tutto quello che è digitalizzabile. Farò alcuni esempi: il voto elettronico e il voto online, la riunione, gli estratti conto. La discussione degli esempi vorrebbe decostruire l'incanto dalle promesse messianiche delle tecnologie. A questo punto, se non ci sono ragioni forti per la delega digitale, se questa non è un vero attrattore del sistema, appare chiaramente come la digitalizzazione sia in realtà il risultato di un processo esplicito e aggressivo di colonizzazione, al quale si dovrebbe resistere. Non ho spazio qui per discutere di proposte concrete che presento altrove2; si tratta semplicemente di considerare le deleghe una per una, di negoziare singolarmente la loro introduzione, e di cercare di addomesticare la tecnologia piegandola a fini per la quale non era stata progettata. La fotografia digitale è stata addomestica nel momento in cui le macchine fotografiche sono entrate nelle tasche di chiunque possegga un telefonino; da attività cerimoniale è diventata un semplice prendere appunti visivi. È possibile addomesticare tutti gli strumenti digitali per non subire passivamente la delega, e abbiamo tutti i diritti di essere fantasiosi e creativi.

Le parole chiave di questo intervento sono quindi: rifiuto della delega automatica, demistificazione del colonialismo, negoziato per addomesticare le tecnologie.

 

La smaterializzazione degli estratti conto

La mia banca mi propone uno scambio: accesso online a dieci anni di movimenti sul conto in cambio della “smaterializzazione” degli estratti conto. Tuttosu internet, ma solo su internet. Da un lato avrei accesso tramite il mio pc di casa o il mio smartphone a tutto quello che ho fatto (o subìto) sul mio conto, e che adesso vedo solo attravero una finestra di qualche mese); dall'altro il pc e lo smartphone finirebbero con l'essere il mio unico accesso. Ho gentilmente ma fermamente declinato l'offerta con l'argomento che esistono dei limiti alla smaterializzazione.

La smaterializzazione delle transazioni è un altro tassello nel processo di colonizzazione digitale che investe il libro, la scuola, i sistemi di voto, e gli scambi sociali. La storia della moneta è una storia metafisica, di progressiva perdita di concretezza. Il denaro non è un oggetto concreto, la sua storia non ha fatto che rivelare progressivamente questa natura profonda. E l'ontologia del denaro è un tema di un certo successo nei dipartimenti di filosofia. John Searle vi aveva incardinato la sua teoria della costruzione del mondo sociale. Senza un vasto insieme di promesse, di credenze individuali condivise (alcune delle quali riguardano il credere e il voler credere alle promesse) nessun cameriere accetterebbe di servirvi un'aranciata in cambio del pezzo di carta colorato che voi estraete con nonchalance dal portafoglio. Ma visto che sono le promesse e le credenze condivise quello che importa, i pezzi di carta colorata si sono rivelati fungibili; la vostra banca non ha forzieri pieni di liquidi ma si limita a registrare su un database i movimenti del vostro conto. I vostri ricavi o guadagni o stipendi o rendite si manifestano attraverso la cancellazione di alcuni numeri dal database dei vostri debitori, e riscritture degli stessi numeri sul database che vi corrisponde.

Se la banconota è diventata decorativa, non lo è il lasciare tracce. Non solo per una una questione di memoria. In linea di principio una società formata da individui con vaste capacità mnestiche potrebbe fare a meno di trascrivere debiti e crediti. Gli allibratori clandestini, cui non conviene rilasciare ricevute, tengono a mente decine di puntate. Ma la loro è un'economia speciale, in cui la fiducia va di pari passo con la violenza e in cui l'arbitrio non è certo un rischio che chi scommette può prendere a cuor leggero. Per tutti gli altri la traccia è non solo memoria ma anche e soprattutto disponibilità di una verifica. È stato l'estratto conto a permettermi di verificare che qualcuno aveva clonato la mia carta di credito. Mi si dirà, che differenza c'è tra verificare online dal tuo pc e verificare sul pezzo di carta che ti spedisce la banca ogni mese? La differenza principale riguarda l'asimmetria informazionale che esiste tra me e la mia banca. La banca è un “terzo” nel contenzioso tra me e il clonatore di carte di credito. Non sarebbe più un terzo se un contenzioso mi opponesse a lei.

Se non basta lasciare tracce, deve anche trattarsi di tracce facilmente accessibili e il cui funzionamento sia comprensibile a chiunque. Chiunque sia in grado di fare una somma può ricostruire la sua storia bancaria usando gli estratti conto stampati. Ma solo chi si destreggia con l'informatica e ha accesso al sistema informatico di un istituto di credito può valutare se gli algoritmi usati sono corretti e leali. Se è importante lasciare tracce, si deve anche valutare la qualità e la natura delle tracce che si lasciano.

 

 

La linea del Piave della democrazia: il voto elettronico

Il Parlamento Italiano ricorre al voto elettronico: il sistema è affidabile, ma in molti sono rimasti stupiti per la semplicità con cui i parlamentari riescono a violare la regola della rappresentanza, per cui a ciascun individuo dovrebbe corrispondere un solo voto. Dato che si parla della possibilità di una società in cui si vota elettronicamente anche nelle elezioni generali, si pongono due domande. Il passaggio tecnico è possibile, è possibile per esempio giungere al voto via internet? Se sì, è auspicabile farlo? Vorrei esprimere un parere scettico su questo secondo punto, che richiede uno sguardo molto più ampio che non le discussioni tecniche sull’affidabilità dei sistemi proposti.

Se si ripensa alle elezioni presidenziali americane del 2000, e alle polemiche che ne sono seguite, si vede quanto difficile sia far coesistere gli standard di segretezza e di accuratezza; casi persino più drammatici si pongono alla coscienza di ogni scrutatore che in Italia debba valutare la grandezza e la posizione di una croce apposta su un simbolo, le eventuali sbavature, ovvero un continuo di variabili per cui sorgono infinite possibilità di casi limite. Da più parti si è suggerito che il voto elettronico possa ovviare al problema dell’accuratezza senza per questo sacrificare la segretezza. Ma da dove viene il conflitto?

Chi vota si trova ingabbiato in un dilemma epistemologico. Da un lato, potrebbe voler desiderare la segretezza del suo voto (desiderare che gli altriignorino per che cosa ha votato); d’altro lato, potrebbe volersi accertare che nel risultato finale il suo voto sia effettivamente stato contato. Naturalmente ciò che rende visibile il voto individuale in un conteggio finale è anche ciò che ne impedisce la segretezza, e viceversa la segretezza non permette di rintracciare il proprio voto nella conta finale. Il voto segreto risolve il dilemma cancellando la possibilità di seguire il destino del voto; il voto palese risolve il dilemma nella direzione opposta, permettendo il controllo del voto a scapito della segretezza.

I sistemi elettorali richiedono di norma il voto segreto per sottrarlo all’influenza di chi vorrebbe comprare il voto o scambiarlo (con un altro voto, o con una prestazione) o semplicemente imporlo con la violenza. L’influenza non è efficace se non viene controllato il comportamento del votante, che viene quindi protetto dal voto segreto. In un sistema di voto come quello italiano l’elettore ha una garanzia tangibile di segretezza. La sua identità compare solo sul registro elettorale; all’elettore viene consegnata una scheda del tutto anonima, su cui esprime la sua preferenza e che depone nell’urna assieme ad altre schede, in disordine. È l’elettore stesso che con la sua azione separa la scheda dal proprio nome e si fa garante della segretezza. C’è un punto fondamentale che rischia di sfuggire in questo processo: non solo l’elettore si fa garante della segretezza del proprio voto, ma sa di farlo. Ovvero, è in una situazione epistemologicamente trasparente, non ha bisogno di mediazioni troppo complesse, di garanti esterni.

Se si passasse al voto elettronico, questo accesso immediato alle garanzie di segretezza verrebbe inesorabilmente a mancare. Anche gli elettori che conoscono i dettagli tecnici dei sistemi per cifrare messaggi devono prima o poi affidarsi a una macchina sotto la cui interfaccia non hanno modo di andare a vedere. Non hanno modo, per esempio, di verificare se il sistema usa una transazione sicura, anche se dice di farlo. Non hanno modo, per fare un altro esempio, di verificare che il voto venga effettivamente deposto nell’urna elettronica dopo che loro l’hanno inviato: o che non venga modificato una volta deposto.

In ciascuno di questi casi l’elettore deve delegare l’epistemologia del voto che gli era invece accessibile con il sistema della transazione fisica di una scheda di carta che, per un seppur breve periodo, rimaneva in suo esclusivo possesso.

 

Peggio ancora, il voto online

“Sarà bellissimo quando potremo tutti votare da casa o per strada con il nostro iphone, presto, create un'app! È la democrazia liquida!” Risposta: Se mai ciò avverrà, avremo spostato la cabina elettorale in ogni tasca e in ogni casa. Sembra bello, ma le conseguenze sono assai tristemente prevedibili: il marito torcerà il braccio alla moglie, il padre al figlio, il fidanzato alla fidanzata, il nipote alla nonna, e il capobastone inviterà a casa i suoi fanti e le loro famiglie e si farà consegnare l'iphone di tutti - “non ve lo spiego neanche ché perdiamo tempo, faccio tutto io”. La cabina elettorale al seggio presidiato dalle forze dell'ordine non è un ingrediente decorativo dei processi di voto, è il suo elemento essenziale: è un luogo in cui il debole può sottrarsi per qualche importantissimo secondo alla tutela del forte. Che poi il forte trovi altri modi di controllare il debole (cosa non difficile con piccoli bacini di votanti e sistemi di voto che permettono di esprimere le preferenze) nulla toglie al fatto che almeno in linea di principio il voto manuale al seggio è il solo che protegge il votante.

 

Il mito dei nativi digitali

Dopo aver tanto sentito parlare di “nativi digitali” è giunto il momento di introdurre nel dibattito una nuova categoria, quella dei coloni digitali. I coloni digitali hanno una missione intellettuale: fornire pezze d'appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola. Lodano sperticatamente le iniziative concitate di ministri che hanno fretta (permettere l'acquisto disgiunto dei testi scolastici in formato elettronico), parlano di “rivoluzione epocale”, la paragonano a quella di Gutenberg, nientemeno, addirittura e incredibilmente lamentano la “scarsa attenzione” dei media alla novità. Avanzano argomenti eterogenei come il risparmio di carta, la smaterializzazione, la necessità di collegare la scuola alla società; dato che là fuori tutti userebbero ormai l'iphone o omologhi, deplorano che la scuola resti al palo, rischi di perdere il treno elettronico. Giustamente incerti sulla forza retorica di queste considerazioni, non esitano a invocare come un mantra categorie ambigue che ritengono scientifiche, come quella dei nativi digitali. In assenza completa di dati a loro favore, ci frastornano di aneddoti: i nativi digitali “hanno spesso poche motivazioni a stare in classe: Uno di loro, su un blog, ha scritto recentemente un [sic] frase emblematica: 'Se la noia fosse un fossile la scuola sarebbe un museo'” (Pirani).

Ma i nativi digitali non esistono: non nel senso in cui si interpreta di solito questa ambigua descrizione, non nel senso molto preciso in cui si parla di madrelingua. Ci sono invece bambini che sono stati abituati a interagire con degli schermi e delle interfacce elettroniche di varia natura. Questa è una semplice e controversa abitudine, non l'alba di una nuova specie (è stato detto anche questo (Ferri): una nuova specie, gli alieni sono tra noi). Non si accompagna nemmeno a chissà quali nuove e straordinarie competenze, non dà luogo a una specifica “intelligenza digitale”, e gli stessi coloni hanno qualche difficoltà a dirci precisamente che cosa siano le caratteristiche specifiche di questa pretesa novità psicologica.

E poi, se anche fosse? Se l'abitudine fin da piccoli alla playstation facesse veramente sì che i bambini e gli adolescenti si annoino a stare in classe? Ebbene, chiediamoci qual è il male, quale il rimedio. Qui i coloni digitali ringhiano ancora di più, perché loro sì che lo sanno: la colpa sarebbe degli insegnanti, troppo vecchi, quindi refrattari alla “trasformazione”. Non sarebbero in grado di adattarsi alle abitudini dei nativi, stampano le email, non stanno su facebook e bisogno dir loro come accendere la lavagna elettronica, sono dei bradipi “gutenberghiani”. Non ci fosse di mezzo l'avventura difficile di una categoria di lavoratori mal pagati che fanno un lavoro eroico per i nostri figli, verrebbe voglia di fare qualche commento ironico su codesti argomenti. Suvvia. L'abitudine a cioccolatini e caramelle non fa sì che i bambini trovino frutta e verdura noiose? L'abitudine a stare in poltrona non vi fa trovare fastidioso l'esercizio fisico? L'abitudine a dire parolacce e a non usare i congiuntivi non farà trovare noioso il modo compìto di parlare della prof di italiano? Possiamo anche decidere di abolire ginnastica, dietologi dalle mense scolastiche, e sinanco il congiuntivo a lezione.

La controprova flagrante che quella dei nativi digitali è una favola viene dai nonni digitali. Guardatevi intorno: gli alieni sono veramente tra noi. La signora attempata che in autobus fa scorrere il dito sullo schermo tattile dello smartphone, nonno Paolo che fa skype e babysitting a distanza, la zia Pina che programma il navigatore per andare a trovare un cugino a Lecco, la mamma amorosa di Campobasso che grazie alla rete fa consegnare a domicilio la spesa al figlio studente a Magonza. Pensateci un momento. Siete Apple o Samsung o Sony o Google. Il vostro target è l'universo mondo. Non vi bastano certo i bambini e gli adolescenti. I vostri prodotti sono fatti per essere usati anche da un bambino, certo: è la frontiera del design totale, che rende la tecnologia trasparente. Se esistesse una specifica intelligenza digitale che solo i nativi hanno, il dipartimento di ricerca e sviluppo di tutti questi Lord Digitali chiuderebbe dall'oggi al domani.

I coloni credono fortissimamente che la tecnologia migliorerà la resa scolastica. Ma i rari studi disponibili mostrano che gli incrementi dei risultati scolastici (una delle poche cose misurabili, non parliamo mica ancora dello sviluppo morale e intellettuale delle persone) laddove si usano le tecnologie a scuola hanno due tristissime caratteristiche: sono marginali, e sono correlati con le categorie socioeconomiche. Se vieni da un ambiente culturalmente ricco – e magari ti hanno fatto leggere libri e fatto suonare uno strumento invece che darti il tranquillante della playstation – poi quando hai a disposizione le tecnologie fai faville. Perché? Perché le avresti fatte comunque. Come ha detto Kentaro Toyama (Berkeley): non ci sono scorciatoie tecnologiche per un'educazione di qualità.

I coloni digitali hanno bisogno della favola dei nativi digitali per il loro vasto progetto di penetrazione tecnologica fine a se stessa. L'inventore del termine (Prensky) non è uno psicologo o un sociologo, è uno che produce videogiochi. Ma la favola è soltanto una favola. La riflessione sulla scuola, sul suo ruolo nella società, e soprattutto sul suo ruolo nella vita delle persone, merita di meglio.

 

 

 

1Questo articolo è stato scritto su richiesta della redazione de Gli Asini Educazione. Ho riunito, rielaborandoli, alcuni interventi pubblicati sul supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore.

2 Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale, istruzioni per continuare a leggere. Laterza 2013.